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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Addestrare i cavalli...imparando ad ascoltarli!

Non c'é miglior mentore del nostro cavallo, se siamo in ascolto. 
Nella mia vita equestre ho avuto il privilegio di montare tanti cavalli. Pur avendoli amati tutti, solo con gli ultimi ho potuto instaurare una vera relazione. Oggi vi parlo di Cukorfalat, cavalla ungherese del 2000, con la quale ho condiviso un percorso dal 2012 al 2015.
Ho lavorato Cukorfalat per tre anni, come cavallo della formazione istruttori Ecole de Légèreté.
Lei era il cavallo più leggero alla gamba che io avessi mai montato; aveva la finezza e l'impulso di un purosangue nel fisico di un holstein. Quando cominciammo a lavorare insieme era incappucciata, o in alternativa forzava la mano. Aveva una bella incollatura, ma ogni qualvolta cercavo di togliere il peso dalle mani con delle piccole demi-arrêt, si rovesciava facilmente, lasciando infossare il garrese tra le spalle. Con il tempo, la pazienza, il lavoro sulle flessioni laterali, la ricerca di una messa sulla mano corretta, la cavalla è diventata molto più piacevole da montare.
Grazie al suo carattere forte, in gran parte causato da approcci non corretti, ho intrapreso, in parallelo all'Ecole de Légèreté, la via del Natural Horsemanship.
Cukorfalat mi ha insegnato la fermezza, la lealtà, la pazienza e il coraggio più di ogni altro cavallo. Con lei ho capito che occorre guardare oltre le apparenze; come quando le tolsi i ferri, scavalcando l'opinione di molti, tra cui quella del mio maniscalco. “Ha i piedi piatti come un purosangue, non camminerà, te ne pentirai!”. “Falafel” non ha mai smesso di camminare, anzi, in tre mesi trottava dritta e meglio di prima.
Grazie a lei ho consolidato l’equilibrio in sella, perché era capace di gesti teatrali, a volte pericolosi, dei quali, purtroppo, solo molto dopo trovai spiegazione. Mi ha dato la perseveranza, come quando mi impuntai a non volere aiuto per caricarla sul van, sebbene lei si rifiutasse di salire, esternandolo chiaramente con tutto un repertorio di difese.
In questi anni passati assieme ho capito che in una relazione conta di più la qualità che la durata, e anche se tra noi ci sarebbe stato ancora così tanto da trasmettere, il beneficio che entrambe -mi auguro- ne abbiamo tratto, è stato enorme.
Nel corso del 2015 Falafel ebbe una serie di problemi di salute che impedirono quasi del tutto l’attività addestrativa. Si è trattato dell’anno equestre più difficile che mi sia fin’ora capitato, e proprio per questo ne sono uscita con un bagaglio di esperienza sostanzioso.
Ricordo e ricorderò sempre l'ultimo giorno che la montai. Era il 4 novembre 2015, poco prima di Fieracavalli. Il tempo era bello e nell'aria si percepiva ancora un certo tepore. Non le mettevo la sella da quasi tre mesi, usciva al prato molte ore tutti i giorni e la portavo a trottare e galoppare nei prati alla corda. Il giorno prima l'avevo vista davvero in forma, bella nei movimenti e con una grande energia. La guardai negli occhi e capii che quello era il giorno di riprovare, così la pulii bene e la preparai. Misi la briglia, che avevo sempre usato nell'ultimo periodo di lavoro. Montai e andai al passo nel lungo prato adiacente ai paddock e al campo in sabbia.
Quel giorno valse tutto il lavoro, le attese, le veglie notturne, i risultati mai raggiunti.
Presi le 4 redini e lei fu in mano, leggera, attenta. Eseguimmo al passo tutte le figure che conosceva, in una perfetta armonia, e così al trotto. Fece al meglio le partenze al galoppo dal passo su tutti e due i piedi, le transizioni, l'estensione di collo col garrese sostenuto davanti a me. Dopo tutta la lunghezza del prato al galoppo, tirò una delle sue sgroppate migliori, come a rammentarmi che mai l'avrei avuta del tutto. Il tutto durò una mezz’ora al massimo, poi smontai, la liberai da tutti i finimenti e la lasciai mangiare erba e rotolarsi.
Ero felice, in quella mezz’ora avevo avuto il meglio che potesse darmi. Fu il suo modo di dirmi addio, morì due settimane dopo.
Ho voluto condividere con voi questo momento speciale, per trasmettervi l’idea che quando sappiamo chiedere il giusto, e con perizia, non sono poi le settimane o i mesi in cui non lavoriamo più il cavallo a vanificare il nostro addestramento. Certo, è necessario capire se siamo in grado di insegnare qualcosa. Ma se la risposta è si, allora il tempo diventa un nostro alleato. È il tempo per meditare, per godere di una relazione diversa, che si costruisce fianco a fianco anche senza chiedere niente. Tutto va rapportato al tipo di sforzo fisico che si richiede. La mia cavalla aveva mantenuto una condizione fisica sufficiente grazie al continuo movimento consentito dalla vita all’aperto e quotidiane sessioni di lavoro da terra in cui il trotto e il galoppo non superavano mai i 30 minuti, ovviamente intervallati da passo e pause. Se ne avessimo avuto la possibilità, avrei ripreso a montarla non più di una volta a settimana, per poi passare lentamente fino a due- tre volte al massimo man mano che la condizione sarebbe migliorata.
Ora ho un puledro lusitano di 5 anni, a cui voglio dare tutto il tempo necessario di svilupparsi con equilibrio nel fisico e nella mente. Lo monto da due a tre volte a settimana, generalmente due in rettangolo e una sul prato (specialmente nella stagione fredda, tassativo il riscaldamento da terra, alla corda o alla mano). Un giorno usciamo in passeggiata, a piedi e/o dalla sella, e i rimanenti lavoro con lui da terra nelle condizioni più varie possibili includendo piccoli ostacoli e nuovi oggetti da esplorare.
Il lavoro da terra prevede stimolanti sessioni in libertà, che io preferisco considerare gioco, o anche semplici uscite in capezza in cui la maggior parte del tempo si mangia erba, si annusa l’aria e si scoprono nuovi posti interessanti. Il resto del tempo è vita all’aperto, più a contatto possibile con gli altri cavalli. Nel momento in cui si presenta qualche difficoltà nella progressione dell’addestramento, provo a risolvere con calma e fermezza nel corso di qualche giorno. Se il problema persiste, ho imparato a cambiare programma. Si fa altro, si cambia luogo di lavoro, a volte non si lavora affatto. Cerco di dimenticare io stessa la situazione problematica, e i “problemi” spariscono puntualmente da soli. Pensare “da cavallo” è anche questo; impariamo a lasciare andare. Contrariamente a quanto si possa credere, a nessun cavallo piace creare problemi di proposito. Saranno loro stessi a darci la possibilità di essere in armonia, ma per questo occorre dedicarsi e dedicare tempo.