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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Un uomo chiamato cavallo, o meglio… “ronzino”!

«… Oh tu, sapiente incantatore, chiunque tu sia, a cui toccherà di contare questa peregrina storia, ti prego di non dimenticarti del mio buon Ronzinante, compagno mio inseparato in tutte le mie vie e peregrinazioni».

Ricordate l’inseparabile compagno di Don Chisciotte investito del ruolo di destriero e testimone delle sue prodi imprese? A buon diritto, Ronzinante può essere condierato uno dei cavalli più famosi del mondo della letteretura. Certo, lo sa bene anche Cervantes, non sarà Bucefalo o Babieca, ma di sicuro entrerà nella leggenda come «il primo di tutti i ronzini del mondo»: «Andò poi a vedere il suo ronzino e, nonostante tante crepe negli zoccoli e avesse più malanni del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli sembrò che né il Bucefalo di Alessandro né il Babieca del Cid gli potessero stare a pari».

Questo famosissimo animale ha assunto il ruolo di vero e proprio personaggio nella splendida versione teatrale del “Don Chisciotte” di Francesco Niccolini che, non appena usciremo da questa emergenza, tornerà a calcare i palchi dei teatri di tutta Italia, interpretata da Alessio Boni, che ne firma anche la regia, insieme a Roberto Aldorasi e Marcello Prayer.

Oltre alla bravura degli attori (da citare assolutamente anche Serra Yilmaz nei panni di Sancho Panza), a colpire è proprio la resa del mitico Ronzinante, un cavallo meccanico a dimensione naturale, abilmente mosso in scena da Nicolò Diana, attore, acrobata, burattinaio e stuntman, che è riuscito ad animare con ironia e incredibile veridicità il fido compagno di Don Chisciotte. 

Ed è proprio Nicolò a raccontare ai lettori di Cavallo2000 come è nata questa idea e come è riuscito a calarsi negli “zoccoli” di un cavallo:

Come è nata l’idea di creare proprio un cavallo meccanico?

Il cavallo è stato ideato da Alberto Favretto, che è uno straordinario artista veneziano cui è stata appunto commissionata l’opera. In realtà quando si lavora con questo tipo di “creatura da animare” la regola suprema è quella di poterla costruire insieme a chi poi la dovrà muovere. In questo caso non è stato possibile, però in corso d’opera diciamo che il cavallo è stato adattato alle mie mani, attuando una serie di piccole modifiche. Per esempio il meccanismo per muovere le orecchie a un certo punto è stato cambiato, perché mi risultava scomodo. La stessa cosa con il sistema per muovere il collo, perché potesse permettere la più vasta gamma di movimenti ed espressioni.

Quindi, come ti è stato proposto il ruolo di “Ronzinante”?

È stato un caso particolare, un’occasione fortuita, forse un segno del destino, oserei dire. I produttori dello spettacolo cercavano una figura che potesse occuparsi dell’uso del cavallo meccanico di cui dicevamo prima appunto. E così la produzione  si è rivolta a mio padre che ha una società di allestimento di spettacoli, gli hanno chiesto se avesse un ragazzo con queste abilità. E lui ha pensato subito a me. Sono figlio d’arte, con la mia famiglia abbiamo una compagnia di teatro la “Compagnia di Arte&Mestieri” e ho sempre partecipato alla costruzione di marionette e pupazzi, in particolare mia madre ha un laboratorio nel quale ho vissuto fin da quando ero piccolissimo. 

Ho collaborato in laboratori e spettacoli di teatro per l’infanzia, faccio arti marziali da quando avevo 4 anni, acrobatica, arti circensi, poi break dance, sto studiando per diventare istruttore di kung-fu, e lavoro come stuntman per la “ EA Stunt”, quindi ho una preparazione in questo senso che mi piace convogliare nei personaggi che interpreto.

Puoi svelarci come fai a muovere il cavallo in scena?

