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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Il cavallo di Mulan, un'ombra cinese.

Cari lettori, si va sulle piattaforme, visto che i cinema sono chiusi. E allora eccoci a parlare di "Mulan" il recentissimo film della Disney che è possibile vedere on demand e che ripropone la  leggenda cinese già  portata sullo schermo da un cartoon uscito alla fine dello scorso millennio. Personaggio fondativo della tradizione cinese, Mulan è protagonista di una leggenda nata fra il quarto e il sesto secolo dopo Cristo e che, tramandata di generazione in generazione, si è arricchita nei secoli di innumerevoli rielaborazioni orali, letterarie e teatrali. A quella leggenda attinse la Disney che - nel personaggio di una ragazza che, travestita da uomo, parte in guerra al posto del padre ormai anziano e che dopo aver sconfitto gli invasori, torna a casa a onorare la famiglia - trovò uno spunto efficace per la sua ricca galleria di "principesse ribelli", in cui hanno posto le indomite  protagoniste di "Frozen", di "Aladin" e della "Sirenetta". Il cartone è del 1998, e allora la Disney ebbe - cosa assai rara - il permesso di distribuire il film in Cina. Con il risultato di far arrabbiare gli spettatori cinesi, per molti motivi, tutti assolutamente comprensibili: non venne amato il buffo draghetto (in Cina il drago è simbolo di forza), non furono apprezzati alcuni costumi, in verità più nipponici che cinesi, non piacquero i siparietti canori.  

Vent'anni dopo - forti del fatto che a Shangai nel 2016 è stato inaugurato un parco Disney con un investimento di cinque miliardi di dollari - i menager del gruppo hanno ritentato l'impresa "live action", affidando a una attrice-icona del cinema cinese - la meravigliosa Gong Li - il ruolo dell'antagonista, la strega Xianniang. In quanto ai cavalli... non si contano. Sono tutti bellissimi, ben muscolati, è un piacere vederli: l'immagine dei dodici invasori che sui loro morelli galoppano in formazione triangolare, come una freccia destinata a entrare nel cuore della cittadella cinese, è davvero potente. E certo non è da meno uno dei manifesti del film, in cui la giovane Mulan, interpretata dalle ventitreenne Liu Yifei, è fotografata di profilo accanto alla bella testa del cavallo di famiglia "Macchia di vento": il destriero che lei sottrae al padre per presentarsi al suo posto a combattere. Peccato che nonostante questi bei presupposti, il racconto del rapporto fra Mulan e il suo destriero, che pure è accanto a lei per l'intero film, finisca qui. E' pur vero che all'inizio della sua avventura Mulan offre al cavallo l'unica mela rimasta nella sua bisaccia. Ma poi lo usa come una motoretta. 

Si potrebbe obbiettare che nel '500 dopo Cristo (ricordiamoci che in quegli anni in Asia furono inventate le staffe) i cavalli era semplici mezzi di trasporto e che l'idea di un legame fra amazzone e cavallo è di là da venire. Ma questa obiezione non è accettabile: era già esistito Senofonte, Alessandro Magno aveva raccontato al mondo le imprese del suo cavallo Bucefalo, l'imperatore Adriano aveva scritto del suo cavallo Boristene.  E dunque, in una rilettura dell'antica leggenda confuciana, arricchita da un evidente sottosenso moderno che condanna l'oppressiva costruzione culturale inflitta ad ogni fanciulla - a cui Mulan si ribella fin da ragazzina - il rapporto fra lei e "Macchia di vento", meraviglioso e instancabile baio oscuro che la giovane attrice Liu Yifei monta abilmente senza controfigura, avrebbe potuto portare linfa a un racconto guerresco un po' troppo ginnico. Nel cartone del 1998 al cavallo era toccato un ruolo assai più sfaccettato. In questa nuova versione - diretta dalla regista neozelandese Niki Caro, che ha firmato "La ragazza delle balene" e "La signora dello zoo di Varsavia" - ci si è allontanati dalla favola infantile, con le sue inevitabili antropomorfizzazioni. Ma ci sarebbe stato largo spazio per raccontare il legame fra una ragazza costretta a vivere in abiti maschili, e un cavallo che invece la conosce e riconosce per quel che lei è davvero: una donna capace di avventura e di eroismo.

In quanto all'accoglienza cinese di questo secondo Mulan, non è stata entusiasmante. Sulla piattaforma che raccoglie i giudizi degli spettatori, il film ha raccolto poco meno di cinque punti su dieci. E forse il motivo non è squisitamente filmico. Ma è dovuto al fatto che qualche mese fa l'attrice protagonista si è dichiarata a favore dei poliziotti che hanno duramente malmenato gli esponenti del movimento prodemocrazia di Hong Kong, ex colonia britannica ora annessa - con uno statuto speciale- alla Cina.  Possiamo ipotizzare un vero e proprio boicottaggio? C'è da pensare di sì. Ci sarà una terza versione della ragazza che volle farsi soldato, magari tutta "Made in China?" Chi lo sa.  Forse, il suggerimento giusto per chi volesse misurarsi in una impresa del genere, è quella di attingere alla storia di un'altra donna che ha combattuto travestita da uomo: Nadezda Durova che, fuggita da un giovanile matrimonio impostole dal padre, durante le guerre napoleoniche si travestì da uomo e si arruolò in un reggimento di cosacchi, facendo carriera e congedandosi nel 1816 con il grado di capitano.  Tornata alle vesti femminili (ma quando morì fu sepolta con gli onori militari) scrisse alcuni libri fra cui uno pubblicato in Italia da Sellerio, intitolato "Memorie del cavalier-Pulzella", in cui vi sono pagine intensissime dedicate al suo amato cavallo "il nervoso e gagliardo Alkid". Così belle che alcuni critici dell'epoca pensarono fossero state scritte dal suo amico Puskin (la sfiducia nelle capacità femminili è radicatissima in ogni latitudine).  Voilà una specie di Mulan, tutta occidentale. Con un destriero davvero e finalmente al suo fianco.