CI SONO LIBRI che non vanno raccomandati. Vanno prescritti come terapia d’urto contro il declino delle coscienze. Quello del giornalista Pino Nazio (‘Il bambino che sognava i cavalli’ - Sovera Edizioni) è uno di questi.
E’ la storia di un orrore imprescrittibile: il sequestro, la prigionia e l’atroce assassinio di un bambino per mano della mafia siciliana. Non è solo il racconto di un abominio. E’ la narrazione radiografica della più inimmaginabile della aberrazioni. Niente di inventato. Tutto documentato. Tutto nelle carte dei processi. Che Nazio tonifica di umanità vissuta per trasferire i fatti dalle aule di tribunale alla urgenza di una maggiore consapevolezza del nostro tempo.
E lo fa con precisione cronologica, con rigore storiografico, con il puntiglioso rilievo del dettaglio evidenziato al presente indicativo. Che l’autore utilizza per grippare i meccanismi di una memoria collettiva adagiata sull’alibi della sua stessa inerte fragilità. Meccanismi feroci, che frantumano i fatti in schegge di vago ricordo per poi abbandonarle alla deriva di un passato che più si allontana più ci dispensa dall’obbligo di non dimenticare. Meccanismi terribili, che ci liberano dal peso della responsabilità e, liberandoci, ci lasciano la mutilazione di una esistenza menomata.
IL BAMBINO si chiama Giuseppe. Di cognome fa Di Matteo. Un cognome che pesa ad Altofonte. Pesa da generazioni. Generazioni di uomini d’onore. Lo sono il nonno e il padre. Appena in età, toccherà anche a lui esserlo. Lo vuole il codice di una tradizione che è sempre stata e sempre sarà. Ma Giuseppe viene su con altro per la testa. Ha i cavalli, in testa. Ce li ha dalla prima volta che ne ha visto uno: è stata una folgorazione. Sente che lui e quell’animale si appartengono. Certo, c’è la famiglia. Il fratello più piccolo, papà, mamma, i nonni ( è con il nonno quando vede il suo primo cavallo). Affetti forti, fortissimi. Poi c’è anche una sua compagna di scuola, amica del cuore. Le vuole, ricambiato, un bene dell’anima. Ma il cavallo è un’altra cosa: pura, incontenibile, irriducibile, passione, che nient’altro e nessun altro al mondo è capace di suscitargli. Giuseppe si divide tra scuola e maneggio. Sono bravi Giuseppe e il suo cavallo.
Fanno concorsi, vincono. Un giorno, sogna, lui e il suo cavallo saranno a Roma, a Piazza di Siena. E voleranno sugli ostacoli. E diventeranno campioni del mondo. E’ questo che ha davanti agli occhi ogni sera, prima di addormentarsi. Questo e nient’altro vede scritto nel suo destino. Ma intorno, Giuseppe ha un mondo che va alla rovescia. E a girare la manovella in senso sbagliato sono suo nonno e suo padre. Sono uomini di ‘Cosa Nostra’. Sono uomini che obbediscono ad una ‘famiglia’ che non ha niente a che fare con lui, con suo fratello, con sua madre. Una famiglia in cui il sospetto è paranoia e la paranoia è allucinazione. Malattie che si curano con il sangue degli assassinii e delle stragi. Santino, il padre, finisce in galera. Non è la prima volta. Ma anche in galera, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, niente è più come prima per i mafiosi. Adesso c’è il 41 bis a scandire l’ergastolo con l’isolamento, il carcere duro. Pentirsi, collaborare con la giustizia è l’alternativa.
SANTINO, il padre, si pente. Agli occhi dei suoi sodali diventa una spia, un infame. La condanna a morte da parte della ‘Cupola è automatica. Ma intanto gli va impedito di parlare. E per questo i mafiosi rapiscono Giuseppe, il bambino, suo figlio. Durante tutto il lunghissimo sequestro il bambino sopravvive agli stenti, alla paura, alle privazioni, aggrappandosi con la fantasia alla criniera del suo cavallo. E’ là fuori che lo aspetta. E lui resiste sorretto solo dalla certezza che tornerà a montare il suo cavallo. Non può che essere così. Perché è questo il suo destino.
Ma i suoi aguzzini hanno deciso che invece così non sarà, non potrà essere. Il bambino deve morire. Perché il padre, l’infame, se non lo si può uccidere fisicamente, va schiantato là dove è più debole, negli affetti. Le colpe dei padri devono ricadere su i figli. Questa è la vendetta. Il bambino deve morire. E morire senza lasciare traccia. Morire dissolto. Perché all’infame va negato anche un posto dove piangerlo.
Chi avrà voglia, anzi, chi riterrà giusto e importante (come potrebbe non esserlo?) calarsi in questa storia, si inoltrerà nel vissuto di una passione per i cavalli che ha dato ad un bambino la forza di sottrarsi all\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\'incubo della morte. La stessa passione che Pino Nazio riesce a tradurre anche in passione civile.




















21/05/2012


