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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Trotto amarcord: Tornese e Crevalcore 50 anni fa.

Tornese nella statua di Marino Quartieri
Tornese nella statua di Marino Quartieri

TORNESE E CREVALCORE. Qualcuno li aveva battezzati i Dioscuri del trotto. Tornese e Crevalcore. Il biondo e il moro. E nell’Italia dei Guelfi e Ghibellini, di Binda-Guerra e Bartali-Coppi, un dualismo così aspro aveva acceso gli animi, sconfinando dalla cerchia strettamente ippica. Ne sapeva, e ne parlava, anche l’uomo della strada.
Destini curiosi, fatalmente incrociati da un certo punto in là. Più giovane d’un anno, Crevalcore affrontò per la prima volta Tornese nel “Nazioni” del ’57: mezzo secolo, ma il ricordo è lì, vivo e incancellabile. Un avvenimento. Non c’entra (o sì?) l’innocente piacere di poter dire “Io c’ero”, fresco goliardo che fece fatica a raccattare i quattrini per salire da Bologna a Milano. L’evento colpì, prima e dopo, per più d’un motivo. C’era soprattutto da arginare l’arrogante supponenza dei francesi, segnatamente di Gélinotte, adusa a passeggiare per le nostre piste; c’era da far vedere che l’allevamento indigeno cominciava ad alzare la testa, e via quell’umiliante protezione dei 20 metri di vantaggio, come nel napoletano “Lotteria”. Gélinotte a Milano partì alla pari, solo col numero più alto, il 9 in seconda fila.
Vinse, nel boato, il “quattro anni” Crevalcore. Fu vittoria di forza e d’intelligenza, sui due giri di San Siro gli bastò un 19.6, modesto anche allora, per tenere in scacco Tornese e Gélinotte, finiti forte al largo del morello di Orsi Mangelli. I nostri davanti a tutti, anche Jariolain, anche Icare IV non poterono nulla. Passando davanti alle scuderie nero-granato, ai 400 finali, il driver William Casoli aveva tranquillizzato i suoi con un piccolo gesto: il cavallo era ancora tutto in mano. Semplice il miracolo,  come per tutte le grandi imprese che poi la magniloquenza degli uomini rivestirà (ma è anche bello) di enfasi e di retorica. Decise una partenza super, dal 6 Crevalcore schizzò in testa come un bolide parando Tornese (che aveva il 7) mentre Oriolo saltava in rottura, e fu cosa fatta.
Per Crevalcore il “Nazioni” 1957 (10 milioni il montepremi) era la ventiquattresima corsa in carriera. Sempre vittorioso fin lì, due sole volte secondo: dietro Jariolain nel G.P. d’Europa a Milano e dietro Jamin, di un niente, nel “Continentale” all’Arcoveggio, a fine settembre. Dio strabenedica i francesi: ma Jariolain venne poi acquistato da una formazione italiana, la Malgar, di Malvicini e Garzotto. Jamin, della signora Olry-Roederer che trafficava in champagne, a Bologna si era difeso allargando da furbo (km finale 1.15) e in scuderia Orsino Orsi Mangelli aveva poi inveito, animoso e torrentizio, contro il guidatore transalpino Jean Riaud. Il povero Riaud non ce la fece a interromperlo: “Monsieur le comte… monsieur le comte” e dovette prenderla persa. Almeno a parole. La carriera giovanile di Crevalcore era stata accorta, niente Derby, niente classiche, programmino da puledro tardivo che va rispettato. E quel “Nazioni” da urlo fece apprezzare la scelta. Nacque quella sera di novembre una delle più vivaci (e prolungate) rivalità della storia del nostro trotto. Scendendo dal sediolo di Tornese, Sergio Brighenti aveva solo sibilato, amaro: Ci rivedremo. Anche queste solo parole. Ma lui fu profeta e alla fine vincente, come ai profeti in genere non accade. Lo avrebbero decretato, senza ombra di dubbio, le stagioni future.