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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Storie di cavalli che ci rivelano a noi stessi!

La locandina del film Hidalgo
La locandina del film Hidalgo

Primi del '900.  Negli Stati Uniti  il giornale "The Western press" organizza una gara di resistenza  di settecento miglia, lungo la Western States Trail,  un percorso che ricalca quello degli storici Pony express.  Una prova massacrante per uomini e cavalli, di quelle che oggi chiameremmo Endurance.
Negli stessi anni,   in Medio Oriente  ha luogo un'altra  terribile corsa a cavallo, chiamata "Oceano di fuoco" perchè si svolge su un percorso di tremila miglia in mezzo al deserto dell'Iraq e della Siria. A questa gara solitamente riservata agli stalloni arabi  partecipa un  cavaliere campione di velocità  della Pony Express di nome  Frank Hopkins, con il suo mustang Hidalgo.
Queste due storie, che per certi versi  si confrontano,  sono state raccontate in due film in cui i cavalli - con la loro bellezza, la loro poeticità, le loro debolezze e la loro capacità di rivelare a se stessi gli esseri umani - sono protagonisti. Il primo, diretto da Richard Brooks si intitola "Stringi i denti e vai" ( brutto titolo scelto dai distributori italiani: quello originale è "Bite the bullet" e allude a una pallottola che viene usata  come  improvvisata capsula dentaria di un concorrente). Il secondo "Hidalgo Oceano di fuoco" è diretto da Joe Johnston e ha come protagonista Viggo Mortensen, che alla fine delle riprese comperò il mustang che aveva montato e lo tenne  con sé nella sua tenuta nell'Idaho.
Sgombriamo subito il campo dai paragoni e diciamo che il film di Brooks - interpretato da un gruppo di attori in stato di grazia: Gene Hackman, James Coburn, Candice Bergen- è di grande  finezza per il cesello dei caratteri e il valore metaforico del racconto: del gruppo dei cavalieri che si contendono la vittoria fanno parte  due amici che hanno combattuto insieme nella guerra ispano-americana, una ex prostituta, un cavaliere messicano martoriato dal mal di denti, un nobile inglese affascinato da quella avventura sportiva, un vecchio cow boy e un giovane sventato stupidamente crudele. Tutti tampinati dalla grande macchina pubblicitaria voluta dal giornale promotore della corsa, che ha organizzato un treno di corrispondenti di altre testate. Nel film di Brooks c'è l'America intera, con miserie, grandezze, spietatezze, individualismi, ma anche con slanci d'amicizia e aneliti di giustizia. La sequenza iniziale in cui Gene Hackman  trova un puledrino, ancora incerto sulle gambe, accanto alla madre ormai morta, lo raccoglie, lo salva e poi lo regala a un ragazzino che da sempre sogna di avere un cavallo, è di  umanissima, struggente delicatezza. E il ruolo dell'anziano cow boy cardiopatico, che spera di vincere solo per potersi finalmente ritirare in una piccola fattoria ha il sapore di certi personaggi di John Huston.
Altra cosa è "Oceano di fuoco Hidalgo": il film svolge con indubitabile efficacia il suo compito, che è quello di contribuire all'american dream.  Incontriamo un cavaliere che corre il rischio di perdere se stesso  e che trova il suo riscatto accettando la sfida che gli viene da un sultano arabo. Con il suo mustang Hopkins traversa l'oceano, gareggia, scampa a cento agguati e a mille difficoltà, nascostamente aiutato dalla figlia dello sceicco, e torna negli Usa  a realizzare un progetto che meditava da tempo, a favore  dei Mustang.
Hidalgo, che è visibile sulla piattaforma Netflix  (mentre "Stringi i denti vai" è disponibile in streaming) è una favola con i buoni, i cattivi,  con il protagonista equino che ammicca. E come tale va vista, apprezzandone i robusti  punti di forza: la recitazione ruvida, composta, efficace di Mortensen; quella davvero meravigliosa di Omar Sharif che disegna uno sceicco allusivo, prepotente,  ancorato ai valori della propria tradizione, ma  anche aperto al nuovo che avanza; i grandi paesaggi desertici, la sequenza finale con oltre cinquecento Mustang che corrono liberi nelle praterie americane. Una favola, abbiamo detto. Peccato che i titoli di coda  vogliano dare al protagonista una patente di veridicità che i redattori di History Channel  e la Long Riders Guild, - un club di viaggiatori aperto a chiunque abbia percorso almeno 1000 miglia a cavallo in un solo viaggio -  hanno scoperto essere fasulla: Hopkins  - personaggio realmente esistito - era un  patologico cacciaballe che non ha partecipato a quella corsa, mai esistita, come hanno spiegato i curatori del Centro di Ricerca e Studi Islamici Re Feisal. Inoltre non ha lavorato nel circo di Buffalo Bill; non è figlio di un bianco e di una pellerossa. Ha però costruito una  efficace mitologia di se stesso riportata dai giornali popolari degli anni Trenta;  una leggenda diventata più vera del vero, cui ha attinto lo sceneggiatore John Fusco.  L'altro dato di realtà di questa favola -  sappiamo che le favole metabolizzano problemi, angosce e temi   presenti nel nostro vissuto - è il problema dei Mustang. Cavalli selvaggi americani che   da oltre cent'anni vengono ciclicamente abbattuti, per privatizzare i terreni dove vivono. Dei Mustang il cinema tornerà a  occuparsi molto presto, con un film prodotto da Robert Redford, che verrà presentato  nella prossima primavera al Sundance film festival, una rassegna di cinema indipendente  da lui fondata e diretta. Ne riparleremo. E intanto, ci permettiamo di spegnere una candelina: questa rubrica ha già compiuto un anno. Grazie a tutti i lettori che la seguono ed (eventualmente) la apprezzano.