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  • Gli anni d'oro della stampa ippica - 7
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  • Giuseppe Moscuzza
  • 16/09/2009

Gli anni d'oro della stampa ippica - 7

ADESSO IL CAMPIONATO dei giornalisti drivers è stato assemblato a quello degli universitari e si è creato un vero e proprio circuito nazionale per le due categorie, che si vorrebbero entrambe propedeutiche all’attività futuribile di gentlemen driver o magari di allievo guidatore. Una volta, negli anni 70, il campionato era una emanazione della regionalizzazione dell’albo dei giornalisti. Tante regioni, tante eliminatorie regionali, i cui vincitori confluivano nella finale che era sempre itinerante. Insomma ai giornalisti che volevano divertirsi in sediolo era destinata una sola corsa l’anno nell’ippodromo regionale stabilito, chi era più bravo o fortunato ne poteva fare al massimo due, partecipando alla finale. Troppe, diranno i sempre presente e trinariciuti detrattori delle guide amatoriali. Rispettando l’opinione di tutti, in realtà erano poche perché alcune regioni avevano semiprofessionisti egemoni che impedivano agli altri di fare la necessaria pratica, sicchè lo spettacolo era sempre raccapricciante. Altre regioni avevano necessità opposte, ma non abbastanza cavalli da offrire alla pletora dei colleghi, ed alla fine stavi anni senza beccare un posto dietro le ali dell’autostart. E la qualità era sempre pessima.
Esempi, purtroppo personali, di cosa voglia dire pessima qualità: una volta in testa con Uaddan andai così forte senza accorgermene, che ai 400 finali la povera cavalla iniziò a tentare di sedersi sulla stanga del sulky per riposarsi…Un’altra volta (3 partenti) ero favorito ma non riuscii a battere un cavallo che andava da 1.25. Una volta mi andò bene, anche troppo. Era il 79, Beppe Berti, il mattatore delle corse giornalisti di Tor di Valle, lasciò le redini al figlio Gianni che vinse come di consueto l’eliminatoria regionale ed io venni secondo con un certo Ghimbo, a 200 metri da Gianni. La giuria scoprì che Gianni aveva danneggiato un concorrente dandogli una giornata di appiedamento, in pratica estromettendolo dalla finale che si sarebbe tenuta a Torino a novembre. Senza meriti speciali, fui per la prima volta ammesso alla finale nazionale.
A parte gli aspetti sportivi, l’evento fu l’occasione per conoscere da vicino per la prima volta la realtà ippica torinese dalla parte della stampa. Scoprii l’enorme umanità di Angelo Conti, (anch’esso in pista avendo vinto l’eliminatoria piemontese) poi diventato prima firma di cronaca nera alla Stampa, la simpatia di Bruno Perucca, la verve di Salvatore Salerno, fotografo dell’ippodromo che ancora doveva scoprire il Brasile che poi diventerà il suo secondo paese. Con un Franco Pinna ancora in erba, la sala stampa era ancora orfana dei fratelli Viberti, ma già assiduamente vissuta da Mario Bruno, sempre disponibile e cordiale, e dallo spinoso Pierluigi Guglielmini, sul quale la vita già meditava la tragica esperienza  che pose fine alla sua scapestrata gioventù, quando in un incidente d’auto in cui era coinvolto si ferì gravemente il fratello, poi spirato durante un drammatico intervento operatorio effettuato dallo stesso padre, chirurgo alle Molinette. Mezza Torino dei giornali era al pranzo della stampa (c’era già Guido Melzi, quello che 20 anni dopo vendette l’ippodromo di galoppo alla Juve, impossibile evitarlo), fu molto gratificante avere una full immersion con la situazione ippica locale, scoprire un clone al gianduiotto della nostra realtà romana all’ amatriciana. Al tavolo anche Ezio De Cesari, che doveva fare la Juve all’indomani e che non aveva saltato la vigilia all’ippodromo, e Giorgio Mihalich, venuto a controllare sia me che De Grassi, allora suo collega nella sala stampa del Montebello.

