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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Il programma Friendship Training attraverso le parole del suo autore: Chuck Mintzlaff

Chuck Mintzlaff insieme ad uno dei suoi cavalli
Chuck Mintzlaff insieme ad uno dei suoi cavalli

Avete presente quando, dopo tanti sforzi e fatiche, si comincia a pensare di essere arrivati a un buon punto del proprio percorso e, per così dire, a capirci davvero qualcosa? Magari anche con un po’ di compiacimento e soddisfazione? Insomma, finalmente siamo sulla strada giusta!
Se la risposta è sì, si può anche immaginare cosa si prova quando, d’un tratto, qualcosa o qualcuno ti fa crollare tutto quello che avevi pazientemente costruito come un castello di carte. E ti poni nuove domande e nuove questioni che prima non esistevano.
Veniamo ai fatti. Dopo tanti tentativi teorici e pratici, studi e ricerche personali, esperienze nel campo della gestione, della relazione e dell’equitazione in senso stretto, cominciavo ad essere soddisfatto del mio percorso con i cavalli (e con gli allievi). Gestione naturale, studio dei bisogni e dei comportamenti dei cavalli, attenzione per l’individuo cavallo (e l’individuo allievo), un’equitazione consapevole e un bagaglio di tecniche ed esperienze che possono sempre tornare utili. Per carità c’erano, ci sono, ancora compromessi, punti oscuri, dubbi mai veramente risolti… ma nel complesso i risultati sembravano piuttosto buoni.
Poi mi è capitato di vedere uno sconosciuto signore in un video amatoriale e mi sono sentito il primo degli ignoranti. Il video in questione lo si può rintracciare qui https://www.youtube.com/watch?v=JvQHZzys4BE , il suo protagonista si chiama Chuck Mintzlaff, personaggio pressoché sconosciuto, ed è con lui che parleremo in questo servizio per cavallo2000.
Obiettivamente l’impatto che si ha con Chuck sui social non è eclatante, per usare un eufemismo: i suoi video sono mossi e, spero non se ne abbia a male, di pessima qualità, nessuna “immagine” costruita ad hoc, nessun esperto di marketing dietro. Nel mondo virtuale dei social in cui è già difficile discernere la forma dal contenuto, le parole dai fatti e in cui anche il più improvvisato degli horsemen non ha un capello fuori posto, è già un fatto strano. Chuck è un signore di una certa età vestito in modo trasandato e che non ama lo show. Ma il messaggio che arriva dai suoi video traballanti, almeno per chi conosce e riconosce un minimo la spontaneità e il modo di esprimersi dei cavalli, colpisce diritto al cuore.
È stato proprio il messaggio rivelatore di questo video che mi ha stimolato a verificare, studiare, approfondire e a fare la sua conoscenza. Ho già menzionato Chuck Mintzlaff nella serie di articoli dedicati all’amicizia equina pubblicati in questa stessa sede. Poiché più ho letto e parlato con lui e più mi è venuta voglia di approfondire, ho preso contatto e infine gli ho fatto una piccola intervista.
Per motivi di spazio non sarà possibile riportare qui tutto quello di cui abbiamo discusso ma dovrebbe essere sufficiente anche per il lettore per poter intuire quanto diverso, affascinante e unico sia il suo Friendship Training, e stimolarlo a ulteriori riflessioni e, magari, a un diverso modo di agire.
INTERVISTA
D. 1. Ciò che mi ha colpito e spinto ad approfondire la ricerca sul tuo FT è stata la visione del video “Roundpenning a Stallion” (“Lavoro nel tondino con uno stallone”), titolo dal tono decisamente ironico e scanzonato. Questo video, così come altri, all’inizio reca la seguente scritta: “nessuna frusta o frustino, collare, corda, stick, premi in cibo, clicker o altri tipi di strumenti sono stati utilizzati nella preparazione e realizzazione di questo video”. Come è possibile raggiungere tali risultati senza passare dai sistemi di addestramento tradizionali? Voglio dire, anche le performance con cavalli “in libertà” normalmente si raggiungono attraverso un iter progressivo fatto di ripetizioni, lavoro meticoloso, corde più lunghe, recinti più ampi eccetera. Qui invece…
R. È possibile grazie alla profondità e al livello di intimità del rapporto che condividiamo con il cavallo.  La qual cosa comporta che, prima, si investa tempo ed energia per acquisire una adeguata conoscenza e comprensione dei reali bisogni del cavallo, acquisire una base culturale che si fondi su serie basi etologiche e scientifiche. Solo allora possiamo davvero comprendere come e chi sono individualmente i nostri cavalli, e arrivare a vedere il mondo con i loro occhi!
La comunicazione poi costituisce la base portante per ogni tipo di relazione. Il cavallo deve essere libero di esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni in qualsiasi momento. La vera chiave consiste nel comprendere davvero COSA ci stanno dicendo e, soprattutto, PERCHE’ ce lo stanno dicendo.
Tutto questo però non può essere raggiunto senza prima aver acquisito una solida conoscenza di ciò che gli piace e ciò che non gli piace, dei suoi bisogni e delle sue paure, e poi fare un raffronto tra la vita attuale e quella precedente del cavallo. In breve, come dicevo, di vedere il mondo attraverso i loro occhi. 

