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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Impariamo dai cavalli a guardare l'autismo con occhi diversi

Mi è stato chiesto di scrivere un breve articolo sull’autismo, breve e non tecnico è stata la precisa richiesta. Si sa, chi lavora da molti anni nell’ambito della psicologia clinica e della disabilità neuropsicomotoria dell’età evolutiva corre il rischio concreto di vivere di definizioni, ricercare sintomi e segni, interrogarsi se quel paziente presenti o meno quel tal disturbo o patologia e quindi allontanarsi dal sentire sé e la persona che si ha davanti.
Il disturbo dello spettro dell’autismo rientra nei disturbi del neurosviluppo secondo il Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM-5. E quindi? Questo cosa vuol dire? Partiamo da un assunto fondamentale parliamo di spettro autistico perché le manifestazioni dell’autismo sono molto varie e diverse questo in parole semplici vuol dire che ogni persona con questo disturbo è un mondo a sé.
Una persona con questo disturbo vive un mondo suo, un mondo speciale e particolare, all’interno del quale è possibile entrare solo in punta di piedi, facendo attenzione che ogni minimo suono, luce, immagine, profumo e consistenza potrebbero assumere un significato diverso e speciale rispetto quello attribuito dalle altre persone per così dire “normotipiche”.
Persone con questo disturbo inoltre pensano per immagini, e questo è ben spiegato da una donna  che ha fatto della sua malattia il suo punto di forza: Grandin Temple. La Dott.ssa Temple è una persona affetta da disturbo dello spettro dell’autismo ad alto funzionamento, un tempo sindrome di Asperger, che è stata in grado non solo di laurearsi diventando un’esperta nell’ambito zootecnico negli Stati Uniti ma ha permesso al mondo intero di entrare nel suo mondo per capire come lei vive e percepisce ciò che la circonda.
Sono proprio questi elementi ovvero la modalità di pensare ed il bisogno di entrare nel mondo in punta di piedi  ad accumunare i cavalli alle persone con autismo.
I cavalli sono pensatori, animali delicati e precisi, in grado di entrare nel mondo relazionale dell’altro in punta di piedi, percependo le minime perturbazioni dell’ambiente e questo sia a livello fisco che emotivo. Ma cosa vuol dire di preciso questo nell’ambito clinico? Vuol dire che il cavallo per la sua sensibilità è in grado di dialogare con la sensibilità di una persona con autismo perché sostanzialmente parlano la stessa lingua.
Il cavallo è in grado di accogliere e lo fa sia a livello psichico che a livello fisico, potremo immaginare il cavallo come un grande contenitore che accoglie e prende su di se quei pensieri e quelle emozioni che nella mente e nel corpo di una persona con autismo sono caotiche, un turbinio in costante movimento, una mente bombardata di stimoli che non hanno un significato preciso e possono mettere paura fino al panico. Accanto ad un cavallo, e ancora meglio sulla schiena di un cavallo, quel turbinio inizia a diminuire fino al punto in cui si ha una sintonizzazione psicofisica tra cavallo e uomo. Ma il cavallo è anche uno spazio fisico che contiene, sulla schiena di un cavallo la sensazione è quella di essere sorretti, accolti, protetti, manipolati con delicatezza, dondolati e tutto questo è esattamente ciò che accade quando un neonato viene preso in braccio e cullato dalla propria madre. Il movimento del cavallo riporta quindi tutti noi, e non solo le persone con autismo, ad un sentire fisico e psichico che fa parte della nostra storia neonatale e anzi ancor prima prenatale.
Dire che con e su un cavallo si guarisce dall’autismo è scorretto e forviante, rischia di trasmettere falsi messaggi e dare false aspettative; il cavallo, e con esso l’ippoterapia o meglio le terapie assistite con gli animali nello specifico i cavalli, non sono panacea di tutti i mali e non sono miracolose. Tuttavia è sicuramente appropriato affermare che, con e su un cavallo, ognuno di noi può riviere delle sensazioni psicofisiche di accudimento e protezione che inevitabilmente rimandano ad uno stato di benessere che è scritto nella nostra mente e nel nostro psichismo inconscio. Quindi per un cavallo non c’è alcuna differenza tra una persona cosiddetta normotipica ed una persona con un disturbo dello spettro dell’autismo.
Il messaggio che vorrei trasmettere con queste poche righe è proprio quello che dovremo imparare dai cavalli, sapienti maestri di vita,  a guardare a questo disturbo con occhi diversi, con la curiosità di comprendere un mondo diverso dal nostro e con l’umiltà di imparare da quel mondo, mettendo da parte il desiderio di curare ma mettendoci in gioco con il desiderio di imparare.