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  • Le conseguenze del tedio sulla mente dei cavalli
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  • Maria Lucia Galli
  • 13/06/2016

Le conseguenze del tedio sulla mente dei cavalli

Girovagando per una scuderia deserta, durante un torrido agosto romano, la mia attenzione fu catturata dal particolare comportamento di una giovane e simpatica purosangue araba. Si trattava di una cavalla fortunata. Una di quelle, per intenderci, che aveva potuto fruire, durante tutto il periodo estivo, della presenza quasi costante del suo cavaliere o, in momentanea assenza di questi, di un nutrito numero di amici (di entrambi), mobilitati a turno a portarla fuori, farla sgambare un poco e, perché no, rimpinzarla di coccole e carote.
Pure in quel momento (il sole cocente di agosto, riesce a far desistere pure i più valorosi ippofili), la sua folta corte di ammiratori e aspiranti scudieri si era per un attimo dileguata alla ricerca del bar più vicino che, dato il periodo e le abitudini romane, non poteva essere certo vicinissimo.
Fatto sta che lei si annoiava.
Legata ai due venti, si è lungamente guardata intorno con aria rassegnata per vedere se qualcuno o qualcosa, nel raggio di trenta metri, riuscisse ad attrarre la sua attenzione.
Niente.
Persino i cani dovevano aver programmato una siesta all’ombra di qualche albero lontano e quanto ad altre forme di vita, dalla sua particolare posizione, non riusciva a individuarne alcuna. E’ stato allora che, per quanto la sua condizione glielo consentiva, ha proteso il collo e piano piano, con aria pericolosamente soddisfatta, ha cominciato a spostare ritmicamente il peso del proprio corpo prima su un anteriore e poi sull’altro: dondolandosi.
Molto interessata, dal mio invisibile posto di osservazione, ho fatto rotolare un sasso. Il rumore repentino è riuscito a distrarla producendo, come era prevedibile, una immediata interruzione del comportamento. Le pietre hanno però il difetto di essere inanimate. E così dopo qualche tempo, l’oscillazione è ricominciata per interrompersi poi definitivamente, quando suoni di voci e rumori di sportelli le hanno segnalato la rinnovata presenza di figure umane.
Osservandola mi è tornata alla mente una frase di K. Lorenz “quando un animale vuole qualcosa che non riesce ad ottenere si esprime quasi sempre attraverso i movimenti propri dell’incedere, o accennandoli o addirittura servendosi di certi segmenti di essi”.
E’ esattamente ciò che aveva fatto la nostra simpatica amica. E’ purtroppo quello che fanno, in maniera costante e stereotipata, tanti cavalli meno fortunati di lei che, condannati a prolungate prigionie nei box, rispondono alla solitudine e alla noia con quella deleteria attività che siamo soliti chiamare ballo dell’orso.
Questa riflessione, lungi dal fornire risposte, apre ad una ulteriore serie di interrogativi.
Perché la costante frustrazione di un bisogno o l’acutizzarsi di un generale senso di insoddisfazione producono proprio una risposta di tipo motorio? Probabilmente perché questo è uno dei pochi atti sempre a portata di “zampa”, è cioè un gesto che qualunque essere vivente può compiere volontariamente. A ben riflettere, anche l’atto di alimentarsi appartiene allo stesso genere di azione e non a caso, tra i così detti vizi di scuderia (e il nome è già ampiamente rivelativo del problema), ne troviamo altri due: il tic d’appoggio e l’abitudine di masticare il legno, che sono strettamente interconnessi al nutrirsi.
Ma quale è il vantaggio che l’animale ricava attraverso l’instaurarsi di questo meccanismo compensatorio? Qui la risposta comincia a farsi più difficile.
Indubbiamente il cavallo scarica una tensione lungamente accumulata a livello neuro- motorio, o tenta di vincere la noia attraverso l’utilizzazione di ciò di cui dispone: se stesso.
