Per cercare di capire dobbiamo infatti risalire indietro nel tempo, all'ultimo periodo del Paleolitico superiore, intorno a 15.000 anni fa.
Un periodo conosciuto sotto il nome di Magdaleniano: l'epoca d'oro della preistoria. E' lì che 'immagine del cavallo fa la sua prima comparsa, raffigurata sulle pareti di alcune tra le più interessanti grotte della preistoria: Altamira, Lescaux, Gargas (nell'area franco-cantabrica), ma anche in Italia nella grotta Paglicci nel Gargano, in quelle Genovesi e dell'Addura in Sicilia. Molto si è studiato e scritto da parte di paleontologi, archeologi e antropologi per cercare di interpretare quali fossero le motivazioni profonde che hanno spinto i nostri lontani progenitori a intraprendere un'impresa che per difficoltà di mezzi e di scelta dei luoghi appare titanica. I dipinti di Altamira, in Spagna, tanto per fare un esempio tra i più noti, si sviluppano per 14 metri all'interno delle parti più recondite della grotta, dove è difficilissimo accedere. Immaginate quale sforzo debba aver comportato dipingere alla luce fioca delle fiaccole, arrampicandosi attraverso mezzi rudimentali per raggiungere la parte più alta delle pareti. Probabilmente sono opera di individui iniziati ai culti dell'epoca.
E le grotte, o meglio il percorso iniziatico che il neofita doveva percorrere per giungere al fondo di esse, prevedeva l'incontro con esseri mostruosi, possenti e magici. Si trattava insomma di riti iniziatici basati su prove di coraggio nell'affrontare l'ignoto. Per ben 355 volte a Lescaux la figura del cavallo compare delineata in nero, ma riempita del colore rosso dell'ocra. Sono cavalli tarchiati, dalle teste relativamente piccole rispetto alle criniere imponenti e raffigurati al piccolo trotto. Sono dunque cavalli in movimento e mi piace pensare che l'ignoto autore, forse uno sciamano, abbia voluto associarli più ai rituali connessi alla fecondità e al rinnovarsi della natura, che non a quelli inerenti la caccia. Si ipotizza infatti che proprio in questo periodo la visione del mondo dei primitivi supponesse l'esistenza di entità opposte: cielo-terra, luce-tenebre, vita-morte e la commistione tra cavallo e bisonte (spesso presente nelle grotte preistoriche) è da più parti interpretata come la conferma di questa teoria.
Di una cosa però possiamo essere certi. Se nei miti e nelle leggende è sedimentato il ricordo di quelli che sono stati i più antichi vissuti della nostra specie, allora il cavallo è indubbiamente associato da millenni ai riti di fecondità della terra e al femminile. Si tratta come sempre di ipotesi, ma che sembrano venire supportate da recenti ritrovamenti archeologici significativi. Nell'anno 2000, infatti, lungo il corso della Senna al centro del bacino parigino è stata rinvenuta, durante gli scavi di un villaggio risalente al Magdaleniano, una pietra recante l'incisione di un cavallo al trotto affiancato ad una figura femminile steotipigia.
Insomma fin dalle origini i nostri antichi progenitori hanno subito il fascino del cavallo. Possiamo immaginare la loro emozione di fronte all'emergere improvviso di un branco al galoppo. Il rumore degli zoccoli sul terreno così somigliante al rombo del tuono; l'ondeggiare delle criniere evocatore del soffio improvviso dei venti; la spuma bianca di sudore sulle agili groppe simile a quella del mare, ma soprattutto la ritmicità del movimenti, tanto celeri e repentini da evocare lo scorrere rapido e inesorabile dei giorni. Deve essere stata una fascinazione profonda, mista di ammirazione e di terrore. Una fascinazione che è durata anche dopo il primo incontro ravvicinato con il cavallo e che forse ha fatto sì che a lui, e solo a lui tra tutti gli animali entrati a far parte della vita degli uomini, sia stato riservato un ruolo tutto particolare (e molto umano): quello di essere un costruttore di civiltà.




















21/05/2012


