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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Un Cavallo, un simbolo di riscossa

Può un cavallo diventare il simbolo della riscossa di un Paese, appena uscito da un periodo difficile? Ma certo. Per restare dalle nostre parti, il simbolo del nostro boom economico è stato Ribot, il grande galoppatore della scuderia Dormello Olgiata che negli anni Cinquanta si ritirò imbattuto dopo due straordinarie stagioni di corse.  Ribot impersonava l'Italia che dopo la rovina della guerra si era messa a correre, affermandosi sulla ribalta europea. Ma prima di lui, negli anni Trenta, un altro galoppatore divenne una sorta di "bandiera della riscossa".  E' accaduto negli Stati Uniti, piegati e piagati dalla crisi del '29. Il suo nome è Seabiscuit, "biscotto di mare": gli sono stati dedicati monumenti, un francobollo, un libro e due film: il primo, del '49 intitolato "The Story of Seabiscuit", regia di David Butler, con Shirley Temple, ormai ventunenne, alla sua ultima interpretazione cinematografica.  E un secondo nel 2003 interpretato da una tripletta di attori d'eccellenza: il giovane Tobey Maguire (uscito fresco fresco dall'interpretazione de "L'uomo ragno"), il premio Oscar Jeff Bridges e un caratterista di ferro come Cris Cooper, Oscar anche lui come miglior attore non protagonista. Tre personaggi maschili tenuti assieme dalla figura di un cavallo da corsa a cui pochi credevano: Seabiscuit, appunto.
Questo galoppatore intreccia le vite di tre uomini messi alle corde dall'esistenza: il giovane irlandese (Maguire) ennesimo figlio di una famiglia di recente immigrazione, che se ne va di casa per  non essere una bocca in più da sfamare; il venditore di automobili (Jeff Bridges), che  pur bravissimo  non riesce  a evitare il fallimento della sua concessionaria, cui si aggiunge la morte di un figlio adolescente in un incidente e l'abbandono della moglie che lo considera responsabile di quella disgrazia. E per ultimo un cow boy (Cris Cooper) che non sa abituarsi alla meccanizzazione, alle autostrade, al tramonto di un mondo agricolo e antico. Nel film del 2003, diretto da Gary Ross, il "personaggio" di Seabiscuit è stato interpretato da dieci cavalli diversi. Tra questi, un purosangue di nome Fighting Ferrari (soprannominato Fred) che divenne famoso per la sua perfetta somiglianza con il campione. I produttori del film se ne innamorarono e decisero quindi di acquistarlo per cinquemila dollari e di trasferirlo in un ranch del Colorado, dove i turisti erano felici di farsi fotografare in sella alla "controfigura" (?) di Seabiscuit. Già, perché le gesta di Seabiscuit sono indelebilmente scolpite nella memoria americana. Laura Hillenbrand, autrice della sua biografia uscita nel 2001, ha scritto nell'incipit del libro: «Nel 1938, nell'elenco dei personaggi più famosi dell'anno, al secondo posto c'era Franklin Delano Roosevelt e al terzo Adolf Hitler. In testa alla classifica non c'era un uomo, ma un cavallo grassoccio, zoppo e testardo, guidato da un fantino sfortunato e cieco da un occhio. Il suo nome era Seabiscuit».
Il film, tratto da quella biografia molto romanzata, è riuscito solo a metà: grandi attori, forza epica, bellissime riprese. Ma sull'intreccio pesa l'eccessiva fedeltà al libro, molto dispersivo nel voler raccontare tutto e tutti. I primi venticinque minuti sono un antefatto inutile, poiché la storia  - anche per lo spettatore poco appassionato di cavalli - prende il via quando  viene finalmente  acceso il vero motore del racconto: quando, insomma, entra in scena Seabiscuit. Un cavallo - raccontano le cronache  - mangione e pigro. Assolutamente disinteressato alla competizione. Poiché nella vita di questo  campione si intrecciano il meglio e il peggio di quanto può esserci fra uomini e cavalli, ecco che il suo primo allenatore - intuendone i mezzi - lo mette alla frusta. Con l'unico risultato di farlo diventare un ribelle.  Che non vuole impegnarsi nelle corse. Accantonato il progetto di farlo gareggiare nelle competizioni importanti, l'allenatore indirizza il cavallo a gare poco selezionate. Ma non accade nulla: Seabisquit galoppa svogliatamente e non si piazza. Rimandato al pascolo, se la gode per sei mesi e quando viene rimesso in corsa con i "tre anni" comincia a distinguersi. Il venditore di automobili  Charles Howard - in cerca d'una rinascita emotiva dopo le sue molte sventure -  lo compra e lo affida a un  addestratore sui generis, Tom Smith, un ex cow boy famoso per non dire una parola agli uomini, ma capace di  farsi comprendere dai cavalli. L'addestratore non pensa all'allenamento. Né ai tempi.  Gli mette accanto dei compagni di giochi e di allegria: un quieto castrone, un cane e una scimmietta. Lo lascia pascolare a volontà. E comincia a cercare un fantino che abbia capacità empatiche, prima ancora che tecniche. La scelta cade su Red Pollard, un ragazzo irlandese di cattivo carattere, senza storia, ma che sembrava intendersi a perfezione con il cavallo.  
Il ragazzo - ma lo tenne nascosto per anni - era cieco da un occhio a causa d'una zoccolata. Però era la persona giusta: binomio funzionò e dette il via a una serie di vittorie che resero Seabiscuit il monarca dei cavalli americani del 1938. Inutile elencare qui tutti i successi inanellati da quel binomio. E neppure gli incidenti: Seabiscuit si lacerò quasi completamente un tendine e il suo fantino - montando un altro cavallo della scuderia -  si fracassò quasi contemporaneamente una gamba in più punti. Ospitati tutti e due in una fattoria per rimettersi in forze - ormai venivano considerati esclusi dall'agonismo - Seabiscuit e il suo fantino si rimisero in forma piano piano ( "in due abbiamo quattro gambe buone. Non è poi così male") passeggiando per la campagna circostante. Decidendo, contro ogni consiglio medico e veterinario, di scendere nuovamente in pista per competere nell'unico premio che Seabiscuit non aveva ancora vinto: il Santa Anita Handicap, che fece suo all'età di sette anni, nel 1940. Entrato ormai nella leggenda, Seabiscuit è vissuto in un ranch della California, meta di migliaia di visitatori che in quel cavallo vedevano l'emblema della loro riscossa. E' divenuto padre di 102 cavalli, ancor oggi ha un sito e una sua fondazione a suo nome. Un cavallo, una leggenda. Per quel che mi riguarda, un bellissimo esempio di carattere animale: perché alla frusta seppe rispondere nel migliore dei modi. Con uno sciopero.