In sella a un sogno nell'immenso Wyoming
- Bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile, scriveva Hermann Hesse. Ma non esiste un sogno perpetuo. Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo e non bisogna volerne trattenere alcuno.
LUNGHE OMBRE si proiettano sulla Devils Tower, che si protende in lontananza, misteriosa e magica, verso un cielo così basso da poterlo toccare. L'erba della prateria, lunga e giallastra, contrasta con le groppe nere degli Angus. Il gelido mattino si condensa intorno al respiro della mandria. Quando le passiamo piano accanto, ad alcune decine di metri per non spaventare i bovini assonnati, ne percepiamo l'odore caldo e muschiato. Ci accompagnano con lo sguardo, le orecchie tese e i muselli umidi, mentre i vitelli cercano riparo sotto le madri. Se un capo cominciasse a correre, in pochi secondi si scatenerebbe il finimondo, una forsennata fuga - anche di varie miglia - capace di travolgere qualsiasi cosa. Staccionate, recinzioni di filo spinato, coltivazioni, nulla potrebbe fermare l'onda furiosa di corna e zampe. Gli "stampede", così si chiamano questi improvvisi scatti della mandria tanto cari all'iconografia del Grande West, sono molto pericolosi per i cowboy e per i danni che le bestie impazzite possono causare a se stesse, a cose, ad altri animali e a persone.
SIAMO IN SELLA da un paio d'ore in un susseguirsi di scenari mozzafiato. La maggior parte del tragitto fino al pascolo è percorso al passo, salendo pendii boscosi e osando ripide scorciatoie tra le conifere secolari, con qualche apertura di galoppo sui tratti pianeggianti fatta quasi per gioco. Provenendo dalle morbide colline circostanti la vista dell'imponente Torre dei Diavoli è impressionante. Ci troviamo nella Crook County, nel Wyoming, proprio sul delimitare delle Black Hills che si estendono fino al South Dakota e al Montana. Con i suoi 243 metri di altezza, la Devils Tower si staglia monolitica su un paesaggio solo lievemente mosso da sinuosi rilievi. La monumentale roccia, di colore cangiante dal verde al rosso, è antica oltre 60 milioni di anni, frutto di un'eruzione di magma che forzò la crosta terrestre. A questa particolare genesi sarebbero da attribuire la forma a cono tronco e la sommità completamente piatta.
La fama mondiale di questa roccia striata si deve alla genialità del regista Steven Spielberg, che nel 1976 vi ambientò il luogo di contatto tra gli umani e gli extraterrestri in "Incontri ravvicinati del terzo tipo".
Ma il megalite aveva già ispirato molto tempo prima lo spirito animista dei nativi. Era, e ancor ogg, è considerato un luogo sacro. Un tempo, quando era nota come Bear Lodge o Bear Teepee (tana o tenda dell'orso), vi potevano accedere solo gli "uomini della medicina". Un'antica leggenda Kiowa narra di sette bambine aggredite da un orso mentre giocavano lontano dal villaggio. La belva altri non era che uno dei fratellini, mutato in sembianze animalesche da un demone. Le piccole cercarono riparo su un sasso alto poco pi di un metro e lo pregarono di porle in salvo. Mossa a compassione, la pietra crebbe fino a diventare l'enorme torre e mentre gli artigli dell'orso infuriato ne incidevano indelebilmente le pareti, le bimbe volarono in cielo trasformandosi nelle sette stelle dell'Orsa Maggiore. Nel 1906 il presidente Theodore Roosevelt la dichiarò primo monumento nazionale degli Stati Uniti. Oggi, con i geyser del parco nazionale di Yellowstone, la Devils Tower rappresenta l'attrazione naturale più visitata dello Stato. %%newpage%%
NEL WEST AMERICANO - nonostante il terzo millennio, il Nasdaq, la globalizzazione - l'uomo si pone ancora senza arroganza nei confronti della natura selvaggia. La sua presenza è in qualche modo discreta, quasi priva di ingerenze. Non esistono coltivazioni intensive, né industrie, né grandi centri urbani, minimo lo sfruttamento del sottosuolo. La rete viaria si snoda in lunghissimi nastri d'asfalto tra praterie sconfinate, qualche raro pozzo di petrolio e migliaia di bovini e cavalli. Un secolo e mezzo fa questa regione fa era teatro dei drammi che oggi si leggono sui libri di storia ma i cui risvolti drammatici sono visibili nel degrado delle riserve: scontri tra coloni e nativi, banditi e bounty killer, lo sterminio dei bisonti, uccisi in ultimo solo per la lingua - tra le Delikatessen delle mense del Vecchio Continente - e lasciati in putrefazione a milioni. Infine venne la cacciata dei Nativi dalle Black Hills. Questo territorio era stato loro assegnato dal governo americano prima che si scoprissero le vene aurifere nelle Colline Nere.
