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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Carrara, "il cavallino" di Arturo Dazzi indica il futuro

Il cavallino di Arturo Dazzi
Il cavallino di Arturo Dazzi

Davanti all’entrata dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara mi fermo: le cave che hanno scavato le montagne, che ne hanno tagliato il cuore, sono un bagliore lontano, ma sempre presente alla vista. Non c'è modo qui di alzare lo sguardo  e non trovare questa ferita profonda che scava il paesaggio, che lo caria di anno in anno. 

Due ragazze giapponesi parlano tra loro sedute sui gradini. Quest’oro bianco ha dato un carattere di internazionalità e arte a una città che è poco più che un paese, una cittadina di provincia che ha avuto nel marmo la sua fortuna. 

Una bidella accaldata mi indica con un cenno la biblioteca e in fondo ad una piccola scala, mi ritrovo nel silenzio dei libri, ognuno carico di immagini, pieno zeppo di inchiostro.

In questo giorno afoso di fine luglio, la bibliotecaria ha lasciato il mio libro alla ragazza che la sostituisce, ma quando quest'ultima alza la faccia dal cellulare trovo l'ennesima asiatica che non decifra una sola parola di italiano e della mia richiesta di cercare tra i cataloghi “L’arte del cavallo”, lei capisce solo una parola e con la punta del dito indica la statua al centro della stanza.

È così che ho conosciuto il “Cavallino” di Arturo Dazzi, opera che obbedisce a un tale realismo che non si può che chiedersi, al primo impatto, cosa ci faccia un puledro in mezzo alla stanza di una biblioteca.

Dazzi visse a Carrara tra la fine del 1800 e la prima metà del ‘900 e se i carrarini, gente anarchica e dura come le sue rocce, non gli perdonarono la sua adesione al regime fascista, si legarono invece ai suoi cavallini in un rapporto affettuoso. Il Dazzi  riprodusse sempre lo stesso soggetto con diverse pietre. Proprio così, come un allevatore, lo scultore cercò di migliorare la “linea di sangue” del suo puledro unendo la medesima forma a diversi marmi locali.

Non solo infatti si può ammirare la scultura della biblioteca, ma anche un'opera identica a cui la gente del posto è legatissima: un identico cavallino in piazza Farini. 

Il cavallo, e ciò che richiama dentro di noi, diventa una forma a cui l’artista si ispira e a cui l’uomo comune si lega e il Dazzi si dovette ancora una volta comportare come un equestre quando qualcuno saltò in groppa alla sua scultura e, come in una doma precoce , spezzò le zampe del puledro di marmo. 

Fu così che lo scultore si prese la briga di ripararne gli arti spezzati e lo mise al sicuro all'interno del cortile della biblioteca (una scuderia  pregiata si potrebbe dire) e riprodusse un’altra statua, identica ancora una volta, che riposò al posto del cavallino danneggiato. 

Dazzi si comportò come un allevatore ma non sviluppò mai questa idea di cavallo, rimase fedele al gusto classico, identico a se stesso, replicò sempre il medesimo puledro seppur in diverse colorazioni della pietra: il bardiglio come fosse un manto dal baio al grigio. Ma i suoi cavallini non crescono mai. 

Mi avvicino al cavallino nero della biblioteca, al centro della sala. “Lo scolpì compasso alla mano” dicono, con una fedeltà anatomica impressionante e in effetti questo puledro se ne sta qui assorto, pensieroso quasi, lontano ancora dagli archetipi che il cavallo adulto rappresenta.

Mi avvicino alla statua. “A che pensi cavallino?” bisbiglio.

Il manto, la superficie del marmo nera, esalta le sue fattezze in modo quasi erotico, di una sessualità acerba ed efebica. Qua dentro, questo puledro è come un’idea, perfetto, la polvere del marmo bianco che sporca il popolo degli apuani, non lo imbianca.

 Ancora negli anni cinquanta i cavalli tiravano la "mambruca", il carretto che trasportava le lastre di marmo fino al porto. È a questa fatica che è destinato il cavallino del Dazzi?

Allungo la mano e con le dita sfioro la superficie lucida della pietra. 

La ragazza asiatica, come allarmata, lascia il suo cellulare e si avvicina. 

Il linguaggio dell’arte non ha bisogno di parole e la tensione di questa piccola statua, quel segreto che nasconde nel voler essere, rappresentare per ognuno di noi qualcosa che non è solo un cavallino, è concentrata nella sua forma.

 Ed è questo forse ciò che rappresenta, in una biblioteca piena di giovani studenti, questo cavallino: un'attesa ed è compito nostro riempire questo spazio vuoto, privo di movimento, trasformarlo in occasioni, possibilità, risultati.

“In scuderia è nato un puledro,” dico piano alla ragazza anche se lei non capirà, “si chiama Futuro.”