CAPITA, a volte, che tra genitori e figli le cose non girino per il verso giusto. Se poi si arriva anche a mettersi le mani addosso, vuol dire che va proprio di schifo. Ma quando un padre si mette in testa di far strozzare il figlio per offrirlo in sacrificio agli dei, altro che ‘complesso di Laio’, (il quale, per inciso, in quanto padre di Edipo, avrà pur diritto ad un posto, anche di seconda fila, nella storia della psicoanalisi)! Altro che gioco delle parti fra Eros e Tanathos! Roba da manicomio criminale, altro che! Ed è proprio quello che capita al giovane Pelope che, ritrovandosi per padre un invasato come Tantalo, ad un certo punto passa il più brutto quarto d’ora della sua vita. Cotto a mestiere e aromatizzato a puntino, viene servito come piatto forte per la tavolata che quello sciagurato di genitore imbandisce in onore degli dei. Ora, dati i tempi, e data anche una certa disinvoltura di rapporto fra uomini e dei, la cosa sarebbe pure normale. Ma c’è un punto che fa di questo sacrificio una sporca faccenda: a Tantalo gli dei non avevano chiesto proprio niente. Nessun sacrificio, nessun atto di fede. Niente di niente.
Non gli è capitato, tanto per dire, quello che, invece, è successo al povero Abramo, il quale non ha potuto fare altro che chinare la testa di fronte ad un ordine tuonato direttamente dall’alto. Poi, per fortuna, il Padreterno si è accontentato dell’atto di obbedienza e tutto è finito bene. Però Isacco, il bambinetto figlio di Abramo destinato al sacrificio, se l’è vista proprio brutta, l’ha sfangata all’ultimo momento per il rotto della cuffia. Si dice che la povera creatura non si sia più ripresa dallo spavento. E a poco sono servite le amorevoli cure della madre Sara, che ha passato giorni e nottate intere appresso al figlioletto, giorno e notte, cercando di alleviare gli spasmi colitici che per un mese intero hanno squassato le viscere del ragazzino.
Parrebbe che (il dubbio è doveroso, visto che nella Genesi non vi è traccia) l’assenza di sacrifici umani nel Cristianesimo origini proprio da qui, da una Sara furibonda che, sull’orlo di un esaurimento nervoso, dopo averne dette di tutti i colori all’incolpevole marito, gli sibila fissandolo dritto negli occhi: “Mai più, neanche se scende domineddio”.
TORNANDO A NOI, Tantalo, ruffiano e antropofago, il sacrificio del figlio se l’era, dunque, completamente inventato, per ingraziarsi gli dei a prescindere. Ma, della serie anche gli dei hanno un’anima, stavolta accade qualcosa di portentoso: Pelope viene resuscitato.
Infatti, al contrario di tante altre volte, di fronte a tanto ignobile, e non richiesto, spettacolo, a Zeus viene il ghiribizzo di commuoversi per questa giovane vita inutilmente sacrificata. Non capita tutti i giorni che il Gran Vecchio ceda alla debolezza di un sentimento umano. Forse sarà l’età. Forse sarà che Athena, sua figlia prediletta e unica in tutto l’Olimpo ad avere la testa sulle spalle, gli fa presente che va bene tutto, ma pure a tutto c’è un limite. Sarà dio solo sa per quale altro motivo, fatto sta che Pelope, per grazia del medesimo, riapre gli occhi.
Tantalo ci rimane male. I commensali, che già avevano messo in moto le canasse, peggio. Nessuno fiata. Però gli si legge in faccia a tutti la delusione: se non ci si può fidare più neanche degli dei, chissà dove andremo a finire di questo passo.
Non si sa se Pelope, tornato tra i vivi, si sia guardato intorno in cerca di quel fetente di padre per regolare i conti. Comunque sia, c’era qualcosa di più urgente da fare, subito: ringraziare Zeus per avergli ridato la vita. E lo fece organizzando una grande festa, allietata da giochi nei quali chiunque poteva misurare la propria forza e la propria abilità in gare di corsa, lotta e pugilato.
Va detto, per completezza di informazione, che la commozione di Zeus in realtà celava un progetto. Era necessario che Pelope tornasse in vita perché a lui spettava il compito di generare, con la moglie Ippodamia, due figli, Tieste ed Atreo. Che, per la verità, non vissero in fraterna letizia. Fra loro, infatti, si insinuò una turpe vicenda di corna. Tieste, cioè, non ce la fece a resistere alla tentazione di insidiare Europa, la moglie di Atreo. Il quale, naturalmente, si vendicò secondo le migliori tradizioni di famiglia: organizzò un pranzo con le carni del figli del fratello e glieli fece mangiare.
Di Tieste si persero le tracce, mentre Atreo, restò nella leggenda vivendo di luce riflessa dei figli: Agamennone, re di Micene, e Menelao, re di Sparta.
Senza Pelope, quindi, non ci sarebbe stata la grande epopea della guerra di Troia, e quindi i giganti della storia greca, e quindi Enea, e quindi Roma, e quindi eccetera eccetera.
Ma, allo stesso tempo, Pelope aveva anche un’altra missione, quella di segnare l’inizio di un’altra grandezza greca: le Olimpiadi.




















22/05/2012


