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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Trotto amarcord: Mangelli, il conte-lavoratore.

LA MIA PRIMA IMMAGINE “da vicino” di Paolo Orsi Mangelli? Fine settembre 1959, Gran Premio Continentale a Bologna. Vince Erro, e l’anziano conte (quasi ottantenne) ritira la coppa dalle mani dell’ing. Riccardo Grassi, gestore dell’Arcoveggio. Contento, lo è. Ma qualcosa di lui sembra dire: sciocchezze, un mio cavallo che vince, sai la novità. L’uomo era anche questo. Il labbro pesante, scettico più che beffardo, indicava grande caparbietà e dominio degli altri, magari temperato da un rivolo di insopprimibile bonarietà targata Romagna. Comunque mi colpì, quell’uomo che 30 anni prima aveva dato rigore e grande vivacità, in Italia, all’allevamento del trotto; uno per il quale si era arrivati a dire “Chi non è mangelliano scagli la prima pietra”. 
In concreto, il merito storico di Paolo Orsi Mangelli fu quello di applicare criteri nuovi e, diremmo oggi, manageriali a un’attività fin a quel momento affidata a un generoso e sconclusionato dilettantismo, con la lodevole eccezione, verso fine ’800, del barone Roggieri nel modenese, di Franchetti a Mantova, e soprattutto del senatore Vincenzo Stefano Breda a Ponte di Brenta. Ma decisiva fu la svolta di Mangelli. Per cui il debito del nostro allevamento nei suoi confronti resterà imprescindibile: e fu giusto chiamarlo, ancora in vita, “padre del trotto italiano” o anche “il Tesio del trotto”.
Diviso tra il centro stalloniero delle Budrie a San Giovanni in Persicelo (presso Bologna) e il centro fattrici di Anzola (sempre nei paraggi del capoluogo emiliano), l’Allevamento mangelliano divenne per antonomasia l’allevamento-principe: e così lo chiamava il telecronista-principe, l’indimenticabile Alberto Giubilo. Di cui rammento altra piccola diligenza linguistica, chiamare nero-granato la giubba contarile, perché il secondo colore si rifà alla nota pietra (il granato), “mentre granata – sospirava (e talora scriveva) Giubilo – è né più né meno una scopa”.
Fu all’inizio degli Anni Trenta che il conte Paolo (nato a Forlì nel 1880, famiglia di vecchia nobiltà ma con il pallino del lavoro, così poco frequente, in genere, nei nobili) gettò le basi della sua impresa ippica, iniziando le famose serie alfabetiche che ne contraddistinsero la produzione annua prima di diventare caratteristica dell’intero allevamento italiano. Augias, Truax, The Laurel Hall e suo figlio Prince Hall, De Sota e Mc Lin Hanover gli stalloni dei primi tempi; Emiky Stokes, Alma Lee, Clova, The Duchess le grandi fattrici. Spesso questi tesori il conte li impiegava anche in corsa: per esempio De Sota (nato in America nel ’34 e importato nel ’37) vinse per Mangelli due volte il Gran Prix d’Amérique, guidato dal leggendario Alessandro Finn. A 4 anni, su una pista tedesca, stampò un sensazionale 17.9.
A, B, C…: nel 1931 parte il primo alfabeto, Brivio, Crispi, Dama i primi nomi d’una qualche importanza. E alla lettera F produzione già ai massimi livelli: il Derby di Roma registra nel ’39 l’en plein Floridoro-Filibustiere. In sediolo al vincitore il trentenne conte Orsino, che affiancherà poi in politica ippica e in prestigio il padre, quanto gli sarà consentito, va detto, dal dispotico piglio di quest’ultimo. Comunque alle redini lunghe Orsino se la cavò bene, anche perché al suo qualitativo puledro, nel Derby suddetto, fece da imprescindibile spalla il compagno di colori. E mi raccontava un giorno lontano alle Budrie  un anziano uomo di scuderia che l’augusta coppia si era anche un po’ arrangiata in corsa, “e non so chi dei due fu più… filibustiere”. 
Il conte Paolo non era stato sempre e solo cavallaro. Se è vero che nel 1911 il suo “tre anni” Babau aveva vinto il Premio d’Allevamento a San Siro, in tre prove, di cui la migliore in un pregevole (allora) 1.30, è altrettanto vero che per un paio di decenni si dedicò proficuamente ad altre cose. Tra i ghigni dei detrattori introdusse in Romagna la coltivazione del tabacco; si segnalò anche come produttore di frutta (metodi moderni, da lui “partecipati” ai piccoli coltivatori, che lo benedicevano) e come ideatore d’una più evoluta e redditizia industria casearia. Un vulcano.
Avviò a Forlì una grande fabbrica di filatura della seta e delle fibre artificiali (la Saom, Società Anonima Orsi Mangelli), seguita a Faenza da un altro opificio destinato alla produzione di calze femminili, le famosa Omsa che tutti ricordiamo anche per fortunati slogan televisivi. Omsa, che gambe. Ma le gambe che più gli interessavano tornarono ad essere quelle dei cavalli, e in questo ambiente arrivò a distinguersi anche come organizzatore e dirigente: in collaborazione con Federico Tesio propugnò l’istituzione dell’UNIRE (Unione Nazionale Incremento Razze Equine), stilando il testo del famoso decreto del 1942, che fu appunto chiamato “Legge Mangelli”.