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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Quel cavallino verde che la Befana non portò...

In home page esemplare in stoffa esposto al Museo del Cavallo Giocattolo. Qui sopra cavalli a dondolo al Museo del Trotto di Civitanova Marche
In home page esemplare in stoffa esposto al Museo del Cavallo Giocattolo. Qui sopra cavalli a dondolo al Museo del Trotto di Civitanova Marche

LA PRIMA BEFANA che ricordo… non venne. Avevo chiesto un cavallino di stoffa verde, 30-40 cm al massimo, ripieno di segatura, che avevo visto in una botteguccia di giocattoli: lo desideravo da tanto tempo, questa volta ci contavo proprio. Ci fu la classica emozionata attesa, ci furono le solite promesse di fare il bravo; ma ci fu anche uno sgarbato “allarme” che tirò tutti giù dal letto in piena notte. Prima campi e tanto freddo (eravamo sfollati a qualche chilometro da casa), poi il confortante ingresso in un rifugio pieno di gente: non successe nulla, ma gli ululati del cessatallarme si sentirono soltanto verso mezzogiorno. E ormai l’incanto era sparito. Addio cavallino.
Befana di guerra, si diceva: ed era vero. In tutti i sensi. Perché era estremamente povera nei suoi doni (quando erano doni, e non il temuto carbone per i bimbi cattivi); perché arrivava che fuori magari sibilavano le granate o brillavano i bengala; perché talvolta portava cose allusive e propagandistiche, come “La posta dell’Impero”, o piccoli carrarmati cingolati, o una mitragliatrice che sputava lampi falsi ma credibili dalla sua pietra focaia. Il mio cavallino verde invece era anche, inconsciamente, un simbolo e un auspicio di pace.
Siccome la Befana domestica scendeva rigorosamente dai camini (niente termo a quei tempi), era d’obbligo una traccia del difficoltoso tragitto, sicché i regali qualche fuliggine qua e là l’avevano: e se per caso la misteriosa vecchietta lasciava due righe di messaggio – sempre esortativo a esser buoni, dire le orazioni, obbedire ai genitori – il foglio recava baffi nerastri e le parole erano scritte col carbone. A 5-6 anni scoprii che la Befana aveva la stessa grafia di mio padre. Delusione, mito infranto? Nel ricordo mi sembra di no, una strana alleanza Befana-genitori mi sembra di averla sempre sospettata e anche di aver fatto finta di non accorgermene per non offendere nessuno. Non a caso il desiderio di avere il famoso cavallino di stoffa lo avevo espresso ai genitori, che in qualche modo con la Befana un rapporto dovevano averlo. 
Un po’ di scetticismo deve essere passato nel dna di mia figlia. Aveva quattro anni, una cugina si addobbò da Befana, con scopa, vestitaccio, parrucca, e decorosamente, parlando un linguaggio vagamente extraterrestre, fece la sua parte: ma la bimba si ostinò per tutto il tempo della tenera manfrina a occhieggiare le moderne scarpette che spuntavano da sotto il gonnellone.
A proposito: da dove viene la Befana? Di sicuro sa un po’ di cielo e un po’ di terra; e poi mi piace che sia brutta e buona. Una figura che rovescia il mito greco del “kalocagatzòs”, bello e buono al tempo stesso. Belle e buone restano le fate; ma loro sono di un altro pianeta.
Quanto ai coccolati bimbi del terzo millennio, troppo comodo per noi della Befana bellica concionare di consumismo, sazietà e cose del genere. Non che non sia vero, ma il discorso va diversamente inquadrato. Occhio ai falsi moralismi. Vorremmo per caso ripristinare l’antico carbone? Anch’io certe volte penso con infinita tenerezza ai manoscritti medioevali: però poi comunico via e-mail o col cellulare.

P. S. Il cavallino pieno di segatura mi arrivò la Befana successiva, e mi piacque tanto lo stesso.