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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Pierre Durand e Jappeloup: storia di una grande amicizia

Guillaume Canet in una scena del film Crin noir
Guillaume Canet in una scena del film Crin noir

C'è un patto inevitabile fra il cinema e lo spettatore che sa di equitazione: per godersi un film  che tratta di cavalli agonisti occorre lasciarsi trascinare dall'intreccio e non badare troppo alla credibilità dei particolari tecnici. Di solito i registi non sono esperti di cavalli, i consulenti sono spesso rozzamente impreparati, gli attori  protagonisti se la cavano alla meno peggio in sella ed è giocoforza ricorrere alle controfigure.  Come se non bastasse, l'equitazione è una pratica che richiede anni per giungere a risultati di buon livello. Mentre il cinema è fatalmente portato a comprimere i tempi: in 90 minuti devi nascere, crescere, batterti  e diventare campione.
Tutto questo per dire che - appena enunciata una regola -  incontriamo subito una eccezione. Stiamo parlando di un film  belga - ambientato in Francia e con un regista canadese - dedicato a un indimenticabile cavallo di nome Jappeloup. Realizzato nel 2009, il suo titolo originale  è Crin noir (Crine nero). E' reperibile in streaming gratuito nell'edizione francese. A pagamento in quella italiana. 
Jappeloup è il cavallo con cui Pierre Durand  partecipa a due Olimpiadi: quelle di Los Angeles del 1984 e quelle di Seul del 1988. Alle Olimpiadi dell'84  Jappeloup si pianta di fronte a un ostacolo in maniera così  repentina e violenta che il suo cavaliere  finisce a terra al di là delle barriere, trascinandosi dietro la testiera. Sotto gli occhi dello stadio gremito e del pubblico televisivo di tutto il mondo il cavallo, ormai libero,   se ne  va scorazzando per il campo,  infliggendo così  una ulteriore umiliazione al suo cavaliere. Quattro anni dopo, a Seul,  Jappeloup e Pierre Durand conquistano la medaglia d'oro individuale e quella di bronzo a squadre.  Fra i due risultati  si compie una vicenda raccontata dal regista Christian Duguay con grande efficacia, in cui non ci viene risparmiato nulla di quel che  comporta questo sport: la lentezza del lavoro, le fatali incomprensioni  con il capo équipe, gli incidenti in van, la vita di sacrificio, le inevitabili fratture,  la  determinante perlustrazione del percorso, la rivalità fra i diversi componenti della squadra, l'importanza del denaro.
Il film è tratto da un libro scritto nel 1988 da  Karine Devider,  e intitolato appunto Crin noir.  Consulente per il film, che viene realizzato nel 2012, lo stesso Pierre Durand. Protagonista Guillaume Canet, un bravo attore francese  ( ma anche sceneggiatore e regista, oltre che marito di Marion Cotillard, premio Oscar per la sua interpretazione di Edit Piaf)  nato in un allevamento di cavalli, e fino a 18 anni cavaliere di salto ostacoli, passione che abbandona dopo una brutta caduta, per  seguire la strada della recitazione. Canet monta, e monta bene. Non c'è mai una controfigura e questo  comporta  una assoluta libertà nella  realizzazione delle inquadrature. Nel ruolo del padre di Durand un bravissimo - come sempre - Daniel Auteuil.  E fra il pubblico degli appassionati  si intravede anche Jean Rochefort, il grande attore francese che a trent'anni fu folgorato dalla passione dei cavalli e che non li abbandonò più.  Ma su tutti campeggia il personaggio di Jappeloup, uno "scugnizzo" arrivato nella reggia delle olimpiadi: il piccolo morello - appena 1,58 al garrese -  nasce nell'allevamento di Henri Delage, vicino  di fattoria dei Durand, dall'incrocio fra il trottatore Tyrol scelto perché  era lo stallone più economico della vicina stazione di  monta e una anziana purosangue inglese di nome Venerable, comprata per  meno di cinquecentomila lire. Nessuno vuole quel puledro scoordinato e molto piccolo, per di più con un carattere belligerante.  Ma Delage e il papà di Pierre sono amici fraterni e  per questo il giovane, dopo aver traccheggiato per un intero anno, accetta di provarlo. Scoprendo in quell'ardente morellino l'agilità di un gatto e il coraggio di un leone. Jappeloup diventa di proprietà di Pierre, vince con il suo cavaliere  il campionato di Francia.  Due anni dopo, le Olimpiadi di Los Angeles e il "tradimento" di Jappeloup al suo cavaliere.
Durand decide di liberarsi di lui. Per l'equitazione ha rinunciato a una carriera di avvocato, sua moglie aspetta un bambino, la ferita e il rifiuto che ha subìto sono insuperabili. E l'offerta che gli viene fatta dalla medaglia d'oro olimpica Joe Fargis è vertiginosa:  Jappeloup passerà  dunque alla scuderia del campione statunitense. Non la sua groom, che si licenzia  rinfacciando a Durand di montare un cavallo che non ama e non conosce: "Jappeloup si pianta perché tu non parli con lui, ma lo usi soltanto". Reprimenda forse sacrosanta ma inutile: il contratto  di vendita viene firmato. Peccato che Jappeloup alle analisi della visita di compravendita risulti positivo alla piroplasmosi. E dunque l'accordo sfuma. Nella quiete della campagna francese si riavvia così, dopo qualche mese, un dialogo fra cavallo e cavaliere - fatto  non solo di richieste ma anche di ascolto e di comprensione - che quattro anni dopo porterà alla vittoria di Seul.
Quando Jappeloup  smetterà di gareggiare Durand annuncerà il proprio ritiro. Non intende montare più alcun altro cavallo. E così fa.  L'inquadratura finale del film  non ci parla della morte improvvisa del piccolo morello, pochi mesi dopo l'ultima stagione di gare, quando ormai  si godeva il meritato riposo nella proprietà dei Durand. Una morte di cui si occuparono tutti i giornali francesi.  I nostri cugini  d'oltralpe hanno dedicato al loro campione libri, documentari, statue, francobolli. Non c'è cavaliere, anche giovanissimo, che non conosca il nome di Jappeloup. Ma i francesi sanno coltivare le loro memorie e i loro miti.  Provate a cercare in Italia una statua di Posillipo, il saltatore che vinse con Raimondo D'Inzeo la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma e che nella sua carriera ha inanellato numerosissimi successi.  Non c'è. E men che meno un film. Ma di questo argomento - che  già  chiudeva la scorsa rubrica - torneremo a parlare: perché ha a che fare con la nostra poca capacità di ricordare  quanto ci accade. Non solo riguardo ai cavalli, ma anche alla nostra storia.  Non solo sportiva.