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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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L'uomo incontrò il cane e........non si lasciarono più!

K. Lorenz e i suoi cani
K. Lorenz e i suoi cani

“E d’un tratto il giovane capo fa qualcosa che agli altri appare incomprensibile: stacca un pezzo di carne dal magro bottino e lo getta a terra… un evento memorabile: per la prima volta l’uomo ha nutrito di sua mano un animale che gli è utile”.
K. Lorenz, E l’uomo incontro il cane.

Dicevamo, del cane non ne abbiamo bisogno. Come del resto del cavallo. Siamo uomini moderni, e il mondo moderno si basa sull’utilizzo di sofisticati macchinari, non certo di zampe e di code. Eppure il rapporto uomo-cane, proprio così è nato. Si perde nei secoli il tempo in cui i nostri antenati avvicinarono gli antenati dei nostri cani proprio per un reciproco scambio. Quale miglior fonte citare se non il premio Nobel Konrad Lorenz? Certo, Lorenz ci presenta la ricostruzione di questo momento con un’elaborazione in parte anche fantasiosa, che vale però ancora – e sempre – la pena – di ripercorrere. E così immagina nel suo piccolo capolavoro E l’uomo incontrò il cane il primo incontro tra il cane, o meglio un suo antico antenato appunto, e il capo di una tribù di ‘selvaggi’. Un incontro che assume subito i contorni della leggenda, acquisendone immediatamente anche il magnetico fascino, visto che si parla di ventimila anni fa! Ma il grande etologo certamente non sbaglia di molto nel collocare la natura di tale incontro entro i termini di reciproca ‘utilità’. L’uomo che si avvicina a un branco di sciacalli, o di lupi, a seconda delle teorie, offrendo cibo, cercando in cambio la protezione, per poter dormire sonni più tranquilli; gli animali che accettano il contatto tentando a loro volta di garantirsi una migliore sopravvivenza, assicurandosi gli avanzi dei bottini di caccia. Un rapporto diffidente, che cresce con lentezza, in cui entrambe le parti si studiano, si mettono alla prova: due tipi di predatori molto diversi tra loro che eppure scoprono col tempo aspetti in comune, e soprattutto quanto può migliorare la vita di entrambi ‘dandosi una mano’, anzi… una zampa!
E il vero aiuto per l’uomo arriva quando si accorge che si può fare anche qualcos’altro con questi strani animali: non sono solo ‘spazzini’ degli avanzi, non sono solo esseri dotati di sensi molto sviluppati e allenati, utilissimi per avvertire il pericolo assai prima delle orecchie umane, ma si rivelano ottimi collaboratori nella caccia; anzi di più, arrivano addirittura a precedere il conduttore, rintracciando la preda e facendola uscire allo scoperto, per poter essere più facilmente catturata.
È molto probabile infatti la prima “specializzazione” del cane fu proprio la caccia, insieme naturalmente alla guardia e alla difesa. Il cane dunque, a fianco dell’uomo, lo protegge e lo coadiuva nella predazione.
Nel corso dei secoli, però, le funzioni del cane, guidate dalla mano stessa dell’uomo, si sono molto diversificate. La caccia è stata verosimilmente la prima dunque, ma pitture murali e documenti testimoniano nell’antico Egitto come in Medioriente un alto livello di specializzazione di vari tipi di cane. Del resto l’uomo si rivela subito molto bravo a selezionare e migliorare le razze attraverso sapienti incroci, volti ad accentuare le varie prestazioni: la difesa, la guardia, la caccia, ma non solo. Lo sviluppo – e la creazione – di nuove razze rispondeva alle necessità di avere un valido e indispensabile aiuto in una determinata funzione: un cane valeva dunque in base al compito che era in grado di svolgere. Al tempo dei Romani già erano state definite le caratteristiche di molte fra le razze oggi esistenti, sebbene non ne fossero fissati i nomi e le regole che stabiliscono le varie suddivisioni. Oltre a diverse e differenziate specie di cacciatori, c’erano cani da lavoro, che si occupavano di greggi e mandrie, cani da difesa talmente forti e coraggiosi che, oltre a proteggere le case e i loro padroni nei viaggi commerciali, divennero famosi per accompagnare i soldati in guerra: si tratta degli antenati dei moderni molossoidi, temibili in battaglia per la loro mole e la loro tenacia. Ma anche i piccoli cani da compagnia vantano un’antichissima storia e trovarono nel Medioevo particolare fortuna: alcuni erano rari e pregiati al punto da diventare talvolta merce di scambio.
Tuttavia, si deve arrivare fino all’800 perché si sviluppi una vera e propria classificazione delle razze canine: la prima esposizione fu organizzata in Inghilterra nel 1859, mentre nel 1863 nacque il Kennel Club (Circolo Cinofilo) con lo scopo proprio di riconoscere e regolamentare le diverse specie. Non solo: furono creati anche i registri genealogici (pedigrees), e gli standard – ovvero il modello ideale – per ogni razza.
Ad oggi le razze canine riconosciute sono quasi 400, fanno capo ad ogni parte del mondo, comprendono animali che spesso hanno in comune davvero soltanto l’origine zoologia (basti pensare ad un mastiff che può raggiungere i 90 cm al garrese per quasi cento chili di peso rispetto ad un chihuahua che misura una ventina di centimetri per un paio di chili!). Sebbene non esista una classificazione univoca delle razze nei vari paesi, il sistema di suddivisione nei vari gruppi (cani da pastore, da caccia – ferma e riporto –, da compagnia, molossoidi, levrieri…) si può dire che risponda sempre in qualche modo alla funzione che l’animale è in grado di svolgere per e con l’uomo. Attualmente dalla Federazione Cinologica Internazionale (FCI) e, in Italia, dall’ENCI (Ente Cinofilo Nazionale) è prevista l’esistenza di 10 gruppi.
Esiste poi la razza più multiforme e colorata del mondo: quella meticcia, che annovera esemplari unici, veri capolavori in moltissimi casi, di intelligenza e bellezza.
Come ci testimonia non solo Lorenz, che comunque basterebbe, ma la storia stessa, con innumerevoli fonti sia scritte che archeologiche, il cane ha affiancato il suo migliore amico nella sua evoluzione, ‘lavorando’ alacremente al suo fianco in tutti i settori in cui l’uomo stesso ha operato, dalla caccia alla guerra. Oggi il cane, fatte salve alcune eccezioni (esistono pur sempre i cani per i ciechi, gli antidroga, antimina, antisommossa, i pastori e così via) ha quasi del tutto perso la sua “utilità”, ma la cosa sorprendente è che sia riuscito a sopravvivere a questo ribaltamento – da elemento funzionale a essere inutile – rimanendo l’animale domestico più diffuso al mondo.
In Italia sono oltre sette milioni le famiglie che hanno deciso di vivere con un cane, nonostante appunto non ne abbiamo ‘bisogno’, chissà che cosa vorrà mai dire… ed ecco che rispunta, come annunciato nel precedente articolo, la domanda che ci porremo sempre e che ritorna in ogni occasione: perché, oggi, avere un cane?