Umbria, cavallo ucciso a colpi di badile
DUNQUE, LE COSE sono andate così: il giorno di Natale, a Trevi, in Umbria, un commerciante di cavalli prende un badile e massacra un baio di tre anni. Per essere sicuro di non sbagliare neanche un colpo, soprattutto sul muso, lega l’animale ad un albero con un nodo scorsoio intorno al collo. Ad ogni movimento le corda stringe fino all’asfissia. Tutto questo perché il cavallo non obbedisce agli ordini. Qualcuno sente lo strazio dei lamenti e chiama i Carabinieri. Conclusione: il cavallo morto spappolato, quel tritacarne, cui la natura ha dato per sbaglio sembianze umane, denunciato. Di contorno veniamo a sapere che in un'altra parte del globo, lungo la linea autobus che da Varsavia porta a Lviv, in Ucraina, un gruppo di poney, compressi sottovuoto spinto dentro il bagagliaio di un pulman, schiatta. Piccolo il mondo, eh?
Non abbiamo idea se il traghettatore di morte d’oltre Cortina, come avremmo detto una volta, sarà ‘attenzionato’ dalla magistratura locale. Ci limitiamo a dubitarne, felici di essere smentiti.
Sappiamo però che in Italia esiste una legge che punisce i maltrattamenti sugli animali. E’ la legge 20 luglio 2004 n. 189. Il ‘Titolo IX-bis – Dei delitti contro il sentimento per gli animali” (fate caso alla differenza: non ‘contro gli animali’, ma ‘contro il sentimento per gli animali’. E’ il ‘sentimento’ umano che viene tutelato, non l’incolumità degli animali!!!) contempla l’articolo 544-bis che dice: “chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi”. Domanda: esiste qualcuno in Italia che, a meno di recidiva, abbia mai scontato tre o diciotto mesi di effettiva galera? La forbice tre/diciotto mesi di detenzione sta, evidentemente, ad indicare un rapporto di proporzione fra la gravità del reato e la pena. Seconda domanda: l’efferatezza il caso di Trevi non renderebbe necessario accompagnare il massimo della pena con una perizia psichiatrica, per verificare anche la pericolosità sociale di chi si è macchiato di un simile delitto? A scanso di equivoci, sgombriamo subito il campo da possibili interpretazioni strumentali: niente è più lontano da noi del giustizialismo sommario. Ma riteniamo che con il crimine di Trevi sia emersa soltanto la punta di un iceberg insanguinato che dovrebbe, a nostro parere, indurre il legislatore riconsiderare i criteri di punibilità. Ci limitiamo a ricordare che nei delitti contro la persona i ‘futili motivi’ vengono considerati aggravanti.
E infine, una considerazione che vuole essere anche il lancio di una proposta. Chi ha a che fare con i cavalli, a qualsiasi titolo e per qualsiasi ragione, deve essere sottoposto a certificazione che ne attesti l’idoneità. Le capacità professionali sono importanti. L’equilibrio psicologico pure. E’ una questione di tutela e prevenzione. Cioè, di civiltà.


























