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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Snowden, il campione venuto dal nulla.

Snowden e la sua...famiglia
Snowden e la sua...famiglia

La stampa lo ha chiamato "Cinderella horse", il cavallo Cenerentolo.  E ne ha seguito la storia per molti anni, dal suo inaspettato  exploit nella disciplina del salto ostacoli fino alla  morte, avvenuta in tarda età, per insufficienza renale.  Chi era? Dove è vissuto? Quale film ne racconta le gesta? E' presto detto: il cavallo  era un grigio sottratto al mattatoio, chiamato Snowman (pupazzo di neve)  per via del suo mantello. E la sua storia è davvero una favola. Di quelle vere, che non hanno sapori dolciastri, ma aiutano i bambini a crescere, a capire che la vita può essere dura e difficile, e che l'importante è viverla spendendo appieno le proprie forze, e imparando a distinguere il bene dal male.
La storia di Snowman è stata raccontata in un film intitolato, appunto "Harry e Snowman",  disponibile su Netflix, diretto con grande maestria da Ron Davis, che ha saputo montare materiali di repertorio e interviste  con un tale patos da  tenere avvinchiato all'intreccio e al procedere  della storia  anche lo spettatore più distratto. Se non avete Netflix, andate da un amico e chiedetegli di vederlo. 130 minuti di felicità ( se non fosse per certe imprecisioni nella traduzione dei termini tecnici: è mai possibile che una scuderia venga chiamata stalla?!).
Ma andiamo per ordine: nell'Olanda della seconda guerra mondiale, una famiglia di piccoli proprietari e allevatori di cavalli è impegnata a fronteggiare l'invasione nazista, cercando di salvare il bestiame che viene sottratto dai tedeschi. Dura vita, dura disciplina, e molto impegno clandestino nella resistenza, per salvare i piloti  alleati i cui aerei precipitavano in territorio occupato e avvisare gli inglesi degli spostamenti del nemico. Alla fine della guerra, il giovane Harry Deleyer lascia l'Olanda, convinto da una soldato americano che  negli Stati Uniti troverà lavoro. Gli inizi non sono facili per un giovanotto che sa solo di cavalli e conosce poco l'inglese. Ma Harry è pieno di buona volontà e riesce a diventare istruttore di equitazione  in un collegio per ragazze abbienti. Quando non lavora al college, insegna a montare ai ragazzini dei dintorni.
In cerca di un cavallo di buona indole su cui far montare dei principianti, si reca a un mercato del bestiame. Ma nel percorso buca una gomma e arriva quando il mercato si è concluso. I soggetti rimasti  sono già imbarcati sui camion diretti al mattatoio. Harry nota un grigio, sporco, dimesso, dallo sguardo dolente, che lo fissa da un rimorchio dove è già  salito. Non lo colpisce la morfologia, che neppure può esaminare, ma lo sguardo. Compra quel soggetto di circa 10 anni, che fino a quel momento aveva tirato l'aratro. E lo porta a casa. Il cavallo è magro, provato, ma mostra un animo gentile, e quando si è rimesso in forze rivela una buona morfologia. I figli di Harry, che  da qualche tempo si è sposato con Johanna lo chiamano Snowden, pupazzo di neve.  Poco tempo dopo Harry decide di venderlo a un suo vicino di casa, in cerca di un cavallo facile, da far montare ai suoi ragazzi. Ma due giorni dopo essere stato portato al nuovo proprietario, Snowden è di nuovo da Harry. Ha saltato tutte le palizzate, per la voglia di tornare da lui. Harry consiglia al nuovo proprietario di alzare l'altezza degli steccati, ma è tutto inutile. Snowden salta tutto e torna a quella che considera la "sua" casa.   Colpito da quella prova di affezione, Deleyer ricompera il cavallo.  E comincia a fare con lui qualche  concorso ippico  nei dintorni.