Io sto sotto la struttura e assumo delle posizioni di kung-fu. Ce n’è proprio una che si chiama la posizione del cavallo: la gamba anteriore con il 70 per cento del peso e la gamba posteriore con il 30, la prima piegata, mentre l’altra è distesa. Questa posizione permette una incredibile stabilità che mi consente di sorreggere il grande peso. Il mio braccio destro è all’interno del muso, proprio nel posto dove sta il cervello; ho un manico fatto ad hoc con una stampella, due tiranti che ho realizzato io artigianalmente, collegati a due perni che fanno girare tramite un elastico le orecchie. Controllo la coda tramite l’altra mano, che mi permette di anche di spostare fisicamente tutta la struttura. 

Deve essere molto faticoso, in effetti, portare sulla groppa Don Chisciotte, che sale, scende, ti trascina, per tutto lo spettacolo…

Il cavallo pesa 150 chili, con l’attore sopra si raggiungono 220 chili. A questo si aggiunge la pendenza del palco, che può arrivare al 5%. Sono sempre attivo per due ore, tutta la durata dello spettacolo: è veramente molto faticoso. C’è tanto sudore dietro, tanta concentrazione, questo però mi fa sentire a livello carnale, animale, il lavoro che svolgo, è anche grazie a questa fatica che posso raggiungere il massimo coinvolgimento. 

Che cosa provi, interpretando il cavallo?

Sono totalmente in ascolto e al servizio dell’animale stesso, ogni volta interpreto il linguaggio del corpo del cavallo in modo diverso, ogni replica è unica in qualche modo. È stato un lavoro molto lungo, per andare ad affinare sempre di più ogni azione, mantenendo però la freschezza, l’immediatezza che è una cosa fondamentale e non deve assolutamente andare persa.

Anche qui mi è venuto in soccorso il kung-fu: lavorare le forme, ovvero le sequenze di movimenti, ad occhi chiusi sviluppa la propriocezione, ovvero la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio. Questo mi ha aiutato molto ad acquisire consapevolezza del palcoscenico e di chi mi sta intorno.

In certe scene chiudo proprio gli occhi e mi lascio trasportare dall’anima del cavallo. E mi sento totalmente un tutt’uno con l’animale che divento e sono.

La veridicità e la sensibilità con cui fai agire il cavallo è tale che fa subito supporre allo spettatore attento che tu abbia una buona dimestichezza con i nostri amici preferiti… è così?

Sì, è proprio così. Infatti ho lavorato per un periodo con Ciampacavallo Onlus, un’associazione che fa ippoterapia e lavora proprio sul rapporto con il cavallo, utilizzando la doma dolce e senza imboccatura. Mi ha sempre appassionato dal punto di vista etologico questo animale e la relazione che si instaura con l’uomo. Per questo pensare di riprodurre il linguaggio non verbale e il suo modo di comunicare mi ha subito affascinato.

Ronzinante è “soltanto una macchina”, ma si ha davvero la sensazione che sia un essere vivo…

Esatto, infatti abbiamo tutti in compagnia, con cui ho una complicità rara, non io soltanto, sviluppato un rapporto particolare con la macchina: lo trattiamo proprio come se fosse vivo. Chi passa, per esempio, gli fa una carezza, ci parla. Quando lo osserviamo, magari mentre è da solo sul palco prima o dopo una replica, si ha davvero la sensazione che sia un cavallo vero. 

Qual è la cosa più difficile?

Il lavoro di naturalezza autentica, perché ha dietro un lavoro intenso, quasi marziale appunto. Dopo la centesima replica non ricadere nelle stesse routine o in un appuntamento fisso, dare quegli accenti diversi ogni sera, in base alla propria energia, emotività, e interazione con la situazione contingente, questo è davvero complesso, anche se poi è impagabile una possibilità espressiva nevrile e mi sento totalmente nutrito da questa dinamica.

Voglio aggiungere, ringraziando Nicolò per aver svelato ai lettori di Cavallo2000 i suoi “segreti”, che, a testimoniare la magia di Ronzinante, è premiata dal pubblico che li acclama, alla fine dello spettacolo, con un lunghissimo applauso che senz’altro è il premio più ambito per un attore, così come per un cavallo la più affettuosa delle carezze da parte del suo cavaliere.