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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Il ferro di cavallo, non è vero ma ci credo

Sant'Eligio
Sant'Eligio

IL DEMONIO come lo vede scappa. E ha ragione povera creatura. Da quando Dunstan il maniscalco  glie ne ha inchiodato a forza uno sullo zoccolo biforcuto, e per il dolore ha visto tutte le stelle del firmamento, non si è più ripreso. Da allora, povero diavolo, come annusa un posto dove è appeso un ferro di cavallo, gira i tacchi e smamma. Non è provato, però pare che al nostro maniscalco quel fatto abbia portato bene. Da quel giorno la sua carriera è stata un successo dopo l’altro, fino a diventare niente meno che Arcivescovo di Canterbury nell’Inghilterra del X secolo. Porta bene avere a che fare con ferro e cavalli! Noi stessi li faremmo Re, i maniscalchi, ogni volta che ci concedono, somma magnanimità, un appuntamento per ferrare le nostre bestie. 
Ma anche il Padreterno ha avuto a che fare, indirettamente s’intende, con il ferro di cavallo. Sant’Eligio, che in Francia, e soprattutto nella Camargue, è il santo protettore di tutti gli animali da tiro, ne sa qualcosa. Gli è arrivata dall’alto dei cieli una lezione fra capo e collo che l’ha talmente intronato, che sta ancora lì a chiedere perdono per il suo peccato di arroganza. Però da quel giorno è migliorato, si è fatto più modesto e anche più bravo nel suo lavoro. Il fatto è andato così.

SIAMO NEL XII SECOLO ed Eligio è un maestro artigiano come in giro non se ne trovano. Bravissimo. Insuperabile. Unico. Il suo guaio,  però,  è che lo sa. E lo scrive pure sull’insegna della sua officina. Se ne fa un gran vanto. E dal suo punto di vista avrebbe tutte le ragioni di questo mondo per ostentare una bravura con cui nessuno osa misurarsi. Ma il punto sta propri qui: le sue ragioni sono di questo mondo,  non di quello di sopra. E, infatti, Domineddio, mastica amaro. Quel ragazzo sarà pure bravo, ma quel suo modo di fare proprio non gli piace. Però è giovane, pensa, diamogli tempo,  può darsi che capisca da solo. Può darsi che qualche santo gli dia la dritta giusta per darsi una calmata. Fra l’altro ci guadagnerebbe in simpatia, non verrebbe bersagliato dai malefici influssi dell’invidia. Insomma cambierebbe la sua qualità della vita.
Ma niente da fare. Eligio è sempre più gonfio della sua inarrivabile abilità. Finché un giorno Domineddio non ce la fa più e sbotta: adesso basta! Ho aspettato che capisse da solo e niente. Ho aspettato che qualche santo intervenisse, ma questi quando servono non ci sono mai (che avranno poi da fare, solo Dio lo sa), e intanto questo montato di Eligio s’è convinto d’essere il padreterno in terra. Adesso è troppo! A casa mia, di sopra e di sotto, comando io! E finché ci sono io in questo universo si fa come dico io! Domineddio non perde mai la pazienza però è meglio non sfruguliarlo. Questo Eligio non lo sa. Ma lo sta per imparare. Il Padreterno ha deciso di mandare giù Gesù Cristo a dargli una addrizzatina come si deve. E vediamo che succede.

GESU’ scende in terra con le sembianze di un fabbro e si stabilisce nel posto dove sta Eligio. Apre la sua officina, si fa pian piano la sua clientela e il suo nome comincia ad essere conosciuto. In giro si dice che il fabbro appena arrivato sia proprio bravo. Qualcuno maligna: la stella di Eligio è al tramonto. E siccome il paese è piccolo e, al solito, la gente mormora, la voce gira finché non arriva alle orecchie di Eligio. Che essendo quello che è,  non vede l’ora di mettere alla prova il nuovo arrivato. Lo va a trovare con un cavallo di gran valore è ordina al suo ‘competitor’: “ferralo!”. Fabbro-Gesù obbedisce. Con un colpo d’ascia secco e preciso stacca di netto la gamba del cavallo. La poggia in terra per lavorare più comodo, applica il ferro allo zoccolo, riattacca la gamba al cavallo e dice: “ecco fatto”.
Potete immaginare la faccia di Eligio. Effettivamente c’è di che restare alquanto sconcertati. Ma lui è non è Eligio l’insuperabile? Pensate che si perda d’animo per un giochetto di prestigio da quattro soldi come questo? Ma neanche per idea! Seduta stante impugna l’ascia, trancia di netto la gamba del cavallo e… la povera bestia stramazza al suolo indeciso se straziarsi dal dolore e rassegnarsi a morire dissanguato o farsi bollire il cervello cercando di capire per quale motivo proprio a lui sono capitati i due maniscalchi più sciroccati del mondo. Naturalmente tutto finisce bene.
Fabbro-Gesù il suo mestiere, quello vero, sa come farlo e rimette in sesto il cavallo come nuovo. Eligio ha capito la lezione. Puoi essere bravo quanto ti pare, ma se te vai in giro ‘con il cilindro per cappello, la gardenia di cristallo e sul candido gilet un papillon’ e, come se non bastasse, ai piedi le scarpe con lo scrocchio, prima o poi una scarica di lattuga marcia te la becchi. E ti conviene non bofonchiare. Non si muove foglia che Dio non voglia.
Naturalmente queste sono tutte voci incontrollate o, se preferite, leggende. Fatto sta, però, che questo ferro di cavallo ce lo ritroviamo da qualche secolo come uno dei più accreditati portafortuna. E una ragione ci sarà.

