Uomo e cavallo: perché la forza non serve.

Uomo e cavallo: perché la forza non serve.
NON AVEVO ANCORA ESAURITO l’entusiasmo della buona riuscita dello stage a Tanca Regia, quando ho ricevuto una telefonata dal presidente del comitato regionale Fise Sardegna, Maria Grazia Sechi, che m’informava che nel Centro Equestre Gran Pilù, nel settore pony diretto da Emilia Costa, era in programma un campus di perfezionamento, per i ragazzi che formavano la squadra sarda. Come per il gruppo di Tanca Regia, anche in questa occasione ho cercato di attirare l’attenzione dei partecipanti in maniera plateale. Con un atteggiamento convinto ho sfidato il più grande dei ragazzi del gruppo ad una "prova di forza", mettendo in palio la conduzione della giornata. La prova consisteva nel metterci uno a fianco dell’altro rivolto dalla parte opposta e i piedi interni a contatto tra loro. Con solo la presa tra l’avambraccio dell’altro, dovevamo cercare di fare spostare il piede all’avversario.
Come mi aspettavo, il ragazzo ritenne di doversi concentrare sulla forza, senza rendersi conto che il gioco premiava solo la velocità e la cedevolezza all’azione del contendente. Non appena tutti si fecero intorno per capire meglio cosa succedeva, calcolai sia la forza del mio “avversario” sia la direzione della sua spinta,  diedi inizio alla prova e con un rapido movimento del bacino, mi spostai dalla sua spinta. Fu così che lui, non trovando un punto d’appoggio, perse l’equilibrio e fu costretto a spostare il piede.
Commentando l’esito della sfida, entrai subito nel merito della lezione, spiegando che ciò che accadeva tra me esperto di judo e loro forti ma senza esperienza, era esattamente ciò che accade tra il cavaliere esperto e il cavallo. Il mio intento era di far loro capire che si può stabilire la posizione gerarchica anche senza usare violenza fisica, e che se uno dei contendenti sa quello che sta facendo riesce a sfruttare altre forze che non siano d’impatto fisico.
Convinto che le mie parole erano state prese sul serio, e dopo avere illustrato ai presenti la mia visione del cavallo e dell’equitazione, iniziai a trattare  un pony che, una volta libero nel campo, rifiutava di farsi prendere da un adulto e non accettava tutti bambini.  Sfruttando la comunicazione del corpo e la conoscenza della sua psiche, riuscii ad avvicinarmi tanto da prenderlo senza che lui si sottraesse,.
Passai così alla seconda parte della lezione. Sapevo che nel centro era presente un puledro che Emmanuele Baldinu, era in procinto di domare. Visto che questo puledro era figlio di Leopard, stallone che da buoni puledri a livello morfologico ma considerati poco equilibrati a livello psicologico, chiesi il permesso di utilizzarlo per la seconda parte della lezione.
Liberai il cavallo nel campo da lavoro, creando un fuggi fuggi generale tra i ragazzi e qualche apprensione negli adulti presenti. Non appena tutti ebbero trovato una posizione fuori del campo,  mi posizionai all’interno del recinto commentando cosa il cavallo stava provando  in quel momento. Poi, dopo aver sottolineato che stavo utilizzando la stessa tecnica utilizzata con il pony in precedenza, mi avvicinai al puledro senza che lui si muovesse. Anzi, dopo poco iniziò a seguirmi in assoluta libertà.. Spiegando le tecniche che vanno utilizzate per stimolare il mutual grooming iniziai a salire da prima sul collo e in seguito in groppa, ovviamente a pelo, creando, più stupore negli adulti che nei ragazzi, i quali, in un certo senso si aspettavano tale risultato.
Continuai poi con l’insellaggio, dimostrando che se il cavallo non era disturbato da me, non dava segno di volersi difendere da quello che sta affrontando. Montai in sella per dimostrare che la conoscenza del cavallo era indispensabile per poterlo rispettare e dunque per non correre rischi inutili.
Per verificare se i ragazzi avessero capito la lezione, chiesi loro chi, osservando il puledro, avrebbe voluto provare a mettersi a sacco sulla groppa. Tutti quanti chiesero di farlo, anche perché non volevano perdersi l’emozione di stare sopra un “vero” cavallo in doma.  Fu cosi che, un puledro “figlio di Leopard”, si prestò a fare capire ad una banda di ragazzini che con le buone si ottiene molto  di più e con molti meno rischi.
13/09/2007 | Cavalli a scuola bruno giongo
Roma, 23 Maggio 2012
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