Tutto logico e credibile, ma forse c’è qualcosa di più. Somministrando ad alcuni cavalli affetti da patologie del comportamento delle sostanze atte a inibire la produzione di endorfine (cioè di un trasmettitore chimico prodotto dall’organismo che è alla base dei sentimenti di piacere et) alcuni studiosi americani  hanno ottenuto l’interruzione spontanea del comportamento indesiderato. Il che non significa ovviamente che si possa risolvere il problema attraverso la semplice utilizzazione di un farmaco, non solo perché alla lunga darebbe effetti collaterali indesiderati, ma soprattutto perché l’origine del problema non è nella testa del cavallo, ma piuttosto nell’ambiente che lo circonda. L’esperimento dimostra però due cose estremamente importanti e sulle quali sarà bene riflettere. L’instaurarsi dei “vizi di scuderia” ha come unica finalità il raggiungimento di uno stato di benessere psico-fisico altrimenti inibito e non è da porre in relazione con alcun meccanismo autolesionistico di cui gli animali ( con l’unica eccezione dell’homo sapiens) sembrano essere del tutto immuni.
La seconda riflessione è che il sistema nervoso dei nostri amici equini ha questa volta in comune con il nostro la capacità di produrre oppiacei fisiologici in grado di compensare, attraverso sensazioni gradevoli, lo stato di disagio cui il soggetto è sottoposto.
E fuor di dubbio che la stereotipia tipica del ballo dell’orso, o di ulteriori comportamenti anomali del cavallo, evochi  quella di altri animali confinati negli zoo o di esseri umani affetti da gravi patologie della personalità e, soprattutto in passato, relegati a vivere in condizioni  non idonee.
Recenti studi sugli effetti prodotti  sull’uomo da condizioni di deprivazione sensoriale o sociale (monotonia) hanno largamente documentato come questa condizione determini alterazioni del pensiero, modificazioni nella percezione dello schema corporeo, fenomeni allucinatori e influisca pesantemente sia sull’apprendimento sia sul processo di socializzazione.
Mi si potrà obbiettare che tutto questo è valido per noi umani, ma a prescindere dal fatto che numerosi etologi hanno ampiamente provato  la continuità evolutiva delle caratteristiche mentali tra la nostra e le altre specie animali, sono le stesse anomalie presenti nel comportamento del cavallo che dovrebbero segnalarci che qualcosa non va.
Ogni organismo vivente è dotato di un quantum di energia giornaliera da utilizzare per l’attuazione di movimenti o azioni geneticamente previsti. La mancanza degli stimoli ambientali necessari a trasformare in azioni queste potenzialità innate determina uno stato di sovraeccitabilità per scaricare la quale il cavallo si inventa modalità di comportamento abnormi. Può accadere così che un animale, lungamente confinato in un box, simuli la paura per oggetti che invece conosce benissimo o sviluppi un’aggressività innaturale tentando di mordere chiunque gli capiti a tiro.
In altre parole la frustrazione costante dei bisogni psicologici legati alla socialità e di alcuni moduli comportamentali innati ( soprattutto quello locomotorio, fondamentale per una specie che ha nella fuga la sua unica fonte di salvezza) sembrano determinare  comportamenti chiaramente patologici e predisporre il soggetto all’instaurarsi di malattie psicosomatiche. Così come per l’uomo, anche per il cavallo l’ansia, prodotta da uno stato di stress cronico, diviene presto un fenomeno cumulativo, che renderà  il soggetto  particolarmente predisposto all’insorgenza di coliche o ad altri seri problemi di salute.
Ma anche limitandoci al solo aspetto psicologico, resta il fatto che, a uno stile di vita innaturale, che genera sofferenza,  l’animale si adatta come può, ma il prezzo che paga è probabilmente l’ottundimento di parte delle sue facoltà intellettive e la perdita parziale del suo equilibrio mentale.   
Come  giustamente notava l’etologa francese Daniele Gossin “ messo nelle stesse      condizioni di vita del cavallo – 23 ore di inattività in uno spazio esiguo e un’ora di obbedienza passiva- un bambino sarebbe condannato allo stato di disabile mentale”
A questo punto alcune considerazioni sorgono spontanee. Anche volendo prescindere da quelle responsabilità etiche che pure coinvolgono chiunque scelga di chiamare un  animale  a far parte della propria vita, siamo sicuri che sia così costruttivo e gratificante nello sport come nel tempo libero, ritrovarsi come partner un cavallo nevrotizzato che nel migliore dei casi funzionerà a scartamento ridotto?
Non sarebbe meglio per l’equilibrio psicofisico di entrambi i membri della relazione equestre cercare di far vivere i nostri amici quadrupedi in un ambiente etologicamente sano non fosse altro perché, come si sa la nevrosi è uno stato d’animo molto facilmente… trasmissibile! 

Tratto dal Il cavallo e l'uomo

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