Relived Horses, quella pazza idea della Freda
SE FOSSERO una fabbrica in crisi, parleremmo di riconversione industriale. Ma siccome si tratta di cavalli, i quali, come ancora non è sufficientemente noto, non sono né interruttori né processi produttivi a controllo alfanumerico, la domanda viene spontanea: che cosa si è messa in testa Jacqueline Freda?
Sono pochi nel mondo del cavallo a non conoscere Jacqueline. A questi pochi raccomandiamo, per il loro bene, di non farla questa domanda, se non vogliono essere squadrati dall’alto in basso con infinito senso di commiserazione. Ma non perché Jacqueline sia una persona altezzosa, scostante, snob. Anzi, è l’esatto opposto. Ma perché la domanda è troppo stupida per non offendere l’intelligenza, che naturalmente, nonostante le apparenze, diamo per scontata, di chi la fa. Ma cosa volete che si sia messa in testa una come lei, se non scoprire le infinite capacità di apprendimento che un cavallo possiede, svilupparle e metterle a disposizione di chiunque ne abbia bisogno nel mondo del sociale, dello sport, della cultura e dello spettacolo? Eppure Jacqueline, tanto per capire come è fatta, se la lascerebbe fare la domanda, ricacciando in dietro quell’istintivo moto di stupore che la porterebbe a dubitare di chi ha davanti. E risponderebbe: “Che cosa mi sono messa in testa? Semplicemente la mia storia”. Ed è una storia importante, la sua.
Jacqueline è stata un della poche donne fantino in Italia. E l’unica al mondo a vincere, nel 1995, un premio come il Frustino d’Oro. Sa cos’è un purosangue. E di lui ha imparato una cosa: la sua vita non finisce con l’uscita dalle piste. E’ vero, forse, che è lì che dà il meglio di sé. Ma è anche vero che se non gli si chiede nient’altro che fare i tempi, nessuno scoprirà mai se, per caso, nella sua testa ci possa essere qualcosa in più di quel meglio.
Naturalmente la carriera di Jacqueline è stata punteggiata di vittorie. E anche di sconfitte. Ma quelle più cocenti le ha sofferte fuori pista, ogni volta che vedeva caricare sul van un cavallo per il suo ultimo viaggio. Il van della morte. A quattro, cinque anni un purosangue non ha più niente da dare in pista. E’ probabile che le cose stiano così. Ma anche se fosse, è una ragione sufficiente per mandarlo a rompersi l’osso del collo nel circuito delle corse clandestine o a farsi scuoiare in qualche macello, magari anche questo clandestino? E’ una buona ragione per farne un ‘desaparecido’? A quattro, cinque anni, quando può viverne, a dir poco, minimo altri venti? E magari imparare a fare cose che nessuno si aspetterebbe da lui? E mai possibile che un cavallo che smette di correre non abbia diritto ad una normale vita di lavoro, ad una decente e dignitosa vecchiaia, finché madre natura non decida con un fischio di fargli saltare la staccionata di questo mondo e lasciarlo libero di scorrazzare lungo i sentieri senza tempo dell’infinito?
Jacqueline ha queste domande in testa, sorrette dalla certezza che il cavallo possieda risorse insospettabili da mettere a disposizione di abbia voglia di scoprirle. E lei ne ha voglia. E si dà da fare. E si mette a cercare le risposte. E le trova. I cavalli che riesce ad intercettare e a portarsi a casa le confermano che ha ragione: quelle domande erano giuste. E quando una domanda è giusta contiene già in sé la giusta risposta. Tanto tempo fa, sarà ormai più di un secolo e mezzo, ci fu un uomo, un ebreo tedesco di Treviri soprannominato il Moro, che disse che l’uomo si pone solo domande a cui può rispondere. Cioè l’uomo, diremmo oggi, non si interroga sul sesso degli angeli, ma si chiede se c’è qualcosa che possa fare per rispondere alla necessità di riconoscersi nella propria esistenza. Che ci appartiene se e quando riusciremo un intreccio di passione e ragione con cui tessere in un’unica tela fantasia e realtà.
La passione per i cavalli c’è, da sempre. Adesso per salvarli da un destino infame, occorre mettere in moto la ragione e farne scaturire un progetto che dia gambe all’ottimismo della volontà. Che vuol dire? Vuol dire che Jacqueline è una, e da sola fa quello che può. E quello che può è davvero poco. Occorre fare di più.
Pare che ogni anno spariscano circa 1000 cavalli non più idonei per le corse. Intercettarli tutti è una impresa impossibile. Ma non è impossibile cominciare a farlo. Jacqueline si guarda attorno e nel mondo dei cavalli da corsa, così come nel ritrovato ambiente di lavoro, che è quello del cinema (lei adesso fa la stunt, la cascatrice), trova amici e conoscenti disposti ad ascoltarla. I sui argomenti sono forti, convincenti.
I cavalli che escono dalle piste sono un patrimonio, dice. Lasciare che vadano dispersi fra macelli e corse clandestine è un ignobile spreco di risorse oltre che una insopportabile crudeltà. Opportunamente addestrati possono, essere indirizzati verso nuove attività produttive. Possono essere impiegati in iniziative di utilità sociale. Possono essere impiegati nel cinema, per esempio. Oppure affidati a centri specializzati in ippoterapia. Oppure, più semplicemente, essere dati in affidamento a chi è disposto ad accoglierli e a trattarli come dio comanda.
Circolano idee, ipotesi, possibilità che finalmente confluiscono in un primo concreto passo: la costituzione di una Onlus denominata Relived Horses. Vi aderiscono allenatori e allevatori di cavalli da corsa, appassionati, cavalieri, uomini dello spettacolo, molti ippodromi si mettono a disposizione per promuovere l’iniziativa, l’Unire concede il suo patrocinio. L’Animal Welfare Institute, la più importante società americana che si occupa di benessere animale inserisce, a tempo di record, Relived Horses (unica in Europa) tra le associazioni che promuovono il benessere dei cavalli. Non resta che cominciare da subito il lavoro di recupero dei cavalli a fine carriera. Finora ne sono stati raccolti una quarantina. Forse non saranno mai mille. Ma intanto sono mille meno quaranta. Il resto verrà strada facendo. Chi salva un cavallo forse non salva il mondo, ma un pezzetto di natura forse si. Che è proprio quello capace di riconciliarci con il mondo.


























