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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Yellowstone: com'è violenta la mia valle.

Kevin Costner nei panni dell'alllevatore
Kevin Costner nei panni dell'alllevatore

Cavalli. Bradi, addestrati, stalloni, puledri o fattrici. E poi manzi,  giovenche, vitelli, bisonti.  E ancora sciacalli dorati o serpenti che scrutano di lontano migliaia di equini e bovini condotti ai loro recinti dentro  enormi van lunghi anche 25 metri, o sospinti da elicotteri che li sorvegliano dall'alto. Senza contare il petrolio, le sale da gioco, i nativi americani, le riserve naturali, la speculazione edilizia: è il West, bellezza. Ma quello di oggi. Con le crudeli rudezze della tradizione, ma con apparati meccanici e tecnologici sconosciuti ai vecchi cow boy.  

A partire da venerdì 19 marzo è possibile vedere in chiaro e in prima serata  sul canale 27 "Yellowstone", protagonista Kevin Kostner, nel ruolo dell'allevatore John Dutton, proprietario della più grande tenuta di tutto Montana, vedovo, con quattro figli piuttosto problematici. La serie - che da noi è già stata mandata in onda da Sky - è ormai giunta alla quarta stagione, attualmente in lavorazione. Per il momento siamo a 29 puntate e, fin dalla prima inquadratura, "Yellowstone" rivela la durezza della propria cifra stilistica: vediamo una mano, che si staglia nel cielo, una voce che sussurra "meriti la libertà, ma posso solo offrirti una rapida fine", e poi un colpo di pistola. Kevin Costner ha sparato alla testa di un cavallo agonizzante, travolto da un tir uscito di strada, che ha ferito anche lui.

E' il biglietto da visita  di un'impresa televisiva ( Paramount Network) che ha un  innegabile respiro epico, ma che racconta una realtà inimmaginabile per noi europei: i cow boy vengono talvolta marchiati con la Y sul torace, usando lo stesso ferro che si usa per i bovini "perché imparino ad essere orgogliosi del luogo in cui lavorano"; ogni controversia viene superata a suon di pistolettate e, rispetto ai tempi di "Mezzogiorno di fuoco", si ha solo l'accortezza di nascondere i cadaveri per evitare le (blande) inchieste del Coroner. Dei quattro figli del patriarca, Betty - l'unica femmina  interpretata dalla bravissima  Kelly Relly, attrice anglosassone che sembra  sia stata svezzata con gli stivali camperos - porta lo stigma d'essere stata l'involontaria causa della morte della madre, che non le perdonava la propria insipienza in sella, e per questo affoga il  proprio dolore di vivere nell'alcol e nella promiscuità sessuale. Gli altri tre passano, come il padre, la più parte delle loro giornate a cavallo, anche se il maggiore sta per concorrere alla carica di procuratore.

Scritta e girata da Taylor Sheridan, cui si debbono dialoghi per nulla banali, "Yellowstone" ha grossi debiti con il teatro di Tennessee Williams, e prima ancora di Shakespeare, ambedue sapientemente saccheggiati per costruire conflitti familiari capaci di reggere una lunghezza fluviale. Ma quel che colpisce è il rapporto brutale e insieme affettuoso che i protagonisti hanno con gli equini e i bovini di cui si occupano. E' esemplare in questo senso una scena della terza puntata in cui Costner e il suo aiutante soccorrono una mucca a terra, che rischia di morire a causa di un parto podalico: con sveltezza, impegno e abilità i due riescono a tirar fuori il vitellino (la scena ha accenti di cruda ed efficace verità) e poi, vedendolo trottare via assieme alla madre, si interrogano su quanto è accaduto. " Ho aiutato a vivere un vitello che poi darà da vivere a me" ragiona il mandriano. " Dici così perché sei un cow boy" ribatte Costner, che conclude: " io che sono allevatore ti dico che prima avevo un capo morente e adesso ne ho due vivi. Ho triplicato il capitale". 

Grazie alla sua autorevolezza attoriale, Costner riesce a far digerire agli spettatori ogni gesto crudele del proprio personaggio, velato da una malinconia crepuscolare anche se pronto a tutto pur di difendere i figli e la proprietà (oppure la proprietà e i figli. La priorità cambia di volta in volta).  Ma in questa serie non si salva nessuno, se si esclude la giovane nativa americana, sposata a uno dei figli del patriarca, che sembra resistere alla prepotenza e alla crudeltà. Nessuno è soddisfatto di sé, tutti sono rosi dal male di vivere, ma nessuno riesce a immaginare un percorso che li conduca fuori da quell'inferno.

Su tutte  le tensioni che oppongono gli umani  campeggia lo sguardo  dei cavalli, dei bovini e di qualche sparuto bisonte, fortunosamente  sopravvissuto allo sterminio delle mandrie di un secolo e mezzo fa: sono giudici inermi e muti, sono gli unici veri eroi di una serie che  ha la capacità di mostrare come l'America delle grandi praterie sia incantevole dal punto di vista naturale, ma inemendabile dal punto di vista politico e prima ancora antropologico: un uomo può considerarsi tale se ha una pistola, se sa fare a botte, se sottomette i deboli e le donne. E' in questi  campi verdi che Trump ha raccolto i propri consensi e trovato i propri sostenitori.

 

P.s. Nella scorsa rubrica ricordavo un piccolo bellissimo film da me recensito due anni fa, e intitolato "Rider, il sogno del cow boy".  La regista Chloé Zaho, a cui avevo predetto un grande avvenire, ha vinto con il suo nuovo film "Normandland", già premiato a Venezia, anche il "Golden globe". A soli 34 anni.