Perchè il cavallo deve essere un animale d'affezione

Perchè il cavallo deve essere un animale d'affezione

"COME E' NATA la mia passione per i cavalli? E’ scaturita da un amore “umano”, quello che mi unisce al mio fidanzato, appassionato uomo di cavalli, che me li ha in un certo senso “presentati”. Conoscendoli meglio mi è subito apparso chiarissimo che il legame che si crea tra un cavaliere e il proprio cavallo non è, dal punto di vista affettivo, diverso da quello che si instaura tra un uomo e il suo cane o il suo gatto. Era inevitabile arrivare, quindi, alla conclusione che anche questi animali dovessero entrare a far parte, dal punto di vista giuridico, degli animali d’affezione. Da quel momento è stato impossibile non interessarsi a loro e cercare, da deputato, di fare quanto mi sarà possibile per migliorare le loro condizioni di vita” 
A parlare è PAOLA FRASSINETTI, avvocato milanese, parlamentare del PDL (area An) e vicepresidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati.  Da sempre impegnata sul fronte della protezione animale, Paola Frassinetti è membro dell’intergruppo  parlamentare amici degli animali ed ha presentato diverse proposte di legge su questa materia, spesso in sinergia con la LAV (lega antivivisezione). “Anche la mia proposta di legge “Norme per la tutela degli equini e loro riconoscimento come animali da affezione” (attualmente in Commissione Servizi Sociali - ndr) è nata dalla collaborazione con la Lav e porta la  firma di trenta parlamentari dei più diversi orientamenti politici”. Fortunatamente, viene da commentare, l’amore per gli animali è rigorosamente trasversale!
Molti i punti trattati dal provvedimento di legge, tutti tesi a favorire e promuovere il benessere dei cavalli e la salvaguardia dei loro bisogni sia fisici che mentali. “Credo sia un’esigenza largamente sentita e non soltanto da coloro che il cavallo lo frequentano abitualmente - prosegue Paola Frassinetti -  è un animale che ha avuto un ruolo così fondamentale nella storia dell’umanità che garantirgli una vecchiaia dignitosa ritengo sia una scelta non solo etica, ma culturale.”

NELLA PROPOSTA di legge, presentata dalla vicepresidente della Commissione Cultura, il punto che ha certamente suscitato maggiore interesse (e dibattito, anche acceso) è stato l’articolo che prevede il divieto di macellazione e la conseguente istituzione di pensionati per quei cavalli a fine carriera i cui proprietari non siano in grado di garantirne personalmente un adeguato collocamento a riposo.
“Si tratta effettivamente della questione più controversa e non faccio mistero di essere stata oggetto di critiche da parte di chi vuole proteggere alcune  tradizioni gastronomiche locali che prevedono anche piatti a base di carne equina. Ma a parte che non sempre e non necessariamente si possono difendere tutti i piatti tipici italiani, soprattutto quando questi entrano in conflitto con il crescente sentimento di sempre maggiore rispetto nei confronti dei cavalli, va anche specificato che il compito di chi presenta una proposta di legge è quello di chiedere il massimo.”
In effetti a quanto ci risulta le obiezioni sono state numerose. Eppure, per quanto riguarda la carne di cavallo in tavola, appare davvero forzato il riferimento alla tradizione, come se si trattasse di un inestimabile patrimonio culturale da conservare e tramandare ai posteri. La verità è che in occidente si è cominciato a consumare carne equina solo a partire dal XIX secolo. E non perché un qualche insaziabile, e annoiato, crapulone s’è voluto togliere il ghiribizzo di sentire che gusto hanno le carni del cavallo. Ma per disperazione. Per quella particolare, devastante disperazione che si scatena sempre quando gli essere umani vengono oltraggiati dall’ingiustizia di quell’infame supplizio chiamato fame.
A occhio e croce, dunque,  non parrebbe una tradizione di cui andare particolarmente fieri. Ma c’è di più. Siamo veramente convinti che la leggenda dei benefici apportati dalla carne equina sia vera? Perché di un cosa dobbiamo tenere conto. Quelli di cui stiamo parlando sono cavalli sportivi, sottoposti a tutte quelle cure mediche (anche di routine) che noi siamo soliti riservare ai nostri animali “d’affezione”. E’  un tema sul quale forse gli “ippofagi” dovrebbero riflettere, perché, al di là degli eventuali controlli sanitari, rischiano di ingurgitare in dosi massicce antibiotici, vermifughi, anti dolorifici e via elencando.

MA AL DI LA' di questo la domanda fondamentale che dobbiamo porci è di natura etica. Quelli di cui stiamo parlando, sono gli stessi cavalli che ammiriamo nei concorsi ippici o negli ippodromi, quelli “di scuola” sul cui dorso abbiamo tutti noi cavalieri mosso i  primi passi equestri? Stiamo parlando di cavalli che, dopo essere stati il motore del mercato agonistico, possono continuare a ‘produrre’ in altri settori di fondamentale importanza sociale senza finire in tavola. Stiamo parlando di soggetti che non hanno un’unica ragione sociale, chiusa la quale sono da portare al mattatoio, come i libri sociali in tribunale. Cosa c’è di più stupido che vendere a quarti di carne morta qualcosa che, intero e pulsante, può ancora, e per tanto tempo, produrre una  ricchezza  molto speciale: quella delle emozioni?  Certo, costa. Ma ogni soggetto che vive, se lo guadagna. Come ha sempre fatto

 

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  • L'on Paola Frassinetti
  • 02/06/2010 | Allevamento Marialucia Galli
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