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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Un giorno di ordinaria straordinarietà: incontro con Sara Morganti

Sara insieme alla sua Royal nella foto di Marta Fusetti
Sara insieme alla sua Royal nella foto di Marta Fusetti

Era da tanto che non vedevo Sara. Cerco di fare il conto mentre mi dirigo in macchina verso il centro equestre “Terre Brune” di Coltano, dove Sara si allena da diversi anni e dove tiene i suoi cavalli.

È proprio lì che ci siamo conosciute, un freddo pomeriggio di febbraio del 2014. Dovevo realizzare un pezzo da inserire in un libro dedicato alle Ippovie, che raccontasse la sua storia, dando la notizia dell’assegnazione del Pegaso d’Oro per lo sport, conferitole pochi giorni prima dalla Regione Toscana. Era la prima volta nella storia che questo importante riconoscimento veniva affidato a un paralimpico: una battaglia vinta, quella per ottenere l’apertura anche agli atleti paralimpici del premio di “sportivo toscano dell’anno”. Una donna, disabile, mette al tappeto il pugile fiorentino Fabio Turchi, che arriva dopo di lei: una vittoria incredibile. Che certo non è l’unica nella vita di Sara Morganti che in più occasioni è stata “la prima”.

È stata, per esempio, anche la prima atleta dell’equitazione paralimpica ad essere tesserata in un Gruppo Sportivo militare o di Corpi Civili dello Stato: le Fiamme Azzurre, pochi mesi fa, a febbraio 2021.

 

L’ultima volta che ci siamo incontrate invece è stato il 24 settembre del 2018, per la cerimonia organizzata a sorpresa con il Comune di Pisa al suo rientro dagli Stati Uniti: al collo due ori conquistati ai Campionati del Mondo degli sport equestri di Tryon. Le facemmo una sorpresa, complice suo marito: le inventò una scusa, dicendole che prima di tornare a casa dovevano assolutamente passare in un posto. Sara era sfinita, ma disse di sì, sorridendo, ne sono certa. Perché Sara è una che di no non lo sa dire, e un sorriso non lo nega a nessuno.

Ed è quello che ritrovo subito, il suo sorriso, anche se nascosto sotto alla mascherina le illumina gli occhi: non ci vediamo da due anni e mezza ed è come se fosse passato un solo giorno.

 

Sara è originaria di Barga, dove risiede ancora la sua famiglia, ma a Pisa ci vive, ormai da diverso tempo, con il marito Stefano Meoli, un ufficiale dell’esercito che fa parte in tutto e per tutto del suo “team” ed è in ogni occasione il suo primo e più accanito fan; a Pisa si allena con i suoi tre cavalli: Royal Delight, Ferdinand di Fonteabeti e Mariebelle.

Attualmente è campionessa del mondo in carica nella disciplina di paradressage freestyle e tecnico; 24 volte campionessa italiana, con 2 argenti e 4 bronzi ai campionati europei, ha ricevuto dal Coni la medaglia d’oro al valore atletico e, per l'impegno e il prestigio che negli anni ha portato all'Italia, è stata ricevuta sia dal Papa che due volte dal Presidente della Repubblica per consegnarle il “Collare d’oro” al merito sportivo paralimpico, considerata la più importante onorificenza sportiva.

 

“Per prima cosa fammi vedere la cavallina nuova”, saltiamo i preamboli e andiamo verso le scuderie.

Non importa che Sara mi indichi la sua nuova compagna perché ha giù tirato fuori la testa dal box per salutare il suo arrivo: Marie le soffia sul viso e sulle mani, sono bellissime insieme e non vedo l’ora di osservarle al lavoro. “Con Marie è stato amore a prima vista – dice Sara continuando a coccolarla – era arrivata qui destinata al salto, e invece l’ho voluta per me. È giovane, ha nove anni, ma sta lavorando molto bene, oltre ad essere dolcissima e molto collaborativa”.

Sara mi spiega che è una caratteristica importante nel suo caso: non è facile trovare il giusto connubio tra capacità tecniche e buon carattere. Mariebelle sta affrontando molto bene gare internazionali nei ring di tutta Europa, la prossima sarà a metà maggio in Austria. “Non so ancora se sarà pronta per Tokyo, sto cercando di prepararla al meglio e gareggiare con lei per permetterle di raggiungere il punteggio necessario”. Perché oggi l’obiettivo è questo: le paralimpiadi di Tokyo che, pare sicuro, si svolgeranno in settembre, nonostante la pandemia e con tutte le precauzioni del caso. Facciamo un rapido saluto anche a Royal, signora di mezza età (16 anni) piuttosto “sipigna” tipica espressione pisana per dire “bisbetica”, quasi che abbia piena consapevolezza del suo titolo: è l’unica cavalla infatti che ha vinto due mondiali consecutivi, nel 2014 e nel 2018 e che la rende, insieme a Sara naturalmente, campionessa mondiale fino al 2022. Diciamo che ha i suoi buoni motivi per darsi delle arie. Ferdinad non se la prende se lo salutiamo per ultimo, ci resta invece piuttosto male del fatto che mi presento a mani vuote: che maleducazione, neppure uno zuccherino, o almeno una carota!

 

In scuderia c’è un gran movimento: cani che gironzolano, bambini che puliscono i loro pony, Alessandro Benedetti, l’allenatore di Sara, ci saluta rapidamente dicendo che lui intanto prepara le cavalle insieme a Stefano e comincia a lavorare. Così noi abbiamo il tempo per fare due chiacchiere al calduccio, nella club house, seguite dalle due canine di Sara: Elsa e Clementina. 

“Come stai?”. Le chiedo. Sorride: “Parliamo di cavalli che è meglio”.

