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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Tiro con l'arco a cavallo, una disciplina che viene da lontano

Una  moderna amazzone sul suo cavallo
Una moderna amazzone sul suo cavallo

Il tiro con l'arco a cavallo trae le origini nel momento in cui l'uomo scopre che usare l'arco montando a cavallo per cacciare e combattere in guerra gli attribuisce un enorme potere.
Le popolazioni della Mesopotamia e dell'Asia centrale lo trasformano in un'arte, a sua volta adottata e perfezionata dagli arabi che la codificano in manuali, molti dei quali giunti fino a noi.
Anche Gengis Khan fece della cavalleria con arco l'elemento vincente che gli permise di fondare un impero che arrivò fino ai confini dell'Europa.
Gli indiani d'America costituiscono un altro esempio di leggendaria abilità, così come i samurai del Giappone che, ancor oggi, tramandano lo Yabusame, una cerimonia sacra di cui sono protagonisti gli arcieri a cavallo.
In Europa, il tiro con l'arco a cavallo rinasce a metà degli anni Ottanta grazie ad atleti ungheresi come Kassai Lajos, che ha ripreso le tradizioni dei cavalieri unni guidati da Attila, facendo nascere scuole e istruttori di grande levatura.
Una disciplina che, nel 2006, diventa ufficiale in Italia ad opera di Graziano Bombini, Paola Rosso e Manuele Gualdana: ottenuto il riconoscimento dalla Federazione Internazionale (World Horseback Archery Federation), vengono aperte le prime scuole che, dal 2019, sono seguite dalla Fitetrec.
Le gare si svolgono in più giornate, come nella disciplina del completo, e consistono in diverse prove. Le principali sono tre: ungherese, coreano e polacco.
Per tutte, l'andatura è il galoppo. Le prime due si svolgono su tracciati in linea retta con bersagli multipli posti sullo stesso lato. La terza, invece, è più complessa: i bersagli sono disseminati in campo aperto da entrambi i lati, lungo un percorso di cross-country con salite e discese, passaggi nel bosco, guadi e salti di tronchi.
Si tratta di una disciplina che presuppone una salda relazione di fiducia e una profonda collaborazione con il cavallo perché, quando si è in sella, le mani sono impegnate con l'arco e la direzione va mantenuta senza utilizzare le redini.
Innanzitutto, il cavallo va abituato al rumore delle frecce che scoccano e che colpiscono il bersaglio, così come all'ingombro dell'arco che, se urta il posteriore, può spaventarlo.
Ci vuole molto tempo e pazienza, lavoro a terra e costanza, dapprima mostrando al cavallo arco e frecce; in seguito, si sale in sella senza tirare, iniziando al passo, poi al trotto e, infine, al galoppo.
In questa disciplina non servono cavalli super atleti come nel salto ostacoli, dressage o completo: basta che siano in salute, addestrati a mantenere le andature e a non temere arco e frecce. Non è sufficiente la velocità per vincere ma occorre precisione nel tiro e una fondamentale intesa con il proprio compagno dotato di coda e criniera.
Irene Fava è un'atleta reggiana che ha iniziato da pochi anni, partecipando alla prima gara internazionale in Francia, nell'ottobre 2019. Le ho domandato di parlarmi di questo sport ancora poco conosciuto.
«Siamo in pochi e allenarsi è difficile: dobbiamo aspettare che il campo sia libero, dato che il nostro strumento è un'arma che può rivelarsi pericolosa, e non è facile coordinarsi con gli impegni di lavoro o studio. Dobbiamo approfittare di orari e giornate scomodi per poter usare il campo in sicurezza. Bisogna lavorare a terra per esercitarsi con l'arco e in sella per addestrare il cavallo a mantenere l'andatura il più regolare possibile, in modo da permettere al cavaliere di concentrarsi sul tiro. Se si è in compagnia l'allenamento è più divertente, dato che ci si aiuta reciprocamente e si sopportano meglio le condizioni meteorologiche avverse. Gli atleti della nostra squadra sono sparsi per tutta Italia e, quando riusciamo, ci riuniamo a Roma per allenarci assieme. La sensazione che questo sport regala è unica: devi avere fiducia nel tuo cavallo e lui deve averne in te».
Le chiedo di raccontare emozioni e dettagli della gara a cui ha partecipato in Francia, in una località a due ore di macchina da Bordeaux.
«Un aspetto positivo di questa disciplina è che non devi per forza spostare il tuo cavallo per partecipare alle competizioni, potendo fartene assegnare uno dove si svolgono le gare. Dopo averlo provato, se si ritiene che non sia adatto alle proprie caratteristiche, si può chiedere di averne un altro. Talvolta, lo stesso cavallo viene diviso tra due cavalieri. Durante la competizione bisogna occuparsi del partner scelto e averne cura, gestendone alimentazione e attività di riscaldamento.
Durante il concorso, ho apprezzato l'atmosfera di amicizia nata spontaneamente tra i partecipanti. Gli atleti più abili hanno mostrato una grande disponibilità a spiegare, supportare e condividere consigli nei confronti di chi, come me, era alle prime esperienze importanti. Ricordo l'ansia del mattino per l'attesa della gara e il fastidio della pioggia leggera stemperate da un sorriso e una parola di incoraggiamento di chi incontravamo, che aiutavano a sciogliere la tensione e, talvolta, a superare difficoltà».
Chiedo a Irene di parlarmi del cavallo che le è stato assegnato in quella gara.
«Il suo nome era Picorel. Proveniva da un maneggio parigino il cui proprietario, Vincent, svolge equitazione etologica con cavalli scalzi e montati in capezza. Anche io, a casa, monto in capezza un cavallo scalzo e mi sono trovata subito bene. Avevo fiducia a galoppare sulla pista anche se la pioggia dei giorni precedenti aveva reso il terreno bagnato e nessun timore nell’uso della capezza: quelle poche volte che è stato necessario dare indicazioni al cavallo sulla direzione, lui ha risposto in modo preciso.
Nella gara dell'ultimo giorno, ho pagato l'emozione e l'insufficiente preparazione fisica a causa di un precedente infortunio. Chi mi ha aiutato è stato proprio Picorel: gli ultimi metri, ha preso un galoppo veloce in modo da farci rientrare nel tempo assegnato. Senza la sua accelerazione spontanea ma potente, avrei preso punti di penalità sul tempo. È stato Vincent, che lo conosce bene, a rivelarmi che il suo cavallo ha aumentato la velocità per aiutarmi e non perché era alla fine del percorso. Ho deciso di credere a Vincent: Picorel è stato veramente un cavallo speciale!»
Una disciplina, quella del tiro con l'arco a cavallo, che mostra la complicità e la sintonia che solo un cavaliere rispettoso può creare col proprio destriero.