D. Purtroppo sappiamo quanti cavalli bollati come “difficili”, cavalli isolati dai propri simili, abusati e traumatizzati dalle scellerate pratiche umane (o da ignoranza) ci sono e che devono essere recuperati; spesso questi cavalli non riescono più a comportarsi in modo naturale, neppure con altri cavalli. So che FT svolge un ruolo molto importante al riguardo, il tipo di approccio in questi casi cambia? Oppure avviene sempre senza stick, fruste, restrizioni, comodità/scomodità, “fasi alte” eccetera?
R. Assolutamente lo stesso approccio per ogni cavallo… che sia “cattivo”, “problematico” o “difficile”. Il vero problema non è mai il cavallo. Un po’ di tempo fa ho scritto un articolo dal titolo “Problemi” in cui si spiega l’ironia di questa situazione. A un certo punto riporto una citazione di un personaggio del film “Pirati dei Caraibi”, Jack Sparrow: “Il problema non è il problema. Il problema è il tuo atteggiamento nei confronti di quel problema.”   Una definizione della parola “problema” tratta dal dizionario Merriam Webster è: fonte di perplessità, angoscia o fastidio. Una seconda recita: difficoltà nel comprendere o nell’accettare. Entrambe le definizioni sono direttamente applicabili alla relazione umano/equino. Perché in definitiva non esiste un cavallo cattivo o difficile: è quando non vengono raggiunte le aspettative del proprietario che viene visto come un cavallo “cattivo”, “difficile” e via dicendo.   
Quando vedo un cavallo che reagisce in un certo modo ad abusi, addestramenti e gestioni controproducenti, io vedo solo un cavallo che viene insultato e non compreso. Questo è il motivo per il quale il nostro primo pre-requisito è quello di aiutare il cavallo a guarire, a rigenerare la propria dignità e consapevolezza di sé. Allora, solo allora, possiamo cominciare a modellarne il comportamento (shaping) e a condividere con lui vicinanza e intimità di una relazione intra-specie veramente solida.

