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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Il cavallo che cade e l’eroe che si rialza.

Cavallo, bronzo, 1958, Studio Museo Francesco Messina. Comune di Milano.
Cavallo, bronzo, 1958, Studio Museo Francesco Messina. Comune di Milano.

“Ma quel cavallo gigantesco stava accasciandosi ferito a morte o, al contrario, stava rialzandosi per riprendere a correre orgogliosamente?

 È questo che chiese lo scrittore Vittorio Emiliani osservando il cavallo di Francesco Messina, quello simbolo della Rai del 1965, all’esterno della sede di Roma e che tutti abbiamo visto almeno una volta in qualche servizio in tv. Gli fu detto che l’interpretazione seguiva le sorti dell’emittente televisiva: se le cose si mettevano male allora era morente e viceversa, ma ognuno di noi probabilmente quando guarda questa figura, l’immagine del cavallo caduto, si domanda senza mezzi termini: “Ma muore o si rialza?” adeguando questa idea alla sola figura del cavallo o a ciò che per ognuno di noi rappresenta questo animale nella sua posizione. 

Pensare al cavallo di Messina è quasi spontaneo quando si pensa alla Rai ed è dalla tv che il grande pubblico si è sintonizzato con Tokyo anche se con il solito scarto quantitativo tra Olimpiadi e Paraolimpiadi. La televisione è stata il mezzo principale per farci un’idea delle competizioni olimpiche e gli sport equestri sono diventati virali spesso in un’ottica di competizione esasperata. 

Ma se quel cavallo rappresentasse l’immagine che ci rimane a giochi conclusi delle competizioni di Tokyo, che idea ne avremmo?

La tedesca Annika Schleu porta avanti la sua gara di Pentathlon in lacrime, mentre la sua allenatrice prende a pugni Saint Boy; il cavallo del concorrente svizzero Robin Godel viene soppresso dopo un brutto incidente nella gara di Cross-country e che pensare di Shane Sweetnam con i colori dell’Irlanda, che spinge Alejandro oltre le sue possibilità, fino a cadere entrambi? 

Allora sì, l’immagine che la televisione ci restituisce è negativa e se pensiamo a Messina, alla sua opera, allora quel cavallo caduto, inevitabilmente muore e quello è il suo grido ultimo.

 Non è questa l’idea che i giochi olimpici avrebbero dovuto lasciare al grande pubblico, con un cavallo considerato a tutti gli effetti un atleta che viene soppresso e la Peta che chiede a gran voce: “Basta sport equestri alle Olimpiadi!” 

In realtà Francesco Messina non ha mai avuto l’intento di rappresentare un cavallo “morente” ma, interrogato, disse: “Ho intenzione di fare un cavallo ferito, come dopo un combattimento” e questo non è abbastanza per farci capire la volontà dell’artista. Inizialmente furono le pessime condizioni in cui versava la statua a fargli attribuire questa definizione, ma Nicola Loi, direttore artistico della Fondazione Messina, ha ribaltato questa interpretazione: “Quel cavallo non muore, lotta!” e anch’ io credo che quel cavallo stia assolutamente cercando di rialzarsi dopo una battaglia, come quelle che ti fanno cadere, quelle che impongono alla vita di fermarsi ma poi di riprendere a combattere ed è quello che ha fatto la grandissima Sara Morganti assieme a Royal Delight che con la sua danza nel para dressage conquista il bronzo. 

In questo binomio perfetto, la competitività si piega alla passione, il dolore è del cavaliere ed è una condizione costante, una battaglia che fiacca l’atleta e che lui stesso ogni giorno vince per risalire in sella. La medaglia è solo l’ultimo riconoscimento di una vita di coraggio e l’animale partecipa a questa lotta senza esserne vittima, solo alleato.

Il cavallo rampa allora, si rialza, assieme al cavaliere. Con la forza del cavaliere.

Anche l’arte, di fronte alla vita e all’impresa di Sara Morganti si adegua alla sua forza, assume significato positivo e ci fa capire che è da qui che si ricomincia, che ci si rialza, con l’esempio degli eroi. 

C’è una cosa che mi distingue dagli altri: questo amore alla vita e questo amore alla vita mi dà ancora la forza di pensare alla scultura nella sua essenza, nella sua meravigliosa condizione di gioia e di bellezza.”

Francesco Messina.

Ringrazio Lo Studio Museo Francesco Messina del Comune di Milano per la fotografia de Cavallo, bronzo, 1958, Francesco Messina.