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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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''Roma '60, un'Olimpiade negata''

RACCONTO tratto dal libro “Adriano Capuzzo – Scritti” curato da Patrizia Carrano

GARA INDIVIDUALE di equitazione a Piazza di Siena. Al massimo tre cavalieri per Nazione. Percorso a due manches. La prima al mattino presto, alle 7.30; la seconda alle 14.
Dopo l’ultima prova effettuata a Salsomaggiore, mi ero qualificato per la partecipazione con il cavallo The Quiet Man, castrone baio irlandese di 11 anni di proprietà FISE. Ed ero reduce dal 9° posto individuale e 5° in squadra alle Olimpiadi di Stoccolma ’56, l’anno di Melbourne, dove non si poté andare a causa di una quarantena di tre mesi per i cavalli.
La ricognizione del percorso fu molto scrupolosa. Il percorso era abbastanza lungo e impegnativo con ostacoli alle cui dimensioni eravamo abituati (altezza da 1.45 a 1.60 e larghezza da 1.70 a 2.00 metri).
Le difficoltà consistevano principalmente negli spazi tra un elemento e l’altro delle combinazioni: la doppia gabbia (ostacolo n. 7) e la gabbia di larghi (ostacolo n. 11). La prima – tutta a m. 1.50 di altezza – era costituita da un muro distante m. 7.50 dal secondo elemento: spingendo, bastava una sola falcata di galoppo. Superato il secondo elemento, per coprire i 9 metri che portavano al largo di uscita, una sola falcata correva il rischio di non essere sufficiente, ma due potevano essere troppe e si finiva con il petto sulla prima barriera del largo. Nella gabbia di larghi, la distanza di 8 metri si copriva con difficoltà con una falcata di galoppo. Guai se un cavallo si alzava troppo sul primo arrotondandosi! Ci si allontanava dal secondo elemento e ci si poteva “ingamberare” sull'uscita, come successe a The Rock con Piero D’Inzeo.
Il Generale Formigli, toscano, all’epoca presidente della FISE e responsabile delle squadre, mi disse: “Caro Capuzzo, l’ho messa terzo a partire, così ha modo di vedere tanti cavalli”.
Verissimo; in un concorso ippico, se il terreno è buono, è un vantaggio partire tra gli ultimi.
Non persi un colpo. In tribuna, con la giacca rossa, il bavero verde filettato di bianco, i pantaloni avorio, gli stivali neri con risvolto marrone, ero l’unico cavaliere civile tra gli italiani, come era già accaduto a Stoccolma.
The Quiet Man era potente; non molto sangue, a volte pigro ma generoso, non conosceva la piantata. Era in buone condizioni. Visti tutti i percorsi fino a 15 cavalli prima di me, immaginavo che qualche errore sarebbe venuto fuori, ma non sarebbe stata... una catastrofe!
Mi avviai nella zona sul retro del tabellone d’entrata, dove sostava il cavallo; mi infilai i guanti, tirai giù le staffe e montai in sella per andare in campo-prova. In quel preciso momento mi si avvicinò il Generale Formigli che mi fece smontare da cavallo. Rimasi perplesso: pensai che mi volesse suggerire qualche cosa di... molto segreto. Mi mise una mano sulla spalla e mi invitò a camminare con lui finché mi disse: “Caro Capuzzo, lei non parte”.
Trasecolai: “Come non parto, signor Generale, cosa mi dice? Vuole scherzare?”
Formigli proseguì: “Sia  sereno, forte e mi ascolti: ora le spiego...”
Più andava avanti a spiegarmi, più montava in me un inaudito livore. Non credevo alle mie orecchie. Da roseo che ero, passai rapidamente a un plumbeo pallore; per il dolore e per la rabbia, credo di essere diventato verde, come il bavero della giacca.
Il suo discorso era semplice: i due D’Inzeo erano andati bene e dovevano partecipare alla seconda manche. Vi è sempre un rischio nell’affrontare questi tipi di percorsi. Se si fosse fatto male uno dei due cavalli montati dai fratelli, Formigli avrebbe potuto utilizzare per la gara a squadre di tre giorni dopo il binomio già iscritto, formato da me e da The Quiet Man. A cui – dunque – andava evitato ogni rischio.
Fu durissima da ingoiare, oltre tutto il cavallo non era mio. Oggi, dopo 50 anni, riconosco che aveva ragione. Ma ci sono voluti 50 anni!
Nella grande tensione del momento, Formigli dimenticò di dichiarare alla Giuria il mio ritiro e quindi io sono un “NON PRESENTATOSI” alla gara olimpica.
E’ una esperienza che non auguro a nessuno.