Omaggio a Tinbergen, premio Nobel in etologia.
A CENTO ANNI dalla nascita di Niko Tinbergen, premio Nobel per l’etologia insieme a Konrad Lorenz e Karl von Frisch, l’Università di Parma ha deciso di dedicargli un convegno in cui ha invitato dei veri e propri maestri degli studi etologici come Danilo Mainardi, Aubrey Manning e Jan van Hoof.
Io ero lì, nella stessa aula magna che mi ha visto discutere la tesi in etologia ormai quasi venti anni fa. Certamente è stato un evento notevole dal punto di vista dei relatori, ma per me anche emozionante e riccho di spunti.
Il prof. Mainardi ha raccontato la storia dell’etologia a Parma e in Italia, mentre Manning e van Hoof hanno ricordato la figura di Niko Tinbergen, con la sua razionalità ma anche con la sua apertura a pensieri distanti dai suoi.
Molte cose sono cambiate da allora, nuovi dati scientifici, nuove teorie, nuovi pensieri, nuove riflessioni e nuove strade di consapevolezza sono nate.
Jan van Hoof nella sua relazione afferma che: ”Circa venti anni fa Niko Tinbergen moriva, dopo aver trascorso l’ultima fase del suo pensionamento a distanza crescente dalle scene. Lo studio del comportamento animale andava in direzioni diverse. La Behavioural Ecology (Eto-Ecologia) iniziava a dominare la scena. Essa ha certamente nuove e affascinanti conoscenze sulle dinamiche evolutive che hanno modellato il comportamento, restringendo una delle spaccature della controversia che ha segnato l’inizio della carriera di Niko, cioè l’etologia cognitiva. I modelli del comportamento degli psicologi comparati americani e dei primi etologi erano largamente “riflessivi”, cioè consideravano le relazioni Stimolo-Risposta mentre ponevano scarsa attenzione ai meccanismi di processo delle informazioni (“Pensare”?) che erano coinvolti in questa relazione. Nei decenni passati, studi su mammiferi e uccelli hanno portato questi processi alla ribalta; sono stati raccolti dati che dimostrano che gli animali formano delle rappresentazioni e delle simulazioni dinamiche di aspetti rilevanti del loro ambiente e della loro relazione con questo ambiente. E’ degno di nota che gli studi sulle mappe mentali furono prefigurati dal lavoro di Niko sulla memoria spaziale della vespa scavatrice nel 1938. Oggi esiste un serio dibattito sulla questione se certi animali siano in grado di formare una rappresentazione mentale di aspetti del proprio funzionamento. Concetti come intenzionalità e direzionalità dello scopo, che erano considerati da Niko ascientifici, poiché riferiti a fenomeni soggettivi non verificabili, ricadono oggi nell’ambito della considerazione oggettivistica. Presumo che Niko avrebbe mantenuto una visione critica di questi sviluppi, ma anche che avrebbe mostrato la sua flessibilità nell’accogliere qualsiasi passo avanti che rendesse trattabili questi concetti.
Aubrey Manning conclude il suo intervento dicendo : ”Gli etologi applicati che lavorano con animali domestici li osservano comunemente, mentre manifestano le reminescenze dei loro comportamenti naturali anche in un ambiente deprivato come quello di un allevamento intensivo. Persistono nei loro comportamenti anche quando sotto ricompensati o anche in assenza di ricompensa. Gli animali stanno in quel momento esprimendo una qualche forte motivazione? Hanno dei bisogni etologici? La frustrazione di questa motivazione implica stati emozionali che possiamo comparare con le emozioni umane? La mente degli animali, il riconoscimento che anch’essi hanno abilità cognitive, forse che posseggono anche alcune forme di coscienza, ed al momento un’area molto attiva e controversa della ricerca.
Gli etologi che si preoccupano del benessere animale non possono ignorare queste domande sulle cause del comportamento, sebbene io creda che Tinbergen stesso avrebbe considerato questo campo con profondo sospetto. Tuttavia, siccome questo aspetto ha a che vedere con il comportamento naturale degli animali ed è parte del loro make-up biologico, l’etologia cognitiva, come viene chiamata, è anch’essa parte dell’eredità di Tinbergen.”
L’etologia moderna si spinge sempre più verso un approccio cognitivista, anche spingendosi allo studio delle emozioni negli animali, anche se difficilmente verificabili con dati scientifici. Ma la strada è questa, il rischio sarebbe fermarsi a polverose considerazioni e restare drammaticamente indietro.
Ora sta a noi moderni etologi etici, che guardano alla mente e al cuore degli animali, continuare l’impegno scientifico che porti ad una sempre maggiore conoscenza e consapevolezza delle altre creature viventi che con noi condividono l’esistenza su questo pianeta.




























