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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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ISCHIA: pensavo che…..e invece!

I cavalli del Museo Archeologico
I cavalli del Museo Archeologico

Capita che ci si ritrovi ad Ischia per un evento che con i cavalli non ha niente a che fare. Poco male. Anzi, bene. Benissimo. Cavalli o non cavalli, Ischia è sempre Ischia. Tenendo Capri, naturalmente, fuori concorso.
E poi, diciamo la verità: non è che al mondo esistono solo i cavalli. Esistono anche, tanto per dirne una, “Terremoti, Vulcani e Nuvole”. Che è esattamente il titolo della interessantissima mostra organizzata, qui ad Ischia giustappunto, dal CREA (Centro per la Ricerca sull’Agricoltura e l’Ambiente) e dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Avvicinandosi all’isola non si può, però, non riflettere sulle tante correlazioni esistenti tra i cavalli e gli elementi naturali dei quali tra breve sentirò parlare. Per chi come me da anni si interessa dell’universo simbolico che ruota intorno al cavallo o, forse sarebbe più esatto dire, al suo archetipo, impossibile non pensare a Pegaso che, volando tra le nuvole, porta il fulmine a Giove.
Pegaso, certo. Ma non solo.
Anche Baiardo e tutti gli altri equini suoi consimili, che avevano la capacità di far sgorgare dalla terra zampilli d’acqua con un semplice colpo di zoccoli e di individuare tra boschi e valli fonti miracolose in grado di guarire malattie di uomini e animali. Acqua, malattie, esseri umani, esseri animali. L’associazione di idee e di immagini è servita su un piatto d’argento. A cosa alludo? Ma è ovvio: alle sorgenti termali, che fanno di Ischia qualcosa in più di una semplice, splendida isola del Mediterraneo.
Innocui pensieri in libertà. Che tali sarebbero rimasti se qualcuno non avesse suggerito una visita al museo archeologico Pithecusae ( a Lacco Ameno- Villa Arbusto).
Entro e lo sguardo viene immediatamente catturato dalle statue in terracotta di due cavalli. Dietro di loro un carro trainato da muli. Risalgono al VII secolo a.C. e, sebbene di produzione locale, rivelano una evidente fattura greca.
“I greci - mi spiega con passione e competenza Costanza Gialanella, direttrice del museo – hanno colonizzato l’isola intorno all' VIII secolo portandoci tre doni: la vite, l’innovazione tecnologica del tornio per la lavorazione della ceramica e la scrittura”.
A testimoniarlo una coppa risalente appunto all' VIII secolo, sulla quale è inciso un epigramma in tre versi inneggiante al vino, all’amore e alla bellezza di Afrodite. E’ chiamata la ‘Coppa di Nestore’. E colpisce pensare che risalga allo stesso secolo nel quale l’Iliade e l’Odissea prendevano corpo nella forma che è giunta fino a noi.
Ma torniamo ai cavalli. Provengono da un deposito votivo o da una tomba situata nei pressi di un tempietto, nel quale forse si svolgevano riti officiati da sacerdotesse. Anche i muli hanno la stessa origine e molti archeologi ritengono fossero dedicati ad Hera, dea del matrimonio.
I cavalli però ci raccontano una storia diversa e forse più antica. Una storia che si ripete immutata in tempi e luoghi diversi: quella che associa questo animale al femminile. E quindi, indirettamente, alla dinamica vita-morte, della quale le donne sono portatrici. Siamo, dunque, nel mondo ultraterreno, del quale il cavallo è guida.
Suggestioni che si rincorrono, mentre lascio il Museo (che consiglio vivamente a chi si trovasse ad Ischia di andare a visitare) convinta, assolto l’obbligo dei doverosi omaggi alla nobiltà del destriero, di potermi occupare anche d’altro! Ed invece non è così.
A completare il mio personale percorso sulle orme dei cavalli è arrivato…. un calessino ape, uno di quei trabiccoli che d’estate scorrazzano in lungo e in largo i turisti. Salgo e la prima cosa che mi colpisce è la sagoma di un cavallo in ferro battuto incastrata sul cruscotto. Come si fa a non chiedere il perché e per come di quella rappresentazione, che tutto è meno che, ai miei occhi, una rappresentazione qualsiasi? E infatti, manco a dirlo, chiedo. Il guidatore sembrava non aspettare altro per raccontare un pezzo della sua storia. Che, mi accorgo, intreccia, parola dopo parola, la trama di una educazione sentimentale attraverso la quale il cavallo filtra come ‘Creatura’. Insomma, scovo un mondo. 
Mi racconta, il guidatore, che possiede un anglo-arabo che usa anche attaccato, per condurre in chiesa gli sposi. Suo nonno è stato l’ultimo vetturino di Ischia e lui in qualche modo ne continua la tradizione. “Ha fatto il servizio di leva, durante la guerra, al Centro Militare di Grosseto –racconta- e mi ha insegnato che i cavalli vanno trattati con rispetto e senza mai ricorrere alle maniere forti”.  Ha anche due muli, aggiunge, con i quali raccoglie la legna e aiuta nella vendemmia lungo i terrazzamenti. Il terzo, sospira, è morto di recente, ma era molto anziano aveva quasi trenta anni.
Ci salutiamo così, con quel senso di leggerezza che accompagna quanti hanno la consapevolezza di appartenere ad un comune universo. E mentre mi allontano rifletto che è bello immaginare che, in qualche remoto angolo dell’isola, lontano dalla pazza folla, uomini, muli e cavalli continuino a ripetere gli stessi gesti di quasi tremila anni fa.