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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Olimpiadi amarcord. Paolo Angioni racconta
come nel '64 il mondo si inchinò all'Italia

OLIMPIADI 1964 a Tokyo. L'Italia conquista le due nedaglie d'oro nel concorso completo di equitazione e sbalordisce il mondo intero. In squadra sono Mauro Checcoli (oro individuale), Paolo Angioni, Alessandro Argenton e Giuseppe Ravano. Dopo 48 anni Paolo Angioni ha voluto rivivere le sue emozioni nella prova di cross in questo racconto avvincente.


18 OTTOBRE, domenica mattina, poco dopo le sette. Piove. In scuderia c’è preoccupazione intorno a me, molte attenzioni per il mio cavallo. Nella notte King ha avuto una forte colica con febbre che è scomparsa verso le cinque del mattino. Ovviamente non me lo dicono. Tutto procede apparentemente come il solito. Su “Il Cavallo Italiano”, rivista ufficiale della FISE, il commendator Ennio Marongiu scrive nella cronaca della gara: «Pioveva incessantemente dalla sera prima; faceva un freddo barbino; il fondo era tutto un impasto di fango per cui nello stesso steeple, senza contare i tratti di marcia e di cross che in alcuni punti erano veramente rovinosi, il cavaliere doveva preoccuparsi di dove far passare il proprio cavallo». Monto e vado al trotto alla partenza. Sono il primo a prendere il via. Tra me pensavo con qualche preoccupazione al fatto che è emozionante e rischioso inaugurare la prova di fondo di una Olimpiade, la mia prima Olimpiade, io cavaliere da concorso di salto con non più di cinque completi alle spalle. Faccio il peso. Metto nella copertina porta piombi alcuni etti di piombo per raggiungere con la sella il peso minimo prescritto: 75 chilogrammi.. Alle 9.30 prendo il via. Pioviggina e c’è nebbia. Il cavallo va bene. La prima marcia, fase A, è su terreno buono, strada battuta e asfalto. Getto via le tavolette di piombo. Arrivo alla fine della prima marcia con sei minuti e sei secondi di anticipo. Smonto. Il cavallo sta bene. Germano controlla la ferratura. Tutto a posto. Assicuro la cinghia del sottopancia e la sassinga. Accorcio di quattro buchi gli staffili. Monto. Mangilli mi dice: «Ti ho messo per primo apposta perché sei il più sicuro. Pensa alla squadra. Si baseranno su di te».

PRENDO IL VIA lascio che il cavallo si metta sulle gambe e galoppo con prudenza, deciso, ma non come sono abituato ad andare con King. Il terreno è pesante. La fronte degli ostacoli dello steeple è larghissima. Continua a piovigginare. Allungo dopo i primi due ostacoli. Galoppo senza forzare. Poi saprò che ho galoppato a 675 m/m. Il cavallo non sbaglia un salto, undici ostacoli, undici partenze grandi. Guadagno quasi il massimo, punti positivi 32. Il massimo è 37.60 galoppando a 690 m/m. Mauro galopperà a m/m … 720! Giuseppe a 671, Sandro a 684. All’arrivo dallo steeple iniziano di seguito i 13.920 m della seconda marcia. Continua a piovere, il terreno è pesantissimo, specialmente nella prima parte si sprofonda nel fango. Smonto e faccio un bel pezzo a piedi correndo, fin che ce la faccio. Il cavallo sta bene e il fiato è buono. Lo sento sul collo. Rimonto. Quando posso galoppo lentamente, andatura meno faticosa del trotto a 250 m/m. Arrivo in anticipo di 43 secondi alla sosta di 10 minuti. Smonto. Il veterinario di servizio che esegue il controllo mi fa un gesto come per dire «ottimo, complimenti». Posso continuare. E, poco prima della partenza per il cross, la respirazione di King è tornata quasi normale. Allungo di due buchi gli staffili. Monto. Mi sento bene e carico, anche se non so proprio alcunché del percorso. Prendo un galoppo abbastanza tranquillo. Mi assicuro il primo ostacolo. Sul quarto, un largo di sbarramento ferroviario, controllo la distanza. E’ l’unica volta. Poi prendo un galoppo veloce, non il massimo che King potrebbe tenere. Non so quale sarà la condizione del cavallo dopo la metà, come sarà alla fine. Non posso rischiare. Le parole di Mangilli mi hanno messo sull’avviso. Ma non calo mai l’andatura, fino alla fine. Prima dell’ultimo ostacolo, che è lontano, in leggera discesa, allungo.

