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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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L'archetipo del cavallo, una presenza costante nella storia

La Locandina della Biennale di  Venezia
La Locandina della Biennale di Venezia

Un cavaliere,  in groppa  ad un destriero, apre le braccia al destino, al mondo, alla  propria condizione umana.  Forse annichilito di fronte all'immenso, forse capace di fronteggiarlo coraggiosamente.  Una cifra artistica riconoscibilissima e indimenticabile: quella di Marino Marini.  Ebbene,  sono numerosissimi i  suoi  cavalieri presenti nella mostra a lui dedicata appena aperta a Pistoia con il titolo "Marino Marini passioni visive" che resterà aperta fino al 7 gennaio dell'anno prossimo.  E che vale la pena di non perdere.
Sulla grandezza di Marini non è il caso di  tornare: se ne accorsero precocemente i critici, il mercato e  i collezionisti: Peggy Guggenheim volle un suo cavaliere nel giardino della sua casa-museo affacciata  sul Canal Grande.  Più  utile  ricordare  il motivo - del tutto casuale - che  avvicinò  questo artista ai cavalli: all'inizio della sua carriera  Marini aveva affittato uno studio che apparteneva ai  gestori di un maneggio; nasceva  in questo modo la possibilità di  frequentarli da vicino, di disegnarli e modellarli. Scoprendone così  la bellezza e la valenza simbolica. In breve i cavalli  divennero  per lui, affascinato dalle forme della scultura etrusca, modelli privilegiati nella sua intera vicenda creativa.
Sul cavaliere acquistato da Peggy Guggenheim circolano anche  alcuni divertiti aneddoti: pare che le  maestre elementari che portavano le scolaresche in visita al museo, temessero di turbare i  loro piccoli alunni perché il cavaliere aveva il fallo  in evidenza. Marini non si arroccò sul problema, ma  lo superò, rendendo il fallo svitabile. Quando arrivavano i ragazzini ( o  la processione con Patriarca della città passava  in gondola) il sesso veniva tolto. Per poi tornare al suo posto poco dopo.
Ma  un altro cavallo galoppa nell'arte contemporanea, non lontano da quello del museo  di Peggy Guggenheim:  nell'edizione della  Biennale Arte di Venezia  che si è inaugurata nel maggio scorso,  l'installazione che ha riscosso la maggior attenzione del pubblico si intitola El problema del caballo e rappresenta una bambina a grandezza naturale che carezza  la testa di un enorme, galoppante destriero.  Un essere sovrannaturale per dimensioni, bellezza, innocenza, irruenza e forza. Ne è autrice l'artista argentina  Claudia Fontes, che dichiara di aver voluto esplorare il tema della libertà e della dominazione: "il cavallo si ribella agli standard e ai preconcetti dello stile di vita capitalistico imposto all'Argentina dal dominio coloniale. E finisce per sollevare il problema di una nuova e diversa relazione fra uomini e animali".
Ecco dunque la questione: sappiamo tutti che  il  cavallo  ha accompagnato per millenni  l'uomo nell' agricoltura, nei viaggi, nella caccia e nella guerra.  Facile comprendere come la sua immagine fosse uno dei cardini dell'iconografia di tutti i tempi (dalle pitture rupestri delle grotte di Lascaux ai cavalli naponeonici  di David, fino a De Chirico).  Ma ormai  è soltanto un amico del tempo libero e dello sport. E allora come  si spiega la sua  forte e radicata permanenza nell'espressione artistica?  Caterina Lelj -  una studiosa che negli anni Cinquanta  del secolo scorso diede alle stampe un ricco volume intitolato  Cavalli e cavalieri nella pittura italiana  -  pronosticò una sorta di "esplulsione" dell'immagine equestre: " il tema del cavallo e del cavaliere porta l'artista a un argomento superato dai tempi meccanici".
Questa  sua  previsione si è rivelata errata: i cavalli (a partire  da quelli in carne ed ossa che Jannis Kounellis espose in una galleria romana, portando a conseguenze estreme l'idea della verità, tanto da sostituire l'immagine e la forma  della scultura con l'immagine e la forma della vita stessa)  continuano a galoppare nell'immaginario dell'arte, anche della più recente. Restando irruente creature mitologiche,  e  potentissimi esseri simbolici.
Una delle possibili e plausibili  ragioni sta nel fatto  che  - come ha scritto il grande filosofo della scienza e della poesia Gaston Bachelar -  "il simbolo apre il suo spazio all'esistenza  quando cessiamo di considerare le realtà esterne o interne come oggetti e cominciamo a viverle come immagini. Una disposizione della coscienza e dello spirito che dona apertura e duttilità, dinamismo e libertà". Ogni essere umano, anche a sua insaputa,  porta dentro di sè  una sorta di  matrice, di cicatrice, di contrassegno simbolico riguardante il cavallo,  che aspetta solo di riaffiorare. Non soltanto attraverso la  scultura e la pittura ma anche  nella letteratura e nel cinema. All'ultimo festival cinematografico di Venezia (ancora Venezia!) è stato assai applaudito un film  che ha come protagonista il rapporto fra un ragazzo sbatacchiato dall'esistenza e un anziano cavallo.  Tratto dal romanzo di Willy Vlautin,  e già premiato al festival, il film  uscirà presto in Italia con il titolo Charles Thompson. Come a dire che El problema del caballo  continua  a  riguardare  noi tutti. Ora e sempre.