D. Ho visto più volte nei tuoi video che i cavalli mantengono un atteggiamento e un modo di esprimersi del tutto naturale e, soprattutto Combustion, lo stallone, sprigiona una gran bella energia. Eppure sembra che tu non pensi neanche lontanamente che possano farti male, magari involontariamente o giocando come fanno tra di loro… 
R. Quando un cavallo tiene davvero al bene di un essere umano (dopo aver avere compreso quanto siano fragili gli umani rispetto ai cavalli) farebbe di tutto per non fargli male. Questa è una delle ricompense che si hanno quando si condivide la più intima delle relazioni tra uomo e cavallo.
D. Sì, va bene Chuck, ma perché mai un cavallo libero, che non ha restrizioni e che ha la possibilità di andarsene da noi, perché mai dovrebbe preferire starsene al nostro fianco ed essere così sollecito ad esaudire una richiesta quando potrebbe pascolare? Inoltre sono solleciti, volenterosi, godono della tua compagnia di amico, anche senza l’aiuto del cibo! È strabiliante.
R. Mi dispiace ma devo dissentire, non credo affatto che sia strabiliante. Forse perché mi sono allontanato ormai da alcune decadi dalle tendenze dell’horsemanship. Molto è dovuto a quella che chiamo la Legge delle Intenzioni. Se la nostra prima sincera intenzione è di aiutare il cavallo a guarire e a rigenerare il proprio “senso di sé”, per poi procedere ad esprimergli quanto davvero lo si ami e quanto ci importa di lui in un modo che sia a lui comprensibile, ti godrai i frutti e le ricompense di una relazione positiva. Se invece la nostra intenzione è quella di utilizzare la paura e il confinamento per addestrarlo raccoglierai i frutti di una relazione Padrone / Schiavo, una relazione di impotenza acquisita, e dovremo fare i conti con le conseguenze di una relazione negativa.
D. Chi segue il programma Friendship Ttaining? È davvero un percorso fattibile anche per noi “comuni mortali”?
R. Certo! Tutto quello di cui c’è bisogno è: Internet, avere la possibilità di postare video di tanto in tanto e restare in contatto con me, e poi impegno e dedizione nel seguire il programma FT.
D. Leggendo gli articoli e le informazioni presenti sul tuo sito web si capisce la grande attenzione che si pone verso gli studi tecnici, scientifici ed etologici nell’ottica di un miglioramento della conoscenza fisica, mentale ed emozionale del cavallo. Dall’alimentazione alla pratica barefoot, dal controllo dei parassiti ad aspetti più tecnici dell’equitazione… Insomma, il sito è davvero una grande fonte di informazioni a 360° ma mi è sembrato di aver visto anche la parola “spirituale” tra le righe…  Credi che ci sia posto anche per una dimensione più spirituale (forse differente per ciascuno di noi) nella relazione che possiamo raggiungere con il cavallo?
R. Se davvero amiamo I nostri cavalli, indipendentemente dal fatto che li montiamo o meno, il nostro approccio DEVE ESSERE per forza olistico, e quindi comprendere qualsiasi aspetto che influenzi il benessere mentale emozionale e fisico del nostro cavallo. È difficile pensare che non ci sia anche una dimensione spirituale... (pausa) Sono mortificato, però adesso devo proprio andare, mi spiace tanto, ma non mi sento molto bene e devo pensare ai miei cavalli (kids) perché non ho nessuno che mi aiuta.
Conclusione.
All’interruzione della chiacchierata rimango un po’ impietrito. Non credo che termineremo la nostra intervista, so che Chuck ha problemi di ordine pratico e di salute.
È buffo. Ho letto e studiato diversi uomini e donne di cavalli, alcuni dei quali ammirevoli e abilissimi, da Parelli a Hempfling passando per Karen Rohlf e Marike de Jong. Credo che se la passino tutti bene, tra show, video, spettacoli e vendita di corsi didattici.  Meritatamente, per carità.
Però l’unico – che io sappia – ad aver formulato un programma che va al di là dei metodi addestrativi tradizionali, senza mai usare forza, coercizione, comodità/scomodità, treats, clickers o trucchetti vari, e comunque non escluda affatto l’equitazione, è un personaggio semi-sconosciuto che riesce a malapena a sbarcare il lunario. Il suo contributo potrebbe colmare un importante vuoto didattico, ma sembra che interessi davvero molto poco. Raggiungere davvero una relazione d’Amicizia col proprio partner equino senza rinunciare a fare attività con lui non è forse una delle mete più nobili?
Probabilmente no. La maggior parte continuerà ancora a seguire lo show business, la moda, le frasi ad effetto, i sogni confezionati a puntino, senza farsi troppe domande. Perché, in fondo, la verità è anche un po’ noiosa, perché alla fine l’ego dell’uomo è sempre un tantino più importante rispetto ad un’amicizia sincera, rispetto al benessere pieno del nostro cavallo. Come dice spesso Chuck, le parole sono potenti ma sono le azioni che contano.

Nota. Chi è Chuck Mintzlaff
Stilare un profilo di Chuck Mintzlaff è davvero arduo… Perfino avere delle sue foto decenti è arduo! Del resto non mi va di andare a scavare per ricercare dettagli biografici quando il diretto interessato non sembra poi così contento.
Si è distaccato dall’horsemanship molto presto, dedicandosi allo studio approfondito delle principali fonti etologiche e scientifiche, vivendo, nel frattempo, con i suoi cavalli un po’ come in una famiglia. 
Dai suoi meticolosi studi e da una particolare sensibilità nasce il programma Friendship Training che prende come principale riferimento il rapporto di amicizia speciale (pair bonding) che possono mantenere due cavalli in un branco* (*vedi articoli sull’amiciazia equina).
FT si occupa principalmente di aiutare binomi a distanza: attualmente sono alcune decine le persone, con il proprio cavallo, che Chuck, dalla sua casa in Texas, segue in diversi paesi del mondo. Persone che hanno messo il benessere psico-fisico del cavallo e la relazione al primo posto. Spesso Chuck è l’ultima chance di salvezza per cavalli che sembrano irrimediabilmente perduti e per proprietari disillusi.
Friendship Training è inoltre impegnato nel sociale, i cavalli di Chuck ricevono ragazzi così detti problematici e disabili con una sensibilità struggente.
Insomma non ci sono molte notizie di lui ma direi che a parlare per suo conto ci sono (oltre alla sua famiglia equina) le storie di persone e cavalli lasciate in una apposita sezione del sito FT, alcune delle quali davvero commoventi.