Ha ragione, le ho fatto una domanda stupida. Perché tanto io, noi, non lo possiamo capire come si sta, con un dolore neurologico cronico per fido compagno che non ti molla mai, anzi a volte ti stringe così tanto che ti sembra di non poter neppure respirare. Quando decide, per esempio, che un braccio non lo muovi più, oppure sceglie di piazzarsi in mezzo alla schiena e poi si distende ovunque: dal collo alla punta dei piedi. Sara ci convive, con questa compagnia, da quando aveva 19 anni e il primo giorno di primavera ne compie 45: fanno 26 anni. 

I cavalli sono sempre stati la sua grande passione, ha iniziato a montare a 13 anni e, quando dopo una serie di cadute dovute a improvvise e ingiustificate “perdite di forza” le diagnosticarono la sclerosi multipla la prima cosa che chiese al medico fu: “Ma posso continuare a montare a cavallo vero? Perché del resto non mi importa”.

 

Sara ha capito presto che una risposta alla sua domanda non gliela poteva dare nessuno, se non lei stessa. Non te lo può dire nessuno infatti che cosa puoi, o non puoi, fare nel lungo percorso di convivenza con questa malattia. Perché in realtà la risposta sarebbe fin troppo semplice: praticamente nulla. Ma lei non è d’accordo…

È così Sara. Sorride, fragile come le ali polverose di una farfalle, e lotta, forte come una leonessa. Prima di tutto con se stessa, con quella voce che le sussurra all’orecchio ma chi te lo fa fare. Fai due lavori per mantenerti tre cavalli, devi fare riabilitazione, terapie del dolore sempre più potenti, lascia perdere. E invece lei non molla. Sceglie ogni giorno, con fatica, di non mollare. E vince. 

“Non lo faccio per me – mi spiega – lo devo alle persone che mi amano, alla mia famiglia, a mio marito, ai miei allenatori. È talmente tanto quello che fanno per supportarmi… cercare di non mollare è il minimo che posso fare in cambio”.

Si affaccia Stefano, dicendo che è ora di iniziare l’allenamento. Con il disappunto delle canine che si erano acciambellate in braccio a noi al calduccio ci dirigiamo verso il campo, coperto perché con questo vento non è il caso di montare fuori.

 

Alessandro, il suo allenatore, ha lavorato una mezzora Mariebelle: questo è “permesso” anche in gara, perché Sara è stata classificata come grado 1A (i gradi non indicano la capacità equestre ma vengono stabiliti con visite specifiche volte a capire attraverso dei parametri ben precisi la capacità residua di ogni singolo distretto del corpo, il suo è il più grave). Inoltre nel suo grado le figure previste vengono eseguite al passo; è permesso il trotto solo nel freestyle (si tratta di riprese con la musica).

Può sembrare a un occhio inesperto “facile” eseguire le figure soltanto al passo, ma questa visione è profondamente sbagliata. Sara lavora con fatica e dedizione ogni giorno per cercare di eliminare sempre di più quei “messaggi sbagliati” che il suo corpo, di sua iniziativa e “disobbedendo” alle sue richieste, passa al cavallo. Tutto si gioca sulla continua ricerca di messa in atto di strategie alternative che servano a ovviare i problemi derivanti dalle singole disabilità. Ottenere lo stesso risultato con strategie diverse, e che cambino seguendo l’andamento spesso imprevedibile della malattia. 

Stefano “le dà gamba” e aiuta Sara a sistemarsi in sella: i suoi piedi vengono fissati alle staffe, le mani agganciate alle redini perché non si muovano. Sara indica al cavallo la direzione da seguire attraverso il movimento impercettibile di due lunghe fruste che tiene parallele al corpo dell’animale. A vederli lavorare si direbbe che glielo chieda con il pensiero, di “appoggiare”, girare a destra, sinistra, fermarsi. 

 

Sara e Marie sono un’unica figura che si staglia nella luce dorata del campo, i loro cuori si sincronizzano e battono insieme, si muovono come se fossero una creatura magica: il corpo possente ed elastico di cavallo, la figura esile e dritta di una piccola donna.

Tutto passa, il cervello si svuota, scaccia il pungolo costante del dolore, solo in sella Sara riesce a farlo, lo lascia a terra, mentre si eleva per raggiungere un luogo dove la sua malattia è solo un limite per il corpo; è la mente a guidare, mente e cuore che si espandono: se puoi pensarlo, puoi farlo. Se puoi sentirlo, è vero.

Lavorano molto bene, Sara e Marie, Alessandro le corregge, ma soprattutto le loda, Sara scherza, dice che è merito mio e che devo tornare più spesso. Magari. Saranno i cavalli, sarà il clima che Sara riesce a creare intorno a sé: l’amore, la forza del gruppo, la fiducia, che in lei ripongono sia le persone che gli animali è un profumo che riempie i polmoni, come l’odore amico del pelo del cavallo, del fieno, del cuoio. 

 

Sara cambia cavallo e lavora anche miss Royal. Quando lascia la sella per la sua carrozzina sono le sei e mezza passate e arriva il momento più bello. Dissellare i cavalli, asciugarli, riportarli nel box mentre Matteo, altro pezzo forte del team Morganti, prepara la cena.

Si crea fermento, i cavalli reclamano la loro razione, è calato il buio, siamo rimasti solo noi.

Ma la giornata di Sara non è ancora finita: l’aspetta la riabilitazione e poi lo studio; non contenta della sua laurea in lingue le mancano pochi esami per conseguire la magistrale in traduzione dei testi letterari e saggistici. Dopo Tokyo, però, perché – Sara lo sa bene – occorre concentrarsi su un obiettivo alla volta, e affrontare ogni giorno come una nuova sfida. E come un immenso, prezioso dono.