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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Oliveira: l’attualissima lezione di un Maestro

La copertina del libro
La copertina del libro

Un testo raffinatissimo. E contemporaneamente utilissimo. È in questo apparente paradosso che risiede la prima qualità del primo dei quattro volumi "L'arte equestre di Nuno Oliveira" appena uscito per i tipi della "More than a Horse", una giovane e valente casa editrice specializzata in testi sull'equitazione. A curare l'intera, titanica impresa, che prevede la prossima pubblicazione degli altri tre volumi, offrendo così ai lettori italiani la possibilità di attraversare l'opera di una delle più grandi personalità equestri del secolo scorso, è Giovanni Battista Tomassini, giornalista, scrittore - cui si deve, fra l'altro, "Le opere della cavalleria" - e cavaliere appassionato di equitazione classica. Sono molte le domande che si affacciano alla mente di fronte all'opera di un maestro come Oliveira, che nella sua introduzione Tomassini descrive con efficace piglio narrativo, offrendo al contempo una utilissima chiave di lettura al testo, tradotto con una prosa elegante, armoniosa, puntuale. E dunque chi era Oliveira? E qual è l'originalità e la finezza del suo pensiero e della sua azione? E che eredità ha lasciato, per essere così tanto venerato, e apprezzato? Ne parliamo con Tomassini.

Cominciamo con una domanda maliziosa: è possibile tradurre bene Oliveira senza saper montare a cavallo?

Pur essendo scritti con una chiarezza esemplare e con un linguaggio che, a tratti, assume risonanze quasi poetiche, i libri di Oliveira sono dei libri con un alto contenuto tecnico. Al traduttore (in realtà, almeno un po’, anche al lettore) è richiesta quindi una competenza specifica, per cogliere il significato dei termini e il senso dei diversi esercizi, che Oliveira spiega in modo dettagliato e ammirevolmente comprensibile. Indubbiamente, se poi la competenza è accompagnata dall’esperienza diretta, il traduttore si ritrova uno strumento d’interpretazione in più.

In poche righe, chi era Oliveira? E qual è il senso e il segno che questo maestro ha lasciato nell'equitazione classica. Meglio ancora in tutta l'equitazione?

Innanzitutto, era un uomo di straordinario talento. Non solo come cavaliere, ma anche come divulgatore. I suoi testi sono così amati, perché aveva una rara capacità di analizzare ed esprimere le sottigliezze del rapporto tra gli esseri umani e i cavalli, così come i dettagli della tecnica equestre. Era sicuramente una personalità dai tratti straordinari: un grande cavaliere, ma anche un uomo estremamente colto, amante della musica, con tratti anche vagamente istrionici, che lo rendevano capace di affascinare i propri allievi. Questo aspetto si coglie in particolare nella seconda opera, contenuta in questo primo volume, gli Appunti sull’insegnamento del maestro Nuno Oliveria, che testimonia, attraverso le frasi annotate dai suoi allievi nel corso delle lezioni, il suo insegnamento orale. Oliveira si esprimeva attraverso veri e propri aforismi, che si imprimevano nella mente dei suoi discepoli, così come oggi restano impressi ai lettori. 

Effettivamente credo che il magistero di Oliveira, trasmesso attraverso i suoi libri, vada oltre i confini dell’equitazione cosiddetta classica e rappresenti un contributo importante per tutta l’equitazione. A caratterizzarlo sono tre aspetti intimamente legati: il rispetto e l’amore per l’animale, il culto della leggerezza degli aiuti (che, come lui dimostra, non è un lusso da esteti, ma il modo più efficace per ottenere da qualsiasi cavallo il meglio che può esprimere), un’idea dell’equitazione non solo come pratica sportiva, ma come esperienza spirituale, come ricerca della perfetta intesa con il cavallo.

C'è, nel piano dell'opera, una bella novità: la pubblicazione, come secondo volume, degli "scritti giovanili" del Maestro, sinora pressoché sconosciuti al grande pubblico e solo recentissimamente pubblicati, per la prima volta integralmente, in Francia. Ce ne parli?

In effetti, si stratta di una novità che credo interesserà molto anche i lettori e appassionati italiani. Si tratta di una sessantina di articoli che Oliveira pubblicò su due riviste portoghesi tra il 1951 e il 1956. Una parte venne raccolta in un libretto, intitolato Breves notas sobre uma arte apaixonante (a equitaçāo), pubblicato nel 1955 in Portogallo in sole 500 copie e ormai introvabile. Furono utilizzati anche da René Bacharach, che nel 1965 li tradusse parzialmente, nelle Riflessioni sull’arte equestre. Sinora non erano mai stati pubblicati integralmente. L’edizione francese si deve a uno degli allievi più assidui e apprezzati da Oliveira, Jan Magnan de Bornier. Sono estremamente interessanti, perché mostrano l’evoluzione del pensiero del maestro portoghese e le sue ricerche in campo equestre, molto prima che si affacciasse sulla scena internazionale. 