A mETA' PERCOTSO riconosco la voce di Piero d’Inzeo che mi grida “Vai Paolo!”. La sua voce, la voce del maestro che non voleva che andassi a lavorare ai Pratoni, mi dà la carica. Sono emozionato perché sento che tutto sta andando per il meglio, per noi che non volevano che partissimo (“quattro ragazzini senza alcuna possibilità”) e che eravamo partiti da Roma con la tenue speranza di finire il percorso! Taglio il traguardo della fase D e sono finalmente felice, anche per i miei compagni che ora sanno quel che potranno richiedere ai loro cavalli. Surbean e Scottie galoppano più di King, Royal Love quanto King. Posso dire, senza presunzione, che la velocità di King, primo a partire, ha dato l’impronta alla prova di fondo. Bisogna galoppare. Do due pacche sul collo di King e gli grido “bravo!”. Percorro gli ultimi 1980 metri di galoppo (fase E, messa apposta per ... «defaticare il cavallo»!) a 478 m/m anziché a 330, tanto il cavallo sta bene. Saprò che ho percorso i 7200 m del cross a 553 m/m anziché a 570, guadagnando punti positivi 71.20 anziché il massimo, 80.80, se avessi galoppato a 570 m/m. Riporto a mano King in scuderia e lo consegno a Marcello, più felice di me. Abbraccia il cavallo. Finalmente possono raccontarmi quello che il cavallo ha passato la notte prima. Non ci faccio gran caso, perché mi sembra impossibile tanto King è andato bene. Penso ad altro. Sono fradicio. Passo in albergo, il Seizan hotel, trasformato nel nostro villaggio olimpico.

TUTTE LE SQUADRE, tutti i dirigenti, la giuria, la FEI, compreso il suo presidente, il principe Filippo d'Edimburgo, abitano lì, non c'è altro a Karuizawa, piccolo villaggio sulle colline del distretto di Nagano, lontano 150 km da Tokyo. Mi cambio velocemente per andare a vedere gli altri. Arrivo in tempo per vedere l’inglese capitano Templer, il grande favorito della vigilia, un tipo abbastanza borioso, eliminato per 3 scarti sul numero 12 o 13 del cross. Il cavallo scarta a sinistra e Templer alza due volte la frusta a destra! Da principiante. Vedo Mauro nello steeple e nel cross galoppare come un treno. Impressionante. Nel galoppo finale dopo il cross, con 32 chilometri e 46 salti nelle gambe, Surbean tira due sgroppate. Incredibile, ma vero! Nel cross ha galoppato a 603 m/m guadagnando il massimo degli abbuoni, 80,80 punti. Terminata la prova, torno in albergo. La hall è piena di gente. Quando  esco dall'albergo per raggiungere la scuderia, sulla porta un giapponese sorridente mi guarda e stende il braccio destro alzando il dito pollice. Non capisco e neppure immagino cosa possa significare quel pollice alzato. Forse un «in bocca al lupo» ritardato. Non ci faccio caso. Sto pensando alla condizione di King dopo la prova. Quando ritorno in scuderia mi dicono che siamo primi. Non ci credo. Non è possibile.

