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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Il grande cuore dei galoppatori.

Questa volta ci si dà all'ippica. E si propone una accoppiata che unisce due film dedicati a due straordinari campioni del galoppo, due sauri indimenticabili: i loro nomi sono Phar Lap e Secretariat.  Forse del primo sono in pochi ad averne memoria, perchè la sua vicenda si è dipanata nell' Australia degli anni '30.  A lui è stato dedicato un film del 1990 che in Italia è stato distribuito con il titolo "Corri cavallo corri" e che è possibile trovare gratuitamente in rete, doppiato nella nostra lingua.
Questo  galoppatore era nato a Timaru, in Nuova Zelanda nel 1926 e l'inquadratura che ce lo presenta mentre  viene sbarcato in Australia, insaccato come una mortadella in una  grossa rete appesa a una gru,  simboleggia efficacemente i suoi esordi difficili.  Nella sua prima corsa australiana, la Nursery Handicap  di Rosehill arriva addirittura ultimo.   Ma - dicono le cronache - si trattava soltanto di maturare e di acclimatarsi.
Difatti tre anni dopo Pahr Lap inanella una serie di successi straordinari, che decreteranno la sua celebrità. Gli australiani  lo avevano soprannominato "il terrore rosso" e anche "il cavallo meraviglia".  L'anno seguente, il 1930, il sauro volante vince senza alcun problema la Melbourne cup, che ancor oggi viene indicata come "la corsa capace di fermare una nazione". E proprio allora comincia la sua durissima odissea: poiché non ha rivali, per movimentare i pronostici  e di conseguenza le scommesse, nel 1931 gli handicapper lo costringono a partire con 91  metri di svantaggio e lo caricano di 13 chili di pietre. Ma, nonostante la pioggia, Phar Lap vince ancora, con grande stupore del suo stesso allenatore Harry Telford.
La sua fama ha ormai varcato i confini nazionali e il cavallo viene spedito a gareggiare negli Stati Uniti, dove sbaraglia gli avversari in una corsa chiamata Agua Caliente handicap. Ma alla vigilia di  nuove riunioni di galoppo Phar Lap si ammala.  E qualche mese dopo muore,  nel 1932, poco prima di compiere  7 anni. Una malattia sconosciuta? O piuttosto un avvelenamento  organizzato da alcuni scommettitori legati alla malavita statunitense,  decisi a eliminare con ogni mezzo un campione indiscusso che  nella sua carriera annoverava 36 vittorie su 41 corse?
Il film, che è stato realizzato nel 1990 si chiude sull'ultima, strepitosa  vittoria del sauro, chiosata da una didascalia che ne annuncia la fine precoce, probabilmente per avvelenamento. La  definitiva risposta a questo interrogativo arriva solo nel 2006, quando una indagine necroscopica condotta sui suoi resti rivela che Pharl Lap è morto per un avvelenamento da arsenico. Dunque è stata la  crudele mano dell'uomo a fermare la sua potenza, il suo impulso.
Fra gli appassionati di ippica australiani circola un modo di dire: "Phar Lap first, dayligt second" (Primo Phar Lap, seconda la luce del giorno). A lui è stato dedicato un francobollo,  un imponente  monumento in bronzo, il suo corpo imbalsamato è ora esposto al  Melbourne museum, mentre il suo cuore  si trova al National Museum of Australia. Un cuore che pesava quasi il doppio di un normale cuore equino:  ben 6 chili e 200 grammi, contro i 3 chili e  mezzo della norma. 
Un peso  simile a quello del cuore dell'altro sauro di cui scriviamo in questa rubrica, il grande  Secretariat.  Ecco cosa leggiamo sul volume Cavalli di razza di John Jeremiah Sulllivan, dove  viene riportata la dichiarazione del veterinario Thomasz  Swerczex, che fece l'autopsia di Secretariat: "ho fatto migliaia di autopsie di cavalli, e nulla è paragonabile a quel che ho visto. Il cuore del cavallo  pesa in media 4 chili. Quello di Secretariat era almeno il doppio e un terzo più grande di qualsiasi cuore equino io abbia mai visto. E non era ingrandito a causa di una patologia".
Da un  cuore all'altro eccoci dunque al film che rievoca la vita e la leggenda di questo campione americano. Si intitola, nella sua versione italiana,  "Un anno da ricordare" ( il titolo originale è semplicemente "Segretariat", come quello del film precedente  è  "Phar lap", ma i  nostri distributori pensano che il pubblico italiano abbia poca simpatia per i titoli con i nomi)  ed ha come protagonista la brava  Diane Lane, nei panni di Penny Chenery. E' lei nella foto che apre la nostra rubrica, assieme al cavallo che "interpreta"  il protagonista. Penny è una casalinga americana madre  di quattro figli e moglie di un avvocato indaffarato, che  decide  - per pure ragioni affettive - di non vendere l'allevamento di purosangue ereditato dal padre,  azienda che è oltretutto in gravi difficoltà finanziarie.  Questa scelta la obbligherà ad allontanarsi da casa (l'allevamento è a qualche ora d'aereo), a fronteggiare l'iniziale malumore della famiglia "mamma, cosa ti viene in mente", a misurarsi con lo spietato mondo degli allevatori e delle corse. Ma Penny tiene duro, cede solo uno dei tre puledri di quell'anno,  e affida  Secretariat  (che inizialmente era stato chiamato Big Red, ma che è poi stato ribattezzato Segretariat in onore della sua fidata segretaria Elizabeth Ham ) a Lucian Laurin (interpretato da un singolare e bravissimo John Malkovich) e al fantino Ron Turcotte,  riuscendo  ad aggiudicarsi  nel 1973 l'ambito titolo della Triple Crown, un difficilissimo trittico di tre gare di galoppo che da 25 anni non veniva assegnato.  Nell'ultima, la Belmont Stakes  Secretariat impose una distanza di 31 lunghezze (circa 70 metri) ai suoi inseguitori.
Assai più fortunato del povero Phar Lap, Segretariat verrà ritirato dalle corse  in piena salute, per essere avviato a una  attività stalloniera. Sarà soppresso a 19 anni per evitargli inaudite sofferenze: era affetto da una dolorosissima laminite cronica che gli impediva di stare in piedi.  Ma il suo ricordo rimane indelebile in chi ama il galoppo: anche a lui è stata dedicata una statua in bronzo, che è visibile al National Museo of Racing and Hall of Fame di Saratoga Spring. Su di lui è stata scritta una biografia ( mai tradotta in italiano),   anche a lui è stato dedicato un francobollo. Inoltre l'immagine della sua bellissima testa è comparsa sulla copertina sulla rivista Time, e il suo nome non è citato solo  in Cavalli di razza, ma anche in molti altri volumi dedicati al mondo del galoppo, compreso il recente e bellissimo romanzo Lo sport dei re. Naturale che gli si dedicasse un film, che grazie alla buona regia di Randall Wallace conduce assai bene l'intreccio delle vicende equine e umane, tratteggiando la riscossa esistenziale di Penny, vero fiore d'acciaio ( è morta  nel 2017 a 95 anni e dunque ha fatto in tempo a vedere il film dedicato a lei e al suo formidabile sauro). 
A questo punto sorge una domanda: perché mai il cinema italiano non ha dedicato un film all'epopea di Ribot, galoppatore che è diventato il cavallo-simbolo del nostro miracolo economico? La risposta forse esiste. Ma è una questione complicata, dunque ne parleremo in un'altra rubrica.