Agenzia di informazione indipendente

di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

Articolo completo

In ricordo di un grande uomo di cavalli: Fabrizio Mai

Fabrizio Mai insieme ad uno dei suoi cavalli
Fabrizio Mai insieme ad uno dei suoi cavalli

Cavallo2000 ha  chiesto a Giovanni Battista Tomassini, scrittore, giornalista e cavaliere un ricordo di Fabrizio Mai, di cui è stato allievo ed amico”.

 Pensate cosa possa voler dire aver poco meno di vent’anni, essere cresciuti con la passione dell’equitazione e trovarsi in una sera d’estate, su una strada sterrata, in un bosco in Maremma, al galoppo in una colonna di una decina di cavalli. Ormai è quasi buio e riuscite a distinguere solo la macchia scura degli alberi che vi sovrastano, la striscia più chiara della strada e la strana maglietta rosa e i pantaloni candidi del cavaliere che vi precede e che, dritto come una statua, vola sul suo morello in testa al gruppo, lanciando sbuffi di fumo dal suo sigaro toscano. Immaginate il ritmo incessante del respiro del vostro cavallo, il rombo di quaranta zoccoli che battono la breccia. Poi, quel tunnel d’alberi d’un tratto si apre e davanti ai vostri occhi si squadernano le colline, pettinate di campi appena mietuti e punteggiate di rare querce maestose, sotto un cielo limpido, che brilla degli ultimi bagliori del tramonto. Un brivido vi corre dalla cima dei capelli ai talloni, spinti bassi sulle staffe. E il vostro cuore ride e gli occhi vi si riempiono di lacrime per quello spettacolo di cui siete parte e che non è nient’altro che la vita, come la vita sa essere, meravigliosa, in certi momenti speciali.
Quel cavaliere con quella caratteristica maglietta rosa, su quel busto da statua equestre, era Fabrizio Mai. A lui devo questo e tanti altri momenti indelebili nella mia memoria. Se n’è andato l’8 giugno del 2020 e con lui se n’è andata un’epoca della mia vita e della sua Capalbio. Ma quell’epoca è ancora mia, così come appartiene alle tante persone che gli hanno voluto bene e che condividono di lui tanti ricordi belli e importanti.
Fabrizio era una delle anime di Capalbio: quella dell’accoglienza schietta e un po’ rustica, capace di mettere tutti a proprio agio. Negli anni, è stato uno degli artefici del successo turistico di questo borgo maremmano, sospeso tra una campagna dai tratti ancora vagamente selvaggi e il mare, bellissimo, dell’Argentario. Dal suo maneggio e dalla capanna del Circolo Sant’Irma, dove si mangiava la migliore carne alla brace della zona, sono passati tutti. Ci trovavi il grande capitano d’industria, il presidente della Rai, il senatore, la scrittrice e la regista affermate, accanto al buttero, che era passato a mostrare orgogliosamente al padrone di casa l’ultimo puledro che stava domando, o il vicino di campo, che aveva portato un popone fresco, subito diviso tra i presenti. Per tutti, non importa se avessero cognomi blasonati, fossero dei divi, o gente comune, Fabrizio aveva la stessa considerazione, la stessa apertura e disponibilità. Conosceva tutti nella zona e chiunque avesse un problema sapeva di potersi rivolgere a lui per trovare una soluzione. Lo faceva con una spontaneità sorprendente. Qualsiasi cosa stesse facendo, era pronto a piantar tutto in ogni momento per dare aiuto a un amico. Non lo scrivo esagerando, per farne un panegirico adesso che è morto. Era proprio così. Aveva una grande anima, generosa e nobile. Per questo lo avevano soprannominato “il Conte”. Per quel suo carisma, che ne faceva una figura conosciuta e stimata da tutti. Per quella sincerità che alle volte poteva apparir ruvida, ma che era il tratto più prezioso della sua amicizia. Proprio questo aspetto del suo carattere gli ha guadagnato la stima di tante persone importanti, che finalmente con lui sentivano venir meno quel velo di ipocrisia che troppo spesso rende opachi i rapporti con i potenti.
