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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Vivere per vincere

L'attrice Spencer Locke  nel ruolo di Amberly Snyder
L'attrice Spencer Locke nel ruolo di Amberly Snyder

Può un piccolo, modesto, film suscitare grandi interrogativi? Ebbene sì. Questo è ciò che accade vedendo sulla piattaforma Netflix un film intitolato "Work. Ride. Rodeo". Come spesso succede in questi ultimi anni, il film è ispirato alla vicenda di un personaggio realmente esistito, quasi che gli sceneggiatori non abbiano più la capacità di inventare: qui si rievoca la figura di una giovane campionessa di Rodeo di nome Amberly Snyder, nata nel 1991, rimasta paralizzata alle gambe dopo un terribile incidente automobilistico, ma capace di darsi, ancora convalescente, tre inderogabili parole d'ordine: "Lavorare. Montare. Fare il rodeo". Nel giro di quattro mesi sarà di nuovo in sella, legata con una cintura di sicurezza al suo cavallo, il baio oscuro di nome Power, e riuscirà ad andare a podio in una delle più importanti competizioni dell'anno, l'American Arlington Texas. Pur rimanendo per l'intera sua vita sulla sedia a rotelle.

Il film è la classica pellicola per ragazzi (a mio vedere ai giovani spettatori occorrerebbe offrire prodotti di altissima qualità, cercando di formare il loro futuro gusto estetico, come - a loro modo - tentano di fare la Disney e la Pixar, senza limitarsi a pantografare il già visto) che racconta la forza d'animo di una giovane amazzone segnata dalla sorte ma capace di trovare il proprio riscatto esistenziale tornando in gara e superando il suo handicap.  Forse addirittura negandolo, perché Amberly gareggia con i normodotati. Il tema se gareggiare tutti insieme non è nuovo: l'atleta Oscar Pistorius aveva chiesto di fare le Olimpiadi, e non le paraolimpiadi (e gli era stato negato). E in questo caso c'è di mezzo il lavoro e la bella condizione del bravissimo  baio Power  che, senza fare una piega,  porta verso  il successo un' amazzone che non ha modo di aiutarlo fasciandogli il costato. Un vero campione, a cui però - nel film - la giovane protagonista non dedica alcun pensiero affettuoso. Amberly ha in mente un unico obbiettivo: la gara. L'agonismo. Poiché le parole ci dicono molto, occorre ricordare che la radice di agonismo è la stessa di agonia. E che talvolta - oserei dire spesso - in nome dell'agonismo si frantumano rapporti e si massacrano cavalli. Ma l'America è una società intrinsecamente fondata sulla capacità di primeggiare nella vita, a partire dalla piccola gara organizzata nel cortile della scuola. Competizione come metafora dell'esistenza, come simbolo perfetto di  una società dove non c'è posto per i perdenti. Tanto che Amberly quando arriva seconda in un rodeo - prima dell'incidente - esclama: "il secondo è il primo dei perdenti e questo non mi va".

In questo film, la rinascita fisica e morale di Amberly non è la riconquista di una vita il più possibile ricca e fervida. Non è la storia di una passione finalmente ritrovata, grazie alla sua determinazione e tenacia.  E' la storia,  temo del tutto inconsapevole, di una ossessione: per la gara e per la vittoria. In questo senso è facilmente comprensibile come il bellissimo baio oscuro Power sia solo un mezzo e non un fine.

Una storia molto simile è stata raccontata in un piccolo film di cui abbiamo scritto in questa rubrica nel settembre del 2019 "Rider, il sogno del cow boy". Diretto dalla regista Chloè Zhao, racconta di un giovane Sioux ferito in un incidente di rodeo, che rischia la vita pur di tornare a montare. Ebbene, quel film - girato con modestissimi mezzi - è il perfetto contraltare di questo: lì non si racconta la storia di una ossessione per la vittoria, perfettamente congrua alla struttura della società americana, ma piuttosto di una strenua passione per il rodeo. Spiegando come lo stare a cavallo - al di là delle gare - è per il protagonista un elemento fortemente identitario, e per questo irrinunciabile. In "Rider" non giunge il lieto fine, sotto forma di una coccarda o di una coppa. La rinuncia all'idea di possedere un cavallo "tutto per sè" e la necessità di passare le proprie giornate a fare il commesso in un supermercato schierano il protagonista - che appartiene a una etnia sterminata dai coloni e dunque storicamente sconfitta - nell'esercito dei perdenti.  Condizione  che la Amberly del film rifiuta con orrore.  Per lei la  sconfitta non ha diritto di cittadinanza. Nasce il dubbio che la vera e tenacissima Amberly - persino più bella della deliziosa attrice che la interpreta -  coltivi  un mondo personale  più ricco e più fervido: si è laureata in agraria, tiene dei corsi per accettare la propria disabilità a chi è colpito da menomazioni simili alla sua,  sulla sua pagina Facebook non parla soltanto di  agonismo.  E forse ama il suo baio Power, che è ancora con lei - considerandolo un fine e non un mezzo. Speriamo.