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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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L'amicizia nel mondo dei cavalli: un concetto complesso (parte 3)

Date le premesse delineate seppur succintamente nelle due parti precedenti, è lecito chiedersi se e come è possibile instaurare un rapporto di amicizia e comprensione reciproche tra umano e cavallo. Scopo di questo lavoro non è quello di dare risposte definitive, semmai di far sorgere altre domande su cui ragionare, sempre nell’ottica di un miglioramento del benessere equino a 360° e, quindi, anche della nostra relazione con loro.
Personalmente mi è chiaro che, se solo ci fosse una possibilità di instaurare un rapporto di reciproca comprensione, una relazione più profonda, in definitiva di sviluppare una vera e propria amicizia con gli animali (nel nostro caso i cavalli) di certo vale la pena di provarci.
Procediamo per gradi. Fin qui ho cercato di sottolineare l’esistenza di un ricco tessuto sociale ed emozionale tra i cavalli in cui si creano anche profondi legami di amicizia vera e propria. Adesso cerchiamo di capire se è potenzialmente possibile attuare per noi umani un legame simile (reciprocamente condiviso) con il cavallo. Per prima cosa approfondiamo il rapporto di Peer Attachment, magari aiutandoci con le parole di alcuni studiosi che hanno dedicato davvero tante energie per studiare e mettere in pratica questa relazione. Ancora Mintzlaff: “Nella relazione di Peer Attachment non c’è bisogno di utilizzare difese posturali dello spazio personale. Ciascun cavallo può avvicinare il suo amico fidato o toccarlo per invitarlo a giocare, per l’allogrooming, o anche solo per riposare il mento sopra la schiena senza il minimo timore di una ritorsione. (…) Se il cavallo condividesse una simile relazione con un umano (una volta che ha imparato la fragilità umana paragonata alla robustezza dei cavalli) non ci farebbe mai del male. Il livello di fiducia tra due cavalli che hanno un legame del genere è assoluto e incondizionato. Fiducia assoluta basata sull’ interazione libera e non violenta, che utilizza i parametri equini dell’intimità e dell’amicizia, e che sviluppa una forma comprensibile di comunicazione reciproca. Un tipo di comunicazione che può essere così sottile che talvolta sembra che l’uno possa leggere i pensieri dell’altro. La profondità della comprensione reciproca è così completa che sono perfettamente consapevoli dei bisogni dell’altro, delle disposizioni e degli umori...”
Non mi soffermo qui sulle modalità e i sistemi del Friendship Training (chi vuole può facilmente trovare più informazioni e curiosare partendo dal sito www.friendship-training.org) e pospongo le mie personali impressioni al riguardo nella conclusione. Piuttosto, prima di proseguire, credo che sia più utile capire se, da un punto di vista propriamente percettivo e, per così dire, tecnico, si può davvero realizzare una comunicazione binaria tanto avanzata e intima così come descritta. Possiamo davvero essere chiari sia nel comprendere sia nell’essere compresi? La comunicazione prevalentemente verbale dell’uomo e quella prevalentemente corporea del cavallo (senza trascurare l’influenza degli intenti e delle sensazioni che vi stanno dietro) possono raggiungere un così elevato livello di comprensione, intimità e affiatamento?
Molti studiosi ci confermano di sì. In particolare, tra tutti, può essere utile citare Gala Argent, una delle più affermate studiose della comunicazione equina che nel suo Toward a Privileging of the Nonverbal Communication, Corporeal Synchrony, and Transcendence in Humans and Horses giunge a conclusioni chiare e oggettivamente valide, condivise da molti studiosi, che lasciano pochi dubbi.

La Argent afferma che le modalità con cui i cavalli comunicano tra loro possono benissimo essere comprese attraverso i modelli di comunicazione non verbale umana già esistenti. “…i cavalli condividono con gli umani caratteristiche sociali e bisogni, utilizzano una comunicazione non verbale del tutto simile in termini di modalità di linguaggio e possono scegliere membri di altre specie come amici… La comunicazione non verbale dei cavalli può essere per molti aspetti adattata e applicata ai modelli della comunicazione umana non verbale, in un modo almeno altrettanto sviluppato, tenendo presente che i cavalli sono molto più capaci degli umani nel leggere le intenzioni...”

Le principali aree di studio prese a riferimento per la comunicazione equina sono le stesse usate per quella umana, e riguardano Movimento – Contatto – Spazio. Le stesse sono anche le discipline che le studiano, cinestesica – aptica – prossemica. Senza addentrarci qui nella trattazione della Argent, riporto solo un esempio per capire quanto tali modalità siano simili. La cinestesica (che comprende lo studio del movimento) nella sua accezione macroscopica prende in considerazione la gestualità e le posture, ma è in quella microscopica che si nascondono davvero mille segnali comunicativi, come per le espressioni facciali. Lo stesso accade per gli equini, le cui espressioni facciali sono almeno altrettanto indicative, in grado di veicolare tantissime emozioni o intenzioni di. Semplicemente, le narici del cavallo possono stringersi con disgusto o dilatarsi per l’eccitamento, gli occhi possono trasmettere dolore, stanchezza, ansietà o apprensione e così via.
I possibili punti di incontro secondo la Argent sono davvero notevoli, e, anche grazie a ciò “…la relazione con il cavallo può essere dinamica, complessa, bi-direzionale, co-creata, fatta di cooperazione reciproca e, forse, trascendentalmente piacevole per entrambe le parti”.

Se dunque possiamo interpretare il loro linguaggio e, a nostra volta, farci capire, come dovremmo approcciarci e relazionarci con il cavallo? Spesso si sente dire che possiamo farlo “utilizzando il loro linguaggio” (l’espressione il più delle volte è campata per aria e non supportata da basi etologiche, ma questo è un altro discorso) ma, se questo è vero, secondo quanto detto finora, possiamo scegliere di utilizzare come riferimento le dinamiche di dominanza e gerarchia comunque presenti all’interno di un branco oppure quelle affiliative, di non belligeranza, magari di Peer Attachment, cercando di essere un amico o, perfino, il suo migliore amico. Ho utilizzato qui una divisione per categorie un po’ forzata e grossolana ma funzionale per la nostra ricerca. Ricordandoci sempre e comunque che noi non siamo cavalli, e questo loro lo sanno benissimo, e hanno assoluto bisogno di socializzare con altri cavalli non con gli umani!
Teniamo anche presente che, quando ci rapportiamo con i cavalli, essi sanno riconoscere immediatamente un atteggiamento di possibile sfida per usurpare il loro rango, così come invece, allo stesso modo, possono facilmente riconoscere l’offerta e la disponibilità ad una pura amicizia, almeno se utilizziamo i loro standard, i loro protocolli e rendiamo chiara la percezione di una nostra offerta di amicizia. La logica suggerisce che se un umano potesse stabilire una relazione di Peer Attachment con un cavallo invece che una relazione comune di conspecifici di branco in cui i ruoli possono cambiare e le sfide ripetersi sarebbe una relazione molto più armoniosa di quelle che utilizzano i formats più tradizionali di horsemanship e altro.