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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Il gioco di Troia, un autentico carosello a cavallo

A qualcuno dice niente il gioco di Troia( ludus o lusus Troiae ) ?
Non era una gara, ma, appunto, un vero e proprio “gioco”: una sorta di esibizione a cavallo, peraltro assai impegnativa.
Ne erano protagonisti i giovani appartenenti alle famiglie nobili dell’antica Roma, che davano vita a questa manifestazione equestre quando venivano fatte le dediche ai templi o per festeggiare importanti vittorie dell’esercito romano o in occasione dei funerali degli imperatori.
Un passo dell’Eneide di Virgilio ( V, 553-603 ) ci consente di entrare nei dettagli di questa singolare esibizione, che nel poema rappresentava il momento finale dei giochi in ricordo della morte di Anchise, padre dell’eroe troiano Enea.
In pratica, l’esibizione veniva compiuta da tre file di dodici cavalieri l’una, agli ordini dei rispettivi  comandanti, con altrettanti aiutanti di scorta.
Ma entriamo nel vivo del gioco.
Dopo aver sciolto e separato le fila a tre per volta, i giovani cavalieri facevano un cambio di direzione per effettuare una carica a cavallo con le lance abbassate. Era solo l’inizio di spettacolari sequenze.
Si succedevano , di continuo, variazioni di direzione ed improvvise conversioni ( quindi, eseguendo cariche e ritirate ) , con i cavalieri che si affrontavano ad ogni giro e si incrociavano l’uno con l’altro, simulando con le armi una vera battaglia.
Le varie fasi potevano vedere i cavalieri scoprire le spalle nella fuga, rivolgersi l’uno contro l’altro le lance in modo aggressivo e, poi, quasi a sancire la pace ritrovata, tornare a cavalcare fianco a fianco.
Lo stesso Virgilio, a conclusione del racconto, paragonava il continuo succedersi di cambi di direzione e conversioni a cavallo, compiuto dai giovani troiani, all’ingannevole intreccio di vie dell’intricato Labirinto di Creta.
L’esibizione si effettuava anche durante le parate della cavalleria, in relazione alle squadre di cavalieri che i popoli alleati fornivano a Roma.
Se fu Giulio Cesare a ripristinare il “gioco di Troia”, si deve al primo imperatore romano, Augusto, la regolare programmazione della manifestazione.
Va, poi, ricordato che al “gioco di Troia” presero parte il futuro imperatore Tiberio, come comandante di una fila di cavalieri ( la turma ) , nel 29 a. C., e Nerone, all’età di nove anni ( ! ) , nel 47 d. C..
Nel tirare le somme, trattandosi, in concreto, di un autentico “carosello” equestre, il pensiero corre, per logica conseguenza, a quello che, ripreso ai nostri tempi ( fatta eccezione, purtroppo, per il disgraziato anno in corso ) , vede esibirsi , con le sciabole sguainate ( al posto delle lance ) , gli impareggiabili Carabinieri nell’entusiasmante conclusione del concorso internazionale di Roma a Piazza di Siena.
Corsi e ricorsi della storia!     

Maurizio Vignuda