Usa, la mostra sul cavallo non salva i mustang

DAL 17 MAGGIO SCORSO il Museo di Storia Naturale di New York ospita una mostra interamente dedicata al cavallo. Si chiuderà il 4 gennaio 2009. Otto mesi. Qual è il senso di questa iniziativa curata da uno degli istituti culturali più prestigiosi del mondo? E perché una durata così lunga? Basta leggere il catalogo di presentazione per rendersene conto (www.amnh.org/exhibition/horse): nessun altro animale come il cavallo ha contribuito alla nascita e allo sviluppo della civiltà umana. Il minimo che si possa fare, dunque, è offrire a questo animale qualcosa che vada oltre la retorica della gratitudine, per farne oggetto di studio e conoscenza. Una conoscenza necessaria quanto quella della stessa storia dell’uomo. Non a caso tra gli organizzatori e i curatori dell’evento c’è anche Sandra Olsen, una antropologa del museo di storia naturale di Pittsburgh.
La rassegna sembra voler sostenere una tesi: l’uomo e il cavallo si sono scoperti reciprocamente. E l’un l’altro si sono garantiti sostegno. Non è azzardata, quindi, l’ipotesi che attraverso il cavallo sia passato uno dei nodi cruciale della sopravvivenza della specie umana. In altre parole se l’uomo ha potuto avviare un processo di evoluzione della propria esistenza, lo deve ad una specie diversa da sé. E’ un fatto. Un fatto che oggi,  più che in qualsiasi altra epoca, vale come monito generale.
La rassegna ci racconta del cavallo sotto ogni aspetto: origini, sviluppo, i diversi livelli, nel tempo, di relazione e di integrazione con l’uomo, funzioni economiche e culturali, presenza nelle diverse aree del mondo.

SUL PIANETA esistono oggi 58 milioni di cavalli. In alcune zone è ancora oggi l’unica condizione di sopravvivenza per gli uomini. In altre, dove l’umanità ha raggiunto elevati livelli di civilizzazione, è carne da macello. Grande la differenza fra ‘civiltà’ e ‘civilizzazione’. E il cavallo è oggi in bilico sul confine fra queste due condizioni che la specie umana si auto-impone nella vastissima gamma di ossequi con cui omaggia il mercato globale. E l’esempio più plateale, e contraddittorio, viene proprio dall’America. Mentre da una parte è il Paese che dedica al cavallo la più grande rassegna del mondo, dall’altra è lo stesso che ha deciso di mandare al macello migliaia e migliaia di mustang. Sono troppi, dicono, e non ci si può più permettere il lusso di mantenerli. Sono costi senza ricavi. Il contribuente americano patisce. Quindi, logico convertirli in ricavi senza costi.
Dal 1798, da quando, cioè, Thomas Malthus ha scritto il ‘Saggio sul principio della popolazione’, con cui ha teorizzato la funzione dei ‘freni preventivi’ e dei ‘freni repressivi’ per contrastare la miseria, il pensiero economico qualche passo in avanti l’ha fatto. A nessuno, oggi, verrebbe in mente, almeno non ufficialmente, di decimare una popolazione per alleggerire il peso della miseria. Ma questo non vale per i mustang. Che, magari sarebbero anch’essi una popolazione, se non fosse che per colpa di un aggettivo, ‘animale’, sono soltanto un branco. E questo basta a non turbare le coscienze. Abbiamo un suggerimento da dare al fisco americano. Gratis, naturalmente, per non procurare altre ambasce al contribuente. Si faccia restituire subito dal Museo di Storia Naturale di New York i soldi che hanno sperperato per mettere su l’inutile mostra sul cavallo. Almeno il contribuente rientra della spesa di trasporto dalla prateria al macello.

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