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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Patrizia Carrano: nuovo romanzo in libreria

La copertina del libro
La copertina del libro

Patrizia Carrano è in libreria con il suo nuovo romanzo ‘‘A sinistra, in fondo al corridoio’ (edizioni 1000EUNANOTTE).  
“Gli storici sono i romanzieri del passato e i romanzieri sono gli storici del presente” (Dumas padre).
Se dovessimo immaginare un ipotetico crocevia dove lo storico e il romanziere si passano l’un l’altro il testimone delle vicende umane, qui incontreremmo di sicuro, secondo il suggestivo assunto di Dumas, una scrittrice come Patrizia Carrano.
E’ “storica”, e dunque romanziera del passato, se pensiamo a titoli come ‘Illuminata. Storia di Elena Lucrezia Cornaro, la prima donna laureata nel mondo’ (2001), ‘Le Armi e gli Amori’ (2003), ‘Donna di Spade’ (2005), ‘Le Scandalose’ (2004). E’ romanziera, e dunque storica del presente, se richiamiamo libri come ‘Stupro’ (2004), ‘Un ossimoro in lambretta’ (2016). Lo stile, poi, nell’una e nell’altra veste, inconfondibile: immediatezza giornalistica e profondità di introspezione. Lo stesso stile che ha reso indimenticabile ‘La Magnani. Il romanzo di una vita’ (1982) e che ritroviamo in lavori, di tutt’altra tematica, quali ‘Notturno con galoppo’ (1996), la raccolta di racconti ‘L’ostacolo dei sogni’ (1992) e ‘Campo di prova’ (2004). Opere, queste, per noi di significato particolarmente, e non potrebbe essere altrimenti, coinvolgente.
Non basta raccontare storie. Bisogna saperle raccontare. E per raccontarle occorre orecchio assoluto per il diapason della Storia, quella grande, con la S maiuscola. Che dischiude il racconto allo Spirito del Tempo e ne fa vivo testimone di un’epoca. Questo sono i romanzi della Carrano. E questo ritroviamo in ‘A sinistra, in fondo al corridoio’.
Il romanzo decolla subito in verticale, sotto la spinta propulsiva di un titolo potente come un incipit capace di racchiudere l’essenza di tutta la storia.
A sinistra, in fondo al corridoio c’è la porzione di casa che i Signori di un tempo riservavano alla servitù. Il personale a tutto servizio doveva essere femmina, giovane, di sana e robusta costituzione. Perché il lavoro era fatica dura: la serva stava alla casa come il manovale al cantiere. E poi, obbedire. Anzi saper obbedire: in silenzio. E poi, ancora, temere un errore, una disattenzione, una dimenticanza, come un peccato mortale, da scontare subito con severi rimproveri, umilianti. La dignità non ne risentiva: non era fra i requisiti richiesti per lavorare da lor Signori. Così era Beppa. E così è rimasta per tutti gli anni a venire, fin da quando mise piede per la prima volta, nell’immediato dopoguerra, in casa di Clara.
Ma così non saranno, nel tempo, le tante Beppa che, via via, accompagneranno la vita di Clara per settant’anni. Cambiano i tempi e le serve saranno sempre meno serve e sempre più lavoratrici domestiche. Andranno a servizio in casa altrui perché non c’è altra occupazione disponibile, perché il così detto ‘mercato del lavoro’ è fatto ad immagine somiglianza dell’uomo-padre di famiglia. I tempi cambiano: le collaboratrici domestiche avranno perfino un contratto di lavoro nazionale di categoria con scritti ben chiari i diritti e i doveri, come tutti i normali rapporti di lavoro.
Si intensificano i flussi migratori e con essi molte collaboratrici domestiche si convertiranno in offerta per una nuova è sempre più estesa domanda di lavoro: l’assistenza agli anziani. Un rapporto di lavoro senza vie di mezzo: o si dispiega in solidale relazione umana o non è.  E non saranno solo donne: l’ultima ‘Beppa’ di Clara si chiamerà Santiago.    
Clara domina i suoi novant’anni. Come un capo, che tutto lascia discutere tranne il suo potere, li osserva con una punta di aristocratico distacco. Trova poco elegante la loro goffaggine, di scarso buon gusto la loro pesantezza. Comunque, per quello che servono, sono ancora utilizzabili. Come, del resto, li ha sempre, uno ad uno, uno dopo l’altro, usati per tutta la vita, lanciandoli a briglia sciolta contro ogni obbligo imposto da norme e convenzioni. Clara non l’ha mai rivendicata, la libertà. L’ha sempre praticata con la concreta immediatezza del ‘voglio-non voglio’, qui e adesso. Senza sconti. Neanche per gli affetti famigliari. Ne sa qualcosa Giulia, la sua unica figlia. Che, povera creatura, se non ci fosse stata Beppa ad accudirla, proteggerla e a trepidare, per lei bambina, come e più di una madre, avrebbe vissuto quasi come un’orfana.