L'ITALIA è prima. Checcoli è primo e io quinto nella prova di fondo. Incredibile. Non so dire come mi sento in realtà. Felice? Dispiaciuto per quello che non ho fatto? Preoccupato per domani? Trattengo ogni emozione. Non è finita la gara. Domani ci saranno la visita veterinaria e il percorso di salto. La sera, alla lettura del risultato ufficiale, dopo l’addestramento e la prova di fondo, l’Italia è veramente prima, Checcoli secondo, io settimo, Ravanp quattordicesimo, Argenton tra gli ultimi. Se avessi montato il suo Scottie (che in principio era stato assegnato a me) sarei al suo posto e lui al mio. Se avessi guadagnato i 15.20 punti di abbuono che mi sono mancati nello steeple e nel cross, sarei quarto. Siamo assaliti dai giornalisti. Saranno, se tutto andrà bene, le prime medaglie d'oro e d'argento dell'Italia a Tokyo. Andrà meglio, perché l'inglese Richard Meade, primo dopo le prime due prove davanti a Mauro, nella terza prova, il salto ostacoli, farà un disastro per l'emozione di essere primo, scendendo all'ottavo posto e Mauro, freddo e lucido, completamente affidato all'abilità nel saltare di Surbean, sarà netto, primo, oro.
I giornalisti non hanno mai sentito parlare del concorso completo, mai sentito nominare. Non conoscono i nostri nomi. Arrivano le telefonate da Tokyo, poi le televisioni. Il principe Filippo d'Edimburgo, presidente della FEI, si congratula con noi. Il generale Lequio, presidente della FISE, cerca di nascondere la commozione. Ma non ci riesce. Arrivano le prime telefonate dall'Italia. Noi non abbiamo modo di telefonare, di avvisare i nostri cari. Ci consegnano il telegramma di Raimondo d'Inzeo e di Graziano Mancinelli da Tokyo che non sono potuti venire a Karizawa.
La sera, finalmente, mangio con appetito.

PERCHE' ABBIAMO VINTO

Per tanti motivi, ma uno solo è il principale, e non è una chiusa retorica: un uomo di cavalli, Fabio Mangilli, competente, addestratore, già esperto cavaliere nella specialità, ha preso su di sé tutta la responsabilità, ha avuto da un presidente della federazione, il generale Tommaso Lequio di Assaba, che non avremo più per competenza, per prestigio, per classe, per autorità il sostegno necessario, ha scelto i cavalli di qualità da fare completamente, ha scelto i cavalieri, giovani, appassionati, motivati soltanto dal desiderio di lavorare per dare il meglio (niente premi in denaro), ha organizzato intorno a cavalli e cavalieri il ristretto ambiente più adatto per il lavoro, scegliendo i collaboratori e allontanando tutte le inutilità, ha lavorato per tre anni in un vero ritiro monacale equestre, affrontando, con la consapevole calma di chi sa guardare lontano, le difficoltà della preparazione e dell’ambiente, ignorando le parole di critica, talvolta malevole, che sono state fatte su di noi, non ha delegato, non è sceso a compromessi, ha applicato e ha fatto applicare fedelmente e coerentemente la sua idea di equitazione.
A Tokyo i cavalli erano i più preparati come condizione. Nel rettangolo, quattro ragazzi alle prime armi, abbiamo fatto miracoli senza essere cavalieri competenti ed esperti nella disciplina. In campagna la squadra più giovane dell’Olimpiade, sia per l’età dei cavalieri sia per quella dei cavalli, ha dato una lezione anche di stile, con cavalli che galoppavano e saltavano come la nostra equitazione vuole, così come erano stati preparati e montati durante tutta la preparazione, liberi, lasciati al loro formidabile istinto.
Per completare con obiettività la cronaca aggiungo che un po' di fortuna occorre. Qual è stata la nostra? Per esempio: il migliore cavallo della squadra degli USA è stato abbattuto durante il volo per Tokyo. Dava da matto e metteva in pericolo il volo.
In questa cronaca, in poche parole, si trova il fondamentale perché della vittoria: una lezione da non dimenticare.