MARIO BRUNO fu subito disponibile, mi spiegò tutto di Norengo che mi era stato affidato per sorteggio da Sinanovich:” Non preoccuparti, se ti fai male l’ospedale è lì vicino, in un quarto d’ora sei lì…” Un’occhiata alle performances del cavallo sembrava dare ragione ai suoi avvertimenti: molte rotture e nessuna vittoria recente. Milan Sinanovich, del quale non mi sfuggì la somiglianza con Sergio Nunziata, fu più rassicurante di Bruno, e non perse occasione per prendermi sotto braccio e tastarmi i bicipiti. Il che mi diede da pensare che probabilmente Norengo era un cavallo che stiracchiava un po’. “Va bene, ma quanto?” Era la domanda che mi facevo ed alla quale avrei avuto tragica risposta alla terza corsa.
   Alle prime due corse era favorito William Casoli, De Cesari lo giocò e lui perse malamente entrambe le corse. Ezio non mancò di cercarmi, vestito di bianco e rosso che sembravo una mongolfiera insanguinata, per dirmi: “Ti gioco, alla peggio non c’è due senza tre…”. Norengo entrò in pista tirando come un bufalo, e non smise mai. Andando sempre più forte. Ma era destino che le cose quel giorno mi andassero bene: avevo l’uno e quando la macchina raccolse i cavalli il mio iniziò subito a cercare di battere il capo dentro la rete. Bum, botta numero uno. La retina lo raccolse e lo rimandò indietro, come un trampolino, di un mezzo metro. Si arrabbiò e di nuovo cercò di magiare la macchina. Botta numero due, indietro di un’ altro mezzo metro. Allora si arrabbiò davvero e si lanciò a testa bassa per mordere la rete, ma in quel momento la macchina allungò e senza sapere come, badando solo ad aggrapparmi forte dove potevo, mi ritrovai in testa. Uno venne ad affiancarmi, io ero letteralmente sdraiato per terra, vidi il suo muso scomparire presto dietro la mia schiena. Il primo giro passò così, a fare a chi tirava di più, alla fine dell’ultima curva sentii rumore di zoccoli dietro di me ed entrammo in retta d’arrivo. Chi non ha mai affrontato al comando la retta d’arrivo di Torino non ha idea di che cosa significhi davvero la parola: lontano. Solo quando hai visto quanto è lontano il disco del traguardo a Torino sai davvero cosa voglia dire, ed è ormai troppo tardi per tornare indietro.
 
FATTO STA che allentai un po' la presa sul morso del cavallo, più che altro perché letteralmente sfinito, e lui ripartì, non so come, ma ripartì. Da allora della giornata mi restano foto di me che come un imbecille alzo la frusta sul traguardo, come se la vittoria fosse stata merito mio. Guidatori contenti, proprietari felici e trofei a iosa. La sera fui premiato al Circolo della Stampa e Mihalich mi prestò una sua giacca perché, allora come ora, meno vado in giro con la giacca e meglio mi sento, ma quella sera non potevo proprio andare in maglione. C’era anche De Cesari che non perdeva occasione per dire a tutti quelli che salutava : “Ho giocato due volte Casoli ed ho perso, una volta Moscuzza ed ho vinto. Ma dove andremo a finire di questo passo…” Intanto ero quasi a 6 ed allo stadio, all’indomani, andò con un bel “più” nelle tasche. Per merito di Norengo.
Fu comunque una delle ultime annate del campionato giornalisti in questa formula. Dopo qualche anno i giornalisti guidatori diventarono una vera categoria, con tanto di sponsor Snai, che collaudò il famoso logo “Scommetti che ti diverti”, lo mise sulla schiena di giubbe di vari colori ed a ciascun giornalista affidò la sua brava giubba del colore più gradito. La categoria selezionò, grazie al circuito che si aprì che in pratica offriva a tutti coloro così bravi da trovarsi un cavallo la possibilità di fare una diecina di corse l’anno in quasi tutti i più importanti ippodromi italiani. Il circuito divenne a punteggio, i primi 8 accedevano ad una finale (doppia) in pista da 1000 metri, alla pari. Fu un’ottima esperienza: grazie all’esercizio diventammo tutti più bravi, si scoprirono i talenti di colleghi come Bombacci, Bonfichi, Filabozzi, i fratelli Giorgio e Paolo Viberti, Dino Diana,Montesano, Sangregorio, Re David, De Grassi, Benassi (da poco scomparso) e delle “ragazze” Marcella Greco, Paola Palmieri e Laura Sparnacci, anch’essa morta qualche anno fa, oggetto d’una incredibile aggressione a Capo Verde. Ne dimenticherò certo qualcuno, ed anche dei più bravi. Non vogliatemene. Ma vanno anche ricordati colleghi che non erano del tutto ippici, come Marino Bartoletti, ippico d’adozione e tra i più amati d’Italia, Enrico Albertosi, l’ex arbitro Menicucci. In fin dei conti, nell’ippica giornalisti e appassionati si dividono in due categorie: chi si è spogliato, vestito da guidatore o da fantino ed entrato qualche volta in pista e chi no. Noi eravamo quelli del sì.

7 - continua
       

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Giuseppe Moscuzza

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