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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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"L'ultimo treno da Vienna" che salvò i Lipizzani!

Cos'hanno in comune Walt Disney e Hitler; la principessa Sissi e Luchino Visconti; il generale Patton e  il napoletano Federico Grisone, cinquecentesco autore de " Gli ordini del cavalcare"?  E' presto detto: tutti hanno avuto un ruolo in quella che potremmo definire "la questione lipizzana".    Si sa che i lipizzani - gli spendidi cavalli grigi che si esibiscono  alla scuola spagnola di Vienna - sono stati creati in  quattro secoli di incroci selezionatissimi mescolando fattrici italiane con stalloni danesi, napoletani e persino arabi (sia ricordato in onore e ricordo del grande genetista  Luca Cavalli-Sforza, mancato pochi giorni fa, che ci  ha spiegato in maniera incontrovertibile come - lui parlava di esseri umani, ma il succo della faccenda è il medesimo - non esistono le razze e che tutti siamo figli di innumerevoli contaminazioni). I lipizzani  prendono il nome dalla città  slovena di Lipizza, scelta alla metà del Cinquecento per il suo clima e i suoi terreni  dall'arciduca Carlo II  al fine di dare vita a un allevamento  di cavalli che  si distinguessero per  potenza, per  duttilità nell'apprendere, e per la resistenza nel tirare le carrozze. Lo scopo - raggiunto con successo- era quello di creare  dei cavalli "imperiali". E proprio i lipizzani sono protagonisti di un film del 1963, prodotto dalla Disney e interpretato da un cast di tutto rispetto: Robert Taylor, Lilli Palmer, Curd Jurgens, assieme a un gruppo di magnifici stalloni. Regista Arthur Hiller, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa (qualche anno dopo diventerà celeberrimo  dirigendo "Love Story").  Il titolo originale di questo film è "Il miracolo dello stallone bianco". Ma in italiano è stato più compostamente reintitolato "L'ultimo treno da Vienna". Nel film si racconta  il  reale tentativo - per fortuna riuscito  -   compiuto nella primavera del 1945 da Alois Podhajsky, direttore della Scuola Spagnola di Vienna e grandissimo cavaliere ( inutile dire che per le figure d'alta scuola eseguite da Robert Taylor nel film è stata usata una controfigura)  di  evacuare  i cavalli, sottraendoli ai bombardamenti alleati.  L'ultimo treno da Vienna è dunque per loro, che traversano le strade di Vienna fra le bombe prima di essere  imbarcati su un alcuni vagoni riuscendo così ad evitare la tragica fine che tocca invece agli stalloni della succursale ungherese della Scuola Spagnola: catturati dai sovietici, diciotto stalloni furono abbattuti perché considerati troppo focosi e i quattro che si lasciarono ammansire, furono messi a trainare carri di munizioni finendo uccisi o azzoppati. Più fortunata la sorte dei cavalli salvati da Podhajsky, che trovarono provvisorio rifugio a Sankt Martin, a un tiro di schioppo dal paese natale di Hitler ( a chi volesse sapere di più su questa vicenda e sui lipizzani consiglio la lettura del  volume di Frank Westerman "Pura razza bianca" edito da Iperborea.  Un titolo volutamente  e amaramente ironico perché i lipizzani incarnavano - incolpevolmente -  il sogno nazista di una superiorità razziale).  Ma in tutto questo cosa c'entra il generale Patton? C'entra eccome,  perché  nell'aprile del '45, al comando della Terza Armata Americana, il generale  aveva superato il Reno, aprendo la strada all'avanzata alleata nella Germania meridionale e in Austria. Patton, grande stratega dei mezzi corazzati, s'era arruolato giovanissimo in cavalleria, e  nel 1912 aveva partecipato allo steeplechase di cinquemila metri dei Giochi Olimpici di Stoccolma.  Di qui la decisione di  Podhajsky di allestire il 7 maggio del 1945  una esibizione  equestre in suo onore con musica, lavoro a redini lunghe e salti da Alta Scuola. Non si trattava di lusingare un vincitore, ma di convincerlo a proteggere gli stalloni che si erano esibiti con tanta maestria e a salvare le cavalle e i puledri che erano rimasti a Hostau, in Cecoslovacchia: "senza le femmine, i lipizzani si estingueranno". Nel suo  diario Patton scriverà, in quello stesso giorno: "Mi sembrò piuttosto strano che in un mondo che stava andando in pezzi una ventina di uomini giovani e di mezza età, in buone condizioni fisiche... avessero investito tutte le loro energie a insegnare giochetti ai cavalli". Nel film Patton pronuncia una battuta simile - in linea con il suo carattere scontroso - ma  accondiscende subito alla richiesta. Nella realtà storica   decise di requisire le giumente e i puledri prima ancora che gli venisse richiesto da Podhajsky,   spinto  soprattutto dal desiderio di sottrarle ai russi,  alleati che  da sempre mal sopportava.  Quell'episodio è stato raccontato anche in un altro film, interpretato nel 1973 da uno strepitoso George G. Scott, intitolato "Patton generale d'acciaio". Il film di Franklin J. Schatter  - fra gli sceneggiatori c'è anche Francis Ford Coppola -  ha conquistato un bel numero di Oscar  e non ha certo la dimensione favolistica e conciliatoria che contraddistingue "L'ultimo treno da Vienna". Ma i lipizzani - sia pure in una scena soltanto -  rifulgono del medesimo splendore. Lo stesso che ammaliava il pubblico nelle loro esibizioni viennesi, ispirate agli insegnamenti dei grandi maestri italiani Federico Grisone e  Giovanni Pignatelli. Esibizioni non particolarmente amate dall'imperatrice Sissi, che pure era una abilissima  e spericolata amazzone, abituata a  lunghe galoppate in campagna. Alla corte di Vienna  vigeva il tradizionale e  rigidissimo cerimoniale spagnolo,  seguito dalla madre di Francesco Giuseppe. A cui Sissi sempre si ribellò: potremmo dire che le esibizioni  rituali e difficilissime dei lipizzani erano per lei il simbolo di una regola malamente sopportata e da cui fuggì per tutta la vita. Sissi preferiva galoppare nella natia Baviera, a Sassetot in Normandia, dove montava in incognito, a pelo e vestita da uomo, con pantaloni imbottiti e calzettoni in pelle. Oppure in Irlanda, dove si dedicava a pericolosissime cacce e dove tenne per diverse stagioni i suoi cavalli.  Sissi e i cavalli sono sempre stati tutt'uno: tant'è che Visconti nel 1973 girò il suo "Ludwig", chiese  a Romy Schneider di tornare a vestire i panni di un personaggio (da lei non troppo amato) con cui nel 1955  aveva conquistato una popolarità planetaria: Romy accettò e Visconti la  fece giungere dall'amato cugino su una slitta trainata da uno splendido tiro a quattro. Visconti scelse dei potenti morelli per una ragione squisitamente cinematografica: Sissi arrivava in una pianura innevata e dunque occorreva che i cavalli fossero di un colore che non s'impastava con il candore del paesaggio. Dunque,  per quella scena,  niente lipizzani, quantunque fossero i destrieri solitamente attaccate ai legni reali.  Questo è il cinema, bellezza!