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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Le interviste impossibili: Branchini, re dei manager

LO TROVO sull’uscio verde scuro, bruciato dal tempo, della scuderia di sempre, quella dei Branchini, a San Siro la prima a sinistra entrando dal portone di Via Piccolomini. Una fenditura da cui sono passati i campioni veri. Da Qualto a Bourbon. Giovanni l’Ingegnere, Giovanni l’Americano è in giacca blù, un po’ stretta a guardare l’unico bottone chiuso e teso dentro l’asola, pantaloni grigi che gli fasciano le gambe corte e forti, camicia azzurra senza pretese col colletto un po’ stretto attorno a quel collo da fighter.
Il suo esordio è classico, già scritto. “Mister Cepparulo so che vuole parlare con me. Io di cose da dire ne ho sempre. Non so se giuste o sbagliate, ma sono sempre le mie e non le cambio con quelle di nessuno. Superbo? No. Forse testardo. Credo da sempre che il work, il lavoro, alla fine paga. Magari tardi, ma lo fa. In fondo la vita è bella e anche onesta”.
Sorride. Come sempre. E guarda in alto come se qualcuno dovesse dargli ragione. “Vede, mister Cepparulo, l’ippica è lo sport degli sport perché non esiste terra al mondo dove il cavallo non c’è. E lui alla fine salva tutto. Certo noi, ora, questa ippica la viviamo come molto precaria perché i conti non sono quelli che la gente di cavalli si attendeva. Ma non è solo questo, anzi è forse la cosa più appariscente ma anche la più relativa. Quando una buona famiglia va male economicamente stringe i denti e rifà i conti, sicura che il futuro sarà migliore. E noi questo dovremmo essere: una buona famiglia”.
Lo ascolto per capire dove vuole davvero arrivare. E poi sentirlo è da sempre un piacere sottile. “Però c’è un problema e lo vedo anch’io che sono un testimone dell’ottimismo. Quale? Io dico la politica, ma potrei dire l’Italia per come è concepita e percepita dalla politica di oggi, di ieri e dell’altro ieri”.
Tace un attimo, sospira. “Mi ascolti, Mister Cepparulo, ma senza dirmi che voglio fare il professore. Per carità. L’Unire un tempo era un bellissimo “padrone” della nostra ippica. Un ente che ci invidiavano all’estero: convogliava le scommesse come nessuno, le massimizzava in funzione del montepremi e aveva un alto profilo tecnico, pur fra i fatali errori che chi lavora sempre commette. Poi ci ha messo le mani la politica, o, forse meglio, i politici. Taglia di qua, ricuci di là, mettici uno e rimettici un altro. L’Unire è diventata più importante, in negativo, di quanto doveva gestire e cioè lo splendido mondo delle corse dei cavalli”.

“MISTER CEPPARULO le faccio un esempio per non essere preso per matto. E’ stato come ricostruire una casa senza tetto e pretendere che non ci piova dentro. Ma la vera rovina è stata quella di non fare impresa. Quando sono tornato dall’America, ho trovato gente che questa volontà l’aveva e bastava sollecitarli, magari perdendoci un giorno a spiegare che “fare impresa” è agire liberamente nell’ambito delle leggi e delle norme per costruire una realtà migliore per tutti”.
Ridacchia, felice di poter scandire i suoi teoremi liberisti nei quali si respira il profumo dell’America buona. “Ho detto liberamente non arbitrariamente. Se non fai impresa per abitudine e per concetto, non crei le condizioni della crescita e soprattutto gli uomini che possono gestire un mondo tanto articolato come quello dell’ippica”.
“E a noi stanno mancando non tanto i soldi, che sono importanti, ma gli uomini. E dire che ce sarebbero di buoni, di capaci, di onesti. Ma la politica li tiene lontani. O meglio li sconsiglia a mettersi in prima linea. A mettersi in discussione in una realtà che viva “day to day” e non può fare programmi robusti.”
“Io, mister Cepparulo, ho una sola filosofia: guardare avanti e guardare indietro. Non c’é contraddizione. Nella vita sale solo il futuro ma il passato t’insegna a costruire il futuro”.
E poi sorride ancora. “Certo diventando maturi perché io, lo sanno tutti, non concepisco la vecchiaia. Si capisce che lo cose cambiano e la gente anche. Ma i cavalli non cambiano. Quelli restano e sono la nostra grande gioia. Io ne ho avuti di buoni e di grami. Come per tutti, erano più quelli che andavano piano o non andavano affatto, ma non rinnego uno solo. Ma io non sono l’eccezione bensì la regola: chi tiene cavalli da corsa, sa che soffrirà molto ma sarà anche ricambiato emotivamente. E io credo che la vita sia emozione”.
“La gente ha lasciato gli ippodromi con grandi vuoti perché da una parte in Italia non c’è una veritiera cultura del cavallo e dall’altra perché la gente di cavalli si è nascosta. Ha ritenuto di poter vivere per fatti propri in maniera un po’ comoda e così non si è avvicinata davvero agli altri, non si è ripulita del negativo di questo mondo che viene percepito all’esterno. Non ha gridato che, invece, qui si lavora, ci si danna l’anima e alla fine si sanno fare anche cose grandi. Molto più grandi che in altri settori dello sport. Ma la colpa è nostra. Non mi andrebbe di dirlo, perché è banale, ma non ci siamo “promossi”.
“Mister Cepparulo, la nostra ippica ha la febbre e quella va curata senza medicine sbagliate, inutili o dispendiose. Ma la vista resta sempre molto bella.”
Eccetera, eccetera.

 

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Articolo del giornalista SANDRO CEPPARULO  tratto dalla pubblicazione “Branchini, una vita da maestro” ideata e realizzata da Pasquale Sedia con la collaborazione di Giulio Vitolo.