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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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La prigione della cella... e la libertà di un Mustang.

La locandina del Film
La locandina del Film

Mai mi era accaduto, nella mia lunga vita di spettatrice cinematografica e di amazzone amatoriale, di incontrare  a distanza tanto ravvicinata due film sul rapporto fra uomo e cavallo così belli, dolenti, densi e significativi. E dunque, dopo aver dedicato la scorsa rubrica a "Driver, il sogno del cow boy",  della regista cinese ma naturalizzata americana Chloè Zhao, eccomi qui a parlarvi di un film di prossima uscita "The Mustang", di  grande potenza espressiva. La faccenda singolare è che anche questo film è firmato da una donna, Laure de Clermont-Tonnerre, un' autrice francese che dopo essere stata attrice,  debutta nella regia con questo film  che sfoggia come produttore esecutivo niente meno che Robert Redford, da sempre affezionato ai temi  contradditori della grande America delle praterie.  Le donne registe, per fortuna sempre più numerose, hanno un quid in più per raccontare quel che può accadere a chi scopre il proprio mondo interiore con l'aiuto di un cavallo.
"The Mustang"  - interpretato da uno straordinario attore  belga, Matthias Schoenaerts, che ha già una bella carriera internazionale dietro di sè - era annunciato sui nostri schermi per il marzo di quest'anno. Ma le strettoie del mercato hanno rallentato la sua uscita. E' probabile che lo si possa vedere a novembre, quando  c'è un po' di spazio per i film di qualità prima della grande baraonda natalizia. Perché "The Mustang" è davvero un bellissimo film,  anch'esso, proprio come "Driver" pieno di silenzi  che dicono più di mille parole.
Il film si apre con una  didascalia che ricorda un problema presente negli USA da oltre vent'anni: i Mustang, i cavalli selvaggi del West, si sono moltiplicati fino a centomila individui e ormai vengono considerati una ingestibile e costosa eccedenza, tanto da  aver dato il via a una serie di abbattimenti controllati dal Bureau of Land Management. Che ha  anche avviato un programma  gestito con alcune carceri dell'Arizona, California, Colorado, Kansas, Nevada e Wyoming, grazie al quale i detenuti  li domano, e li presentano all'asta che ogni anno si svolge in ognuno degli istituti di pena. I cavalli acquistati andranno ad agricoltori, ranger,  cacciatori, cow boy, poliziotti; quelli che non sono considerati idonei  verranno  molto probabilmente abbattuti ( va ricordato che  una iniziativa simile è citata nel bellissimo romanzo "Lo sport dei re" di C.E. Morgan, in cui si racconta, fra l'altro, di un programma di rieducazione  che offre ai condannati con pene brevi la possibilità di fare uno stage di sei mesi per diventare uomini di scuderia e avere un lavoro, una volta tornati in libertà).
Ma  veniamo a "The Mustang": in un carcere del Wyoming, il detenuto Roman Coleman sta affrontando un colloquio con la psicologa che si occupa dei detenuti. Non sappiamo nulla di lui, se non che è stato in isolamento: non ci viene detto il suo reato, nè da quanti anni è recluso, nè quanti dovrà  ancora scontarne. Il suo viso muto, ribelle, chiuso, racconta di inferni interiori, e l'unica  notizia che dà di se è l'ammissione: "non sono bravo con le persone". La psicologa  gli propone di lavorare alla manutenzione all'aperto del carcere. Il che significa spalare cumuli di letame, prodotti dai cavalli  scelti per l'addestramento in vista della prossima asta che si terrà di lì a qualche mese.  Roman accetta: per chi viene dalla cella di isolamento, l'aria aperta è già qualcosa. Mentre spala letame dà un'occhiata agli altri detenuti che provano ad addestrare  animali selvaggi e diffidenti.
Tranne il direttore del programma che vive in uno sbilenco  ufficetto sulla cui porta è scritto "chi non  piace ai miei cavalli non  piace neanche a me" ( interpretato da un meraviglioso e vecchissimo Bruce Dern)  tutti gli altri sono carcerati come lui, con qualche esperienza in più nella doma, ma grezzi quanto i Mustang con cui hanno a che fare: animali abituati a grandi spazi, che non hanno mai avuto contatti con l'uomo,  furenti per quella che è la prima privazione di libertà della loro esistenza. Insomma, galeotti uomini con ( o contro) galeotti cavalli. Roman  si incuriosisce perchè in un  box con un'unica feritoia è nascosto un cavallo considerato pericoloso. Inutile dire che lo riconoscerà ribelle proprio come lui e che chiederà di provare ad ammansirlo, seguendo i consigli del capoprogetto e le indicazioni di un compagno di prigionia, che con i cavalli ha ormai  un po' di mano, e che gli raccomanda " se non controlli te stesso, non puoi sperare di controllare lui".
Man mano che il film procede, con certi appuntamenti classici del filone carcerario, attraversati  però con uno stile denso, personale e mai banale, scopriamo la vita che Roman si è lasciato alle spalle, prima di scontare la sua pena (è dentro  già da 12 anni): la sua incapacità a gestire l'ira, la sua violenza esplosiva che ha  ridotto la moglie a un vegetale, l'incomprensione con la figlia che giustamente lo detesta e che va a trovarlo solo per farsi firmare dei documenti necessari alla vendita della casa di famiglia, visto che è in attesa di un bambino e quel piccolo capitale le serve. Poiché "Mustang" non è un film per ragazzi, è inutile sperare in un finale completamente  consolatorio. Ma quel che invece accade, con le venature amare che ogni vittoria porta con sè, è che il  detenuto "non bravo con le persone", grazie al rapporto con il Mustang - che lui chiama Marquis, perché in prigione ha letto  su una rivista di un marchese capace di addestrare benissimo i cavalli ( potrebbe essere La Guérinière) -  riacquisisce la capacità di dialogare con gli altri, di accettare le proprie e altrui emozioni,  di sorridere  quando riceve la foto del nipotino appena nato. 
Poiché il film si ispira a fatti reali,  prima dei titoli di coda vediamo le fotografie dei veri galeotti che han fatto parte del programma nel carcere del Wyoming,  ritratti assieme cavalli che hanno addestrato e che sono stati acquistati  (la scena in cui un detenuto ha gli occhi umidi poiché il sollievo  di vedere  il proprio cavallo comperato, e  dunque sottratto al rischio di essere abbattuto, si mescola al dolore di dovergli dire addio,  è davvero  straordinaria nella sua compostezza). E apprendiamo che  i detenuti entrati nei programmi di addestramento cavalli, una volta usciti di prigione  hanno avuto  molto meno recidive di reati. 
Una realtà che ci rimanda alla bellissima esperienza che qui in Italia si compie a Milano, nel carcere di Bollate, grazie all'associazione  "Salto oltre il muro", dove   da otto anni, sotto la direzione di Claudio Villa, vera anima dell'iniziativa,  i detenuti  si occupano di  cavalli (c'è anche un pony), sottratti a maltrattamenti. Le foto  dei detenuti postate sulla pagina Facebook "Associazione salto oltre il muro", che vi invito caldamente a vedere se siete su quel social, rimandano a quelle del carcere del Wyoming:  immagini di uomini che  hanno sbagliato, e  che chiedono solo di ritrovare  se stessi,  in un percorso emotivo che i cavalli rendono più facile.  Quella di Bollate è l'unica esperienza europea. Occorrerebbe diventasse un principio-guida dell'intera Europa,  usando - perché no - "The Mustang" come proprio manifesto e propria bandiera.