QUALCUNO DICE che, avendo una forma a mezzaluna, abbia a che fare con Iside e quindi simboleggi la capacità di rinnovamento delle forze della natura e indirettamente la potenza e il dominio…al femminile. Qualcun altro nota che la dea Artemide  è rappresentata con una mezzaluna fra i capelli. Qualcun altro fa esplicito riferimento a qualche proprietà terapeutica del ferro. E da qui al potere di tenere lontani i malanni, malocchio compreso,  il passo è breve. Poi si dice che fosse caro anche ai cristiani per via della sua forma a C come la lettera iniziale di Cristo. I cinesi,  infine, lo assimilerebbero al corpo curvo di Nagendra, il loro serpente sacro.
Qualcun altro racconta addirittura che una notte i demoni dell’inferno decisero di far strage degli abitanti di un villaggio. E mentre si consumava l’ecatombe, il capo del villaggio, non sapendo più come fare, saltò in groppa ad un cavallo, vomitò su i demoni una valanga di insulti e pernacchie con la speranza che questi gli corressero appresso per prenderlo e squartarlo. Davanti a tanta  volgarità i demoni, con un diavolo per capello, si gettarono all’inseguimento di quell’immondo essere che li stava subissando di ingiurie tale che neanche all’inferno si erano mai sentite. Ma mentre il cavallo andava al galoppo gli si staccò un ferro che centrò le corna del capo dei demoni. Pare che da quella notte ogni volta che i demoni incontrano un uomo a cavallo fanno gli scongiuri e, sconvolti dal panico, si catapultano in fughe decisamente poco dignitose. 
Però attorno alla relazione fra fortuna e ferro di cavallo non è detto che debbano ruotare soltanto leggende o favole. Volendo si possono azzardare, per esempio, anche considerazioni di carattere, per così dire storico- materialistico.
E’ indubbio che un tempo il cavallo sia stato davvero un lusso per pochi. E più ricche erano le rifiniture, e quindi anche i ferri agli zoccoli, più grande era la ricchezza di chi li possedeva. Ora, poiché, da che mondo è mondo, dove c’è un ricco c’è un povero (altrimenti non si spiegherebbe la ricchezza del ricco, ma questa, ancorché attuale, è un’altra storia)  poteva accadere che un cencioso qualsiasi trovasse per caso, in strada, un ferro di cavallo. Un vero e proprio colpo di fortuna. Restituirlo al proprietario, infatti, avrebbe potuto significare ricavarne una qualche forma di riconoscimento, se non addirittura di compenso, visto che quegli arnesi costavano l’iradiddio.

E’ VERO, bisogna ammetterlo: ipotesi di questa natura non concedono alla magia dei miti e ai colori delle suggestioni. Però hanno il pregio di essere molto verosimili.
A questa non del tutto opinabile verosimiglianza, noi, per conto nostro, vogliamo aggiungere una convinzione: l’invenzione del ferro di cavallo, avvenuta nel medio evo, è stata una  indiscutibile fortuna per l’uomo. Perché ha trasformato l’utilizzo del cavallo, accentuandone il valore di vero motore dell’economia; ha modificato sistemi, modalità e carichi di trasporto; ha accelerato e ampliato, di conseguenza i processi di scambio su piani sempre più globali. E infine ha, staremmo per dire purtroppo, affinato e reso più efficaci le tecniche di guerra e di combattimento, aumentando la forza dell’impatto del cavallo sul nemico. Non c’è di che andare fieri, ma anche questa è storia.
Ad ogni buon conto ricordate sempre di tenere il ferro di cavallo con le punte verso l’alto. Perché se stanno girate verso il basso, dio non voglia, non ci salva neanche un andata e ritorno da Lourdes in ginocchio.
Poi tenete a mente che è meglio trovarlo per caso piuttosto che comprarlo o farselo regale. Sarà una sciocchezza, ma non si sa mai.