Per tutta la sua lunga vita, Beppa non dimenticherà mai l’intenso, muto amore per quella creatura sentita visceralmente sua. E Giulia, per il breve tempo che un destino insensato ha voluto riservarle, conserverà il calore di quella donna che, in cuor suo, ha vissuto come madre vera. Che, tutte le notti, prima di ritirarsi nella sua stanza in fondo al corridoio a sinistra, si affacciava nella cameretta della bambina, per un ultimo amorevole sguardo alla sua creatura. 
A novant’anni chiunque starebbe attento a tutto, perché tutto, se non controllato, potrebbe diventare un problema. Non Clara: manda giù cioccolatini a ciclo continuo e fuma come una ciminiera. Fanno male? Bella scoperta: certo che fanno male. Quando mai la glicemia alle stelle e i polmoni incatramati hanno fatto bene alla salute. E allora come la mettiamo? La mettiamo che ne ha voglia e basta. 
Quel martire di Santiago, il badante peruviano che le sta accanto giorno e notte con eroica abnegazione, qualche volta riesce a sottrarle un cioccolatino o a sospendere, almeno per qualche minuto, con una scusa qualsiasi, l‘accensione della sigaretta. Ma cara la paga. Clara non sopporta sentirsi dire quello che deve e non deve. E’ lei che paga. E’ lei la padrona, non il contrario. E fa quello che vuole, come vuole e quando vuole, senza darne conto neanche domineddio. E lo rivendica alzando anche la voce, senza varcare mai, però, il limite oltre il quale Santiago potrebbe cedere alla tentazione di mandarla definitivamente al diavolo.
La verità è che Santiago questa tentazione non l’ha mai avuta né l’avrà mai: il lavoro da Clara, e con Clara, è l’unica certezza che è riuscito a realizzare in un Paese sempre più ostile nei confronti di chi viene da fuori in cerca di futuro. Per nessuna ragione al mondo può permettersi di mollare questa àncora di sopravvivenza. Clara, di converso, è consapevole del potere che Santiago non può non avere su di lei: glie l’ha consegnato lei stessa quando le è stato malinconicamente chiaro che era arrivato il momento di appoggiarsi a qualcuno per gestire l’ultimo, fragile scampolo di vita.
Ed è qui che il romanzo vola alto. E incrocia una delle pietre angolari del pensiero filosofico occidentale: l’hegeliana dialettica servo-padrone. Chi dipende da chi? Chi comanda chi?
I novant’anni di Clara sono, come per chiunque, il preavviso di sfratto da questo mondo. E’ inevitabile: più prima che poi per Santiago si porrà il problema di trovare un’altra occupazione. Si guarda attorno: prospettive scoraggianti, per non dire nulle. E, per paradosso, lo angoscia anche la remota eventualità di trovare subito un’altra occupazione. Sarebbe costretto a lasciare Clara. Resterebbe sola, Clara. E non se la sente. Non può. Non vuole. Un vicolo cieco, dal quale, in un modo o nell’altro, dovrà comunque venirne fuori. Quello che Santiago non sa, e neanche minimamente immagina, è che sarà proprio Clara a predisporre, con l’intelligenza e l’intuito di un giocatore di scacchi che vede in anticipo le mosse giuste per dare scacco matto, un percorso che consentirà ad entrambi di guardare al futuro con quel minimo di serenità cui hanno diritto.
Capita, dopo una lettura, specie se particolarmente coinvolgente, di chiedersi le ragioni per cui uno scrittore scrive. Possiamo immaginarle, intuirle, dedurle, ma niente di più. Al massimo possiamo affidarci a quello che un autore dice di sé e della sua opera. Ma quanto e cosa dice?
A tale proposito ci viene in mente, per una curiosa associazione di idee, ‘ Il Postino’, l’ultimo film di Massimo Troisi.
In una sequenza, Mario Ruoppolo, il postino comunista dell’isola, discute animatamente con il Pablo Neruda. Il poeta in esilio sostiene che le poesie scritte da lui sono giustappunto…sue. Mario, come toccato su un nervo scoperto, reagisce e, con tutta la fermezza di cui è capace, replica: “…eh no… la poesia, dopo che voi l’avete scritta, non è più vostra. E di chi gli serve”.
Neruda ammutolisce.
Non sappiamo, dunque, perché la Carrano abbia scritto questo libro. Di una cosa, però, siamo sicuri: ‘A sinistra, in fondo al corridoio’ è uno di quei libri che appartiene “a chi gli serve”.
A noi è servito. E, dunque, è anche nostro.