Non si può parlare di un "Metodo Oliveira". Ma piuttosto di un continuo invito ai cavalieri perché ragionino su come costruire un rapporto con la propria cavalcatura. È questa una delle qualità delle sue "riflessioni"?

Credo che questa sia la qualità più importante delle sue “Riflessioni” e del suo intero magistero. Oliveira insiste che ogni cavaliere deve far funzionare, prima delle mani e delle gambe, la propria testa: deve interrogarsi sul suo modo di mettersi in rapporto con il cavallo e deve studiare per migliorarlo. Per questo l’essenza del suo insegnamento vale per chiunque ami e pratichi l’equitazione, a prescindere dalla disciplina. Sul piano tecnico, Oliveira ha un atteggiamento pragmatico e antidogmatico. Da vero esperto di cavalli, sa che nessun “metodo” si può applicare in modo sempre identico, visto che ogni cavallo pone al suo addestratore problemi diversi da risolvere. Per affrontarli, Oliveira indica i tanti “ferri del mestieri” messi a punto e tramandati dai maestri del passato, in secoli di cultura equestre. Sa però benissimo che ciascuno di questi strumenti può essere utile in determinate circostanze, ma bisogna sapere quando è opportuno impiegarlo.

Oliveira ha mescolato tecnica e passione, addestramento e dolcezza. Uno dei capitoli del primo volume si intitola appunto "Dolcezza", un altro "Amare". Sembra che il rispetto non sia sufficiente. Che per lui sia necessario andare oltre.

Quello di Oliveira per il cavallo è un vero e proprio culto. Quando parla dell’écuyer, cioè dell’uomo di cavalli che non solo sa montare, ma anche addestrare i cavalli e trasmettere il sapere equestre ai propri allievi, parla di qualcuno che si “consacra” al cavallo. 

Oliveira ha scritto le sue opere in francese. Però è sempre stato legato al Portogallo, dove è nato e dove aveva sede la sua scuola di equitazione. Cosa c'è "dietro" Oliveira? Quanto la tradizione della scuola portoghese ha influito su di lui?

Il Portogallo ha mantenuto una solida tradizione di equitazione classica, soprattutto, ma non esclusivamente, legata alla tauromachia. Anche la profonda influenza che su Oliveira ha avuto la Scuola Francese, è nel solco di un rapporto storico tra la cultura equestre portoghese e quella appunto francese. Oliveira non nasce dal nulla, ma in un contesto equestre ricco di personalità rilevanti (nell’introduzione al libro, parlo per questo del suo primo maestro Joaquim Gonçalves Miranda). Il suo modo di intendere l’equitazione è dunque profondamente legato alla cultura equestre del suo paese. Oliveira, però, ha saputo andare oltre i limiti forse un poco provinciali in cui, ai suoi tempi, almeno una parte dell’equitazione portoghese ristagnava, dandole un respiro più ampio e proiettandola sulla scena internazionale. È certo che se Oliveira deve molto alle tradizioni equestri del suo paese, il prestigio di cui oggi godono i cavalieri portoghesi e i cavalli lusitani deve molto al successo che le opere di Oliveira hanno avuto in tutto il mondo.

Nella vita di Oliveira, per sua scelta, non trova posto l'agonismo. Eppure sarebbe stato un meraviglioso cavaliere di dressage. Spiega in qualche scritto la sua scelta? E tu, che ne pensi?

Più volte Oliveira dice di non essere interessato alle competizioni, dove la ricerca del risultato a ogni costo prende il sopravvento sulla ricerca della perfetta intesa con il cavallo. Per altro, visti gli standard di giudizio sui campi di gara internazionali, non credo che il suo modo sublime, artistico, di montare a cavallo sarebbe stato davvero apprezzato. 

Dopo una lunga frequentazione delle sue opere, cosa ti ha lasciato Oliveira sul piano personale? 

Moltissimo. Soprattutto l’idea di vivere l’equitazione come una ricerca: dell’intesa, della bellezza, del controllo di sé. È questo, credo, che rende l’esperienza dell’equitazione un percorso infinito, in cui, come Oliveira spiega magistralmente, si alternano momenti esaltanti e inevitabili fallimenti, ma che si rinnova ogni giorno e arricchisce la nostra vita, rendendola più piena e più profonda.