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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Un cavallo vietato ai minori

Un'immagine del film
Un'immagine del film

Ammettiamolo: il titolo di questo numero della rubrica cavalca un paradosso. Perché stiamo parlando di un film per ragazzi proposto dalla piattaforma Netflix, oggi più che mai frequentata, visto che le sale cinematografiche sono chiuse. Il film  (del 2019 e di produzione tedesca, ma con un titolo adatto al mercato internazionale) è "Rock my Heart" e fonda il suo intreccio sui classici paradigmi del cinema per i giovanissimi: abbiamo un giovane stallone ribelle di nome Rock my Heart, una diciassettenne cardiopatica, Jana, in lotta con il mondo degli adulti, e - sullo sfondo -  l'universo duro e competitivo delle corse al galoppo a cui spera di tornare un vecchio allevatore, ormai in bolletta, Paul Brenner.  C'è di che farne uno di quei film che - proprio perché raccontano cose già sentite, alla maniera delle favole - misurano la loro dignità sulla qualità della narrazione. Poco importa che si intuisca facilmente la trama, che si possano anticipare molti risvolti narrativi. L'importante è che il racconto sia ben fatto e soprattutto stia dritto sulle proprie gambe. Ecco, tutto questo in "Rock my Heart" non succede. E non per via della regia di Hanno Olderdissen, che è scolastica, ma non distratta o inefficace.  Quanto perché tutti gli ingredienti del menù sono tossici, falsi e improbabili.

Va ricordato che l'immaginazione, il paradosso, l'invenzione fantastica sono elementi fondativi delle favole. E - ripetiamolo, visto che è il centenario della nascita di un grande favolista moderno come Gianni Rodari - sono anche una meravigliosa chiave di conoscenza offerta ai ragazzini per conoscere il mondo, per intuirne i pericoli, per traversarlo con immaginazione e fiducia nelle proprie capacità. Con questi presupposti in una favola è possibile tutto: che un cavallo a dondolo diventi un destriero capace di galoppare fin sulla luna; che una ragazza possa esser rapita da un cavaliere sul suo ippogrifo; che arrivi una fata capace di tramutarla in una meravigliosa amazzone. Nulla è vietato, tutto è permesso. Ma non che, in un racconto di stampo realistico, una ragazzina gravemente cardiopatica vada a lavorare in una scuderia, domi uno stallone scorbutico, impari in due mesi a montare, ottenga la patente di fantino, partecipi a una competizione durissima, vinca la tenzone. Questa, per dirla con Almodovar, è "malaeducacion", è vendere fumo, è coltivare immotivati deliri di onnipotenza e incentivare la nefasta fretta che ormai connota ogni gesto equestre, convincendo così i ragazzi che montare, gareggiare, vincere è facile come bere un bicchier d'acqua. I giovani spettatori, o meglio i giovani in generale, hanno bisogno di fonti limpide, magari contrassegnate da una vocazione ricompositiva nei confronti delle difficoltà del mondo. Ma non di cialtronate.

Uno dei meriti del film di cui ho parlato nella scorsa rubrica "La Campionessa" (centrato su un argomento simile: la storia di una fantina vincitrice di una gara prestigiosa) risiedeva nella capacità di raccontare come diventare una persona di cavalli, saper montare, conoscere le attitudini dei galoppatori, valutare i terreni, l'eventuale condotta di gara, sia una faccenda complessa, non facile da apprendere. Al contrario, in "Rock my Heart" galoppa il pressapochismo degli sceneggiatori, che non risparmia nessuno dei personaggi: i genitori della protagonista cardiopatica, che la lasciano lavorare in una scuderia che neppure conoscono; il vecchio allevatore che pensa di assumere una minorenne e di insegnarle a montare e a gareggiare in due mesi; gli organi federali che accettano una atleta novizia senza alcun controllo medico. E mi fermo qui, perché l'elenco delle stupidaggini diventerebbe troppo lungo e noioso. Detto questo, il cavallo che interpreta "Rock My Heart" è  davvero bello, anche se  non mi sembra abbia la morfologia di un galoppatore, ma piuttosto  di un mezzosangue. 

Per uno spettatore "professionale" come me questo è solo un film con troppa carne al fuoco:  la malattia, il riscatto, la gara, l'operazione al cuore della ragazza, la tendinite del cavallo, la banca che protervamente allunga i suoi tentacoli finanziari sulla scuderia minacciando di mandare Rock my Heart al macello (quando, per dirla con un cinismo da efferato capitalista, uno stallone di tre anni che "fa i tempi" vale molto di più da vivo che da morto e, caso mai si azzoppasse, può essere messo in razza). Al contrario, un racconto del genere per un ragazzino è una bibita tossica. Per questo ritengo che questo film dovrebbe avere la scritta "Visione consigliata con la presenza di un adulto".  Di una persona capace di separare il grano dal loglio.

Resta comunque vividamente presente - persino in questa pellicola - la grande capacità che hanno gli animali di consolare gli sconcerti e le solitudini dei ragazzi, tanto spesso malcompresi dal mondo degli adulti. Da "FreeWilly" fino a "Black Stallion", emerge sempre e comunque una incontrovertibile verità: il mondo animale offre un prezioso universo emotivo a cui tutti i bambini e i giovani dovrebbero poter accedere. Si tratti di cavalli, di asini, cani, gatti, galline, conigli, criceti, pesci... noi abbiamo bisogno di loro.  Non soltanto in gioventù.