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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Amarcord... lo Sportsman dei tempi d'oro

Dicevano che Arpisella fosse severo, dispotico, isolato nella sua torre d’avorio, per molti inavvicinabile, consapevole delle proprie conoscenze ippiche, uniche e mai più riscontrate in altri esperti del settore. Era esigente certo, nel  lavoro, ripeteva, si condensa la vita, da tutti pretendeva il massimo  anche dall’ultimo arrivato che ero poi io, in quella redazione dello Sportsman fine anni 50. Ma ti accorgevi invece che era diverso, comprensivo e tollerante per quanto lo consentissero i nostri  errori e le nostre distrazioni. 
Chi mi accolse a Lo Spoftsman in via Andrea Appiani 25 e comparve sulla porta che recava la targhetta del giornale in un mattino d’agosto fu Giovanni Rivano, alto, gli occhiali sulla cima al naso e un’espressione sorpresa nel trovarsi davanti come aiuto un ragazzino che di cavalli intendeva assai poco, e lo ammetteva candidamente perché la sua passione era sempre stata il calcio, Altafini, Rivera e prima ancora Green e Nordhal, il Milan insomma, e di Camici, Parravani o addirittura Federico Tesio, il Soldo e de Montel ignorava ogni cosa. La redazione era scarna, il direttore Antonio Arpisella non abbandonava mai la macchina da scrivere, un ticchettio continuo,incessante, parole tra noi col contagocce, si sussurrava più che discorrere come si fa oggi con molto chiasso negli uffici, un’atmosfera conventuale. E poi Giovannino Rivano, infallibile nelle correzioni, nemmeno un refuso che si poteva fare a gara col Corrierone di quei tempi anche lui preciso e senza svarioni tra le righe, e Nino Gianoli responsabile del trotto e il papà di Nino, Alfredo, solerte nelle registrazioni e a sua volta amante del sulky e dei suoi protagonisti. Le giornate erano tutte uguali,  io compilavo tabelle e prestazioni, il primo step, conoscevo alla perfezione scuderie, sesso e mantello dei tanti purosangue in attività, e  subivo già il fascino delle corse estere, Inghilterra soprattutto, con articoli e foto ritagliate dal Daily Telegraph che gelosamente custodivo in un cassetto.
Arpisella ogni tanto diceva che il puledro cresceva bene, che i progressi si vedevano , e si riferiva al mio impegno e alla mia passione, finché un brutto giorno all’ippodromo di Monza, il vecchio Mirabello fatto di legno che sembrava Deauville, il signor Nino cadde e si fratturò una gamba. Senza direttore il mondo parve crollarci addosso, smarriti e increduli di quella sventura, per quanto dal suo letto al Gaetano Pini, Arpisella fosse prodigo di suggerimenti e di indicazioni preziose. Ma sentirlo lontano ci affliggeva, ci rendeva tristi e silenziosi, si parlava appena  in redazione,  che adesso erano mormorii e frasi troncate a metà.  Intanto con la portatile in mano salivo sulla circonvallazione del 30 e correvo al Gaetano Pini , dove il signor Nino mi aspettava impaziente. “Ecco la quinta colonna” esclamava con fare bonario pronto a dettarmi di lì a poco la presentazione di un gran premio o qualche appunto che finiva tra le notizie sempre numerose dall’Italia e dall’estero.
D’estate Arpisella seguiva le aste in Normandia operando importanti acquisti su commissione. Di solito era il padre Riccardo a trasferirsi a Deauville per una vacanza di lavoro. Ma dopo l’infortunio, il direttore si risolse ad abbandonare il “nido dell’aquila”, lasciò lo Sportsman nelle mie mani, con Baraldi (deus ex machina del settore galoppo presso la Sire) a sostenermi nell’impresa e fu presente sul mercato francese come non era mai successo. Stringato al telefono diceva soltanto “bene, avanti così” poi riattaccava.  Ci guadavamo allora sorridenti con occhi trionfanti, ma più che altro per noi era un sollievo, una paura esorcizzata.