La corsa all'oro condusse a una vera e propria invasione di cercatori, scortati dai reparti di colui che, il 25 giugno 1876 presso il torrente Little Big Horn, nel Montana, avrebbe condotto alla distruzione il Settimo Cavalleggeri: il tenente colonnello George Armstrong Custer. Alla violazione del patto, gli ormai esasperati pellerossa reagirono infatti con attacchi alle colonne di carri. La reazione dei "visi pallidi" non si fece attendere. La repressione fu durissima e il fatto che i bianchi avessero violato il trattato di Washington passò sotto silenzio. Da questo episodio e dal sanguinoso massacro del campo sulle rive del Sand Creek (i guerrieri erano per lo più assenti per la caccia e sul posto si trovavano principalmente anziani, donne e bambini) si giunse poi alla battaglia del Little Big Horn, unica vittoria indiana delle trib riunite dei Lakota e dei Cheyenne.
CON IL FLUIRE di questi pensieri continuiamo la cavalcata nella prateria lanciando finalmente i Quarter, a lungo trattenuti, al galoppo, il viso sferzato dal vento e dal profumo della libertà. Il cavallo, oltre alla grande capacità di far rivivere le gesta che hanno reso famoso il West, offre la possibilità di entrare in silenzio nel regno della natura. Il passo cadenzato degli zoccoli non infastidisce il curioso cane della prateria, un piccolo roditore con una vaga somiglianza a una marmotta, il timido white tail, il sospettoso mule deer e la diffidente antilocapra, diffusissimi in tutta la regione delle Black Hills. Il grande bisonte è scomparso dalle Colline Nere (allo stato brado, mentre è allevato in alcune farm) ma si stanno ricostituendo estese mandrie nei parchi delle pianure del South Dakota. Alzando gli occhi al cielo possiamo avere la fortuna di vedere l'aquila dalla testa bianca e il blue bird, una sorta di allodola dallo sgargiante piumaggio turchese, simbolo stesso dello stato del Wyoming. %%newpage%%
PER CHI E' ABITUATO a cavalli "cittadini" il Lake Ranch - autentico working ranch di Hulett, nel Wyoming, dedicato a chi, per qualche giorno, desideri davvero vestire i panni del cowboy - punto di partenza della nostra avventura, costituirà una piacevole riscoperta delle origini. I Quarter Horse, gli Appaloosa, i Paint qui non trascorrono il tempo in scuderia bensì all'aperto, sono ferrati solamente nei mesi estivi, quando il suolo della prateria diventa duro come cemento. Vivono suddivisi in piccoli branchi nei paddock intorno a casa, con gli stalloni liberi. Per i puledri nati tra queste colline la doma inizia a tre anni e prosegue accanto a un soggetto anziano. I cavalli del ranch sono veri cowhorse, in grado di bloccare il vitello che tenta la fuga con uno scatto fulmineo e arrestarsi in pochissimi centimetri. Senza esitazione scendono in profonde e ripidissime forre, risalendo al galoppo dalla parte opposta, rimangono a brucare pazienti, aspettando che il cavaliere risalga in sella, non conoscono le difese. Il sogno fatto quadrupede.
NESSUNA DESCRIZIONE può rendere il giusto merito allo scenario naturale della grande prateria del West americano e ancor più vano è il tentativo di riportare le emozioni di percorrere le sterminate distese d'erba, le vallate, i ripidi canyon a cavallo. Bisogna vivere la sensazione dell'aria fredda e pulita che entra di forza nei polmoni avvezzi allo smog, liberandoli respiro dopo respiro, del galoppare fin dove l'occhio può arrivare e, a meta raggiunta, ripartire per altrettanta vastità, dello scorgere il cervo timido, i salti dell'antilope e i cerchi inesorabili del falco. In sella i pensieri corrono rapidi e veloci come cirri e cumuli nel cielo turchese del Wyoming, così diversi dal farraginoso rimuginare nelle caotiche ore cittadine. E il tempo ricomincia a battere un ritmo primitivo, scandito dal sole allo zenit e dall'orologio biologico di uomini e animali.
Ma si deve ritornare alla realtà. La giornata nella prateria è stata lunga e la stanchezza intorpidisce le membra. La sera accanto al fuoco, tra una partita di biliardo e una bottiglia di birra, un'ombra pesa sul cuore di tutti: la vacanza è giunta al termine. L'indomani si sarebbero salutati gli amici di Hulett, lanciata l'ultima occhiata ai pascoli senza soluzione di continuità, riposti chaps e guanti gialli nelle valigie, salutati i cavalli complici d'indescrivibili emozioni e indossati nuovamente gli abiti cittadini, divenuti improvvisamente stretti.

foto Paola Olivari




