Fabrizio era innanzitutto un grande uomo di cavalli. Una passione che ha dominato tutta la sua vita. Mi raccontava che da ragazzino scappava da scuola per andare nei campi, a cercare i cavalli al pascolo. C’era un grande prato, delimitato da un muro a secco, dove in un angolo, cresceva un fico. Lui si arrampicava sui rami e restava in attesa che sotto passasse qualche cavallo, in cerca di un po’ d’ombra. Come se lo trovava a tiro, gli saltava in groppa. Non importa che molti di quegli animali non fossero ancora domati. Si aggrappava alla criniera con una mano e quello gli saltava tra le gambe come una capra matta. “Facevo di quei tonfi!” mi diceva ridendo, con quella sua risata larga, che gli veniva dal cuore e gli illuminava lo sguardo. “Ogni volta che andavo a terra mi facevo un altro livido, o una nuova sbucciatura, ma il giorno dopo ero ancora là”. È tornato dai suoi cavalli per tutta la vita. Tanto che, quando sono andato a trovarlo, a pochi giorni dalla fine, pur sentendosi ormai stremato dalla malattia, m’ha detto: “se riuscirò a star meglio, andiamo a cercare un cavallo come dico io”. E ha chiuso gli occhi e sono certo che in quel momento quel cavallo lo vedeva: un morello, come gli erano sempre piaciuti, forte e sincero, dal passo veloce e dal galoppo elegante.
I cavalli sono stati i compagni della sua esistenza. Sono assolutamente convinto che ci siano persone che hanno un carisma speciale che li rende capaci di comunicare in modo ineffabile con gli animali. Non è solo questione di esperienza. È il grande amore che nutrono per loro e che gli animali sentono e al quale corrispondono. Fabrizio era così. In tanti anni, non gli ho mai sentito alzar la voce con un cavallo, non gli ho mai visto un gesto d’impazienza. E i suoi cavalli lo ricambiavano, prosperando. Tondi come mele e lucenti come visoni. Nonostante lavorassero duro, fra lezioni e passeggiate. La maggior parte di loro è vissuta a lungo. In fondo alla sua proprietà, c’è un grande campo recintato, destinato al pascolo degli anziani e delle fattrici. Nessuno di loro è stato mai venduto, quando ormai s’era fatto troppo vecchio per lavorare. Sono restati con lui, a godersi una meritata pensione. La sua era la sapienza pragmatica e vagamente esoterica dei vecchi “cavallari”, nutrita di secoli d’esperienza e di una vita passata con gli animali. Una saggezza fatta di piccoli, grandi, “segreti”, che lui confidava solo ai pochi nei quali riconosceva un’autentica passione per quegli animali ai quali aveva dedicato la sua esistenza.
Come spesso accade dei grandi uomini di cavalli, Fabrizio era uno spontaneo affabulatore, con mille aneddoti da raccontare, delle tante vite che aveva vissuto, nei luoghi e negli ambienti sociali più disparati. E quei racconti, che a volte si ingarbugliavano con le risate, erano una sorta di alone di leggenda che ricopriva quel posto in Maremma, di cui lui era nume tutelare, e che ci faceva sentire tutti partecipi di qualcosa di speciale e di intenso. Amava i giovani e, pur essendo grande e forte come un toro, era capace di una sorprendete tenerezza con i bambini, sui quali esercitava un fascino tutto particolare. Per noi, allora, ragazzi, era padre e fratello maggiore, amico e maestro, che ci guidava in quel mondo misterioso e gravido d’avventure che era quello dei cavalli
La vita con lui è stata generosa, ma anche feroce. La perdita delle due figlie, una a venticinque anni l’altra a quaranta, lo aveva messo duramente alla prova. Da ultimo anche la scomparsa della sorella è stato un lutto gravissimo. La malattia alla fine lo ha vinto. Lasciando casa sua il feretro ha fatto un ampio giro, passando accanto ai paddock, per salutare un’ultima volta i suoi amati cavalli. È stata una bella idea di Lorenzo, allievo prediletto, al quale Fabrizio ha voluto bene come a un figlio. Ad attenderlo a Borgo Carige c’era una gran folla, commossa, che è rimasta sulla piazza per rispettare le distanze. E i Cavalcanti di Maremma, che l’hanno scortato alla chiesa, con la sua cavalla, ormai vecchissima, sellata di tutto punto e i suoi stivali, legati al contrario nelle staffe. Come si faceva un tempo quando moriva un buttero importante. Come si continua a fare oggi quando se ne va uno come lui: un grande uomo di cavalli, “bizzarro sacerdote dell’arte equestre”.