Per farla breve ( ma il film è avvincente nel raccontare come  i gran signori dell'equitazione rimanessero di stucco nel vedere un immigrato, non particolarmente curato nel vestire e con una torma di figli piccoli  a fargli da groom, vinca sempre e vinca tutto) Snowden diventa  per due anni di seguito, nel 1957, e 1958 campione statunitense di salto oscatoli,  nel corso di due combattutissime finali   al Madison Square Garden.
Snowden è un campione,  ha diritto a premi, fanfare e gualdrappe, ma resta sempre e soprattutto "un cavallo di famiglia". Nel senso che i ragazzini ci montano sopra e ci fanno il bagno assieme, che lo usano come trampolino per tuffarsi, che lo portano sottomano come fosse un cucciolo. Per il cavallo, oltre ai grandi prati della proprietà che Harry è riuscito a costruire grazie alle loro vittorie, quel che conta  è il rapporto con Harry, con quegli umani che lo hanno restituito a una vita dignitosa. Ed è per questo che abbiamo postato una foto con i figli di Harry che fanno il bagno con lui, già campione.
Quando verrà ritirato dalle competizioni - dopo aver  vinto  anche una  gara di potenza - sfilerà nuovamente al Madison Square Garden  con una gualdrappa di fiori e  con tutto il pubblico  in piedi ad applaudirlo. Nella vita di Harry ci saranno altri cavalli ( vent'anni dopo il primo trionfo al Madison Square Garden vincerà di nuovo e sarà il cavaliere più anziano in competizione, guadagnandosi il soprannome di "nonno volante"), ma Snowden  - che riposa in un prato dietro a casa, con una targa che lo ricorda - fa storia a sé. Non  solo per le vittorie, ma per il legame che quel cavallo gentile aveva tessuto con lui. Ricorda la figlia di Harry: " quando Snowden aveva ormai 27 anni, una insufficienza renale ridusse al minimo i suoi parametri vitali. E la scelta migliore per lui fu quella di addormentarlo. Mio padre, che pure è un uomo forgiato dalla vita, che da ragazzo ha combattuto i tedeschi, non se la sentì di assistere, e si allontanò. Ma Snowden, che volevamo portare fuori dalla scuderia, debilitato com'era si piantò e rifiutò di muoversi. Dovette venire mio padre e allora il cavallo si decise immediatamente a uscire, e a seguirlo. Furono gli ultimi passi che fecero assieme". Era il 24 settembre 1974 e tutti i giornali americani ne parlarono.
Poichè come abbiamo detto, le favole hanno anche una buona dose di durezza, nella vita di Harry non sono mancati dolori e amarezze, a partire dal coma ( fortunatamente risolto positivamente dopo nove settimane ) di una dei suoi otto figli, caduta rovinosamente da cavallo. Una disgrazia che portò alla separazione dalla moglie Johanna, che di cavalli non voleva più sentir parlare.
Una storia da sogno americano, verrebbe da dire. Ma anche noi in Italia abbiamo avuto una storia simile. Quella di un grigio ( anche lui), che negli anni Trenta  stava alla caserma Pastrengo, a Roma,  che per il suo carattere scorbutico venne impiegato come cavallo da tiro del vettovagliamento. Il grigio si chiamava Nasello, e fu Costante D'Inzeo a notare che quando veniva messo all'aperto ad asciugarsi dopo le sue fatiche da cavallo da tiro,  Nasello ( a cui la patriottarda retorica fascista aggiunse il nome "Italico" quando divenne celebre) saltava tutti gli ostacoli che si trovava davanti. Nasello fu così affidato al capitano  Ferdinando Filipponi, per vedere se riusciva a cavarne fuori qualcosa di agonisticamente efficace. Negli undici anni della sua formidabile carriera ( i tedeschi lo avevano soprannominato "il re delle sei barriere") Nasello  accettò di esser montato soltanto da Filipponi. L'uno senza l'altro, cavallo e cavaliere non combinarono nulla.
Come a dire,  verità palese ma troppo spesso dimenticata, che i cavalli non sono biciclette. Sono meravigliosi esseri senzienti. Per dirla con Gertude Stein... Un cavallo è un cavallo è un cavallo.