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NEL VARIEGATO sistema delle tematiche ambientali emerge un soggetto che si pone oggettivamente come elemento di trasversalità attorno al quale è, direttamente e indirettamente, riconducibile la possibilità di un rinnovato rapporto fra uomo e natura, almeno per quanto è possibile immaginarlo nelle attuali condizioni di civiltà. Stiamo parlando del Cavallo. Ai lati delle grandi arterie di scorrimento su gomma, ai lati delle strade ferrate, sotto le tratte aeree che in tempi sempre più ristretti concentrano una Italia fatta di arrivi e partenze intervallati da porzioni di storia, arte e cultura offerti secondo tabella di marcia, esiste un Paese minore che si snoda, per quanto è lunga la Storia, fra vecchie strade consolari, antichi percorsi battuti da penitenti e pellegrini, abbazie, castelli, vecchi borghi, oasi naturalistiche e tutti gli infiniti eccetera che l’incontro e lo scontro della natura con l’uomo sono stati capaci di realizzare nel corso dei millenni. I termini della questione sono semplici: se siamo convinti che tutto questo costituisca patrimonio, il punto è cosa fare per riappropriarcene o, in alternativa, cosa non fare per lasciarlo andare in malora. E poiché delle due ipotesi la seconda conta alle spalle decenni di esperienza consolidata per la quale non abbiamo più nulla da imparare, non resta che fare il tentativo di praticare la prima. Perché farlo? Per almeno tre ragioni, una più ovvia dell’altra: la prima perchè non esiste teoria economica che consideri virtuosa la dissipazione; la seconda perché la ricchezza che è capace di produrre la rimessa in moto dell’ “industria ambiente” non è sostituibile con nessun processo di innovazione tecnologica; la terza perché è una proprietà che i proprietari non sanno di possedere.
Non si tratta di inaugurare nuovi pellegrinaggi alla ricerca di improbabili musei del “come eravamo”, raccattando alla rinfusa scampoli di natura, tradizioni, usi e costumi che un territorio ancora conserva nelle diverse forme della testimonianza e della memoria. Al contrario, si tratta di individuare una serie di iniziative attraverso le quali l’identificazione di risorse storico-ambientali possa costituire l’ossatura di un progetto che ne riattualizzi le “tipicità” come tratto originale delle mille culture alle quali non sappiamo di appartenere. Ma ricercare le tipicità, coglierle e sistematizzarle come “prodotto finito” per un consumo culturale riproducibile su lunga durata implica lavoro e studio, organizzazione e competenze e professionale e, dunque, risorse economiche e fattive relazioni permanenti tra i diversi piani istituzionali. In un parola si tratta di fare “impresa”. Del resto, esistono altre modalità per rivitalizzare con profitto un “patrimonio”?
L’ambito economico nel quale ci muoviamo è quello del “turismo altro” quello non standardizzabile su i parametri dei tour-operator, non incanalabile lungo i ripetitivi circuiti di massa a menu fisso, non vincolato alla rigida predeterminazioni dei tempi di percorrenza. Per paradossale che possa sembrare è un turismo senza “turisti”, non fruito ma “vissuto” da chi concepisce l’ambiente e la natura non come una lunga teoria di luoghi attraverso cui passare per andare sempre oltre ma come ambiti dell’esistenza dentro i quali immergersi assorbendoli come parte di sé. E’ esattamente qui, in questo momento di relazione senza tempo che scopriamo l’essenzialità del nostro “decodificatore naturale”, di colui che solo è capace di trasmetterci la naturalizzazione di cui siamo parte: il cavallo. Se cavallo e cavaliere sono l’espressione del ricongiungimento di due “animalità”, l’una allo stato istintuale puro, l’altra ben corazzata da strati di civilizzazione sotto le quali ha sepolto gran parte di sé, non possono non andare per percorsi che solo a passo di cavallo si possono compiere, verso luoghi che altri tempi li hanno visti entrambi protagonisti di un destino comune chiamato Storia. Luoghi nei quali entrare a passo lento, da annusare, da respirare prima ancora che da vedere e visitare. Luoghi che, se hanno una “tipicità”, la riconosci da odori e sapori che stazionano nell’aria a presidio della conservazione di saperi che al loro nascere hanno rappresentato l’unica possibilità di risposta a quella necessità chiamata sopravvivenza individuale e collettiva.
Motore di questo percorso culturale è naturalmente il cavallo “macchina del tempo” capace di dare al viaggio il senso più profondo di un’avventura spirituale.
E’ di turismo equestre, dunque, che stiamo parlando. Un modo, cioè, di riscoprire l’identità di un territorio attraversando la molteplicità dei suoi tratti distintivi. Attraverso il turismo equestre infatti si possono rivitalizzare le microeconomie locali, si può contribuire alla preservazione delle razze cavalline autoctone quale strumento di salvaguardia degli ecosistemi e, attraverso di essi, delle coltivazioni che sono alla base dei prodotti tipici e di nicchia. Ma soprattutto si può realizzare, nel sud del nostro Paese una forma di turismo destagionalizzato in grado di garantire al territorio presenze costanti in modalità non distruttive. Insomma ancora una volta il cavallo può essere un importante volano economico promuovendo e rivitalizzando le produzioni agricole tradizionali, difendendo e preservando l’ambiente, contribuendo a sviluppare e ricomporre il senso di appartenenza e di identità degli ambienti rurali.
Abbiamo fatto cenno alla grandezza di popolazione (circa un milione in Italia e tra i sei e gli otto milioni tra Francia e Germania) che ormai è stabilmente addensata attorno al cavallo e alla sua propensione ad assumerlo come soggetto caratterizzante un uso sano del tempo libero. Tale moltitudine non può non accogliere con favore proposte che completino il senso dell’andare a cavallo indicando percorsi e tappe cadenzati dalla riscoperta delle particolarità enogastronomiche, dalla conoscenza di vecchie arti e antichi mestieri che ancora oggi svolgono un ruolo nelle economie locali, dalla conoscenza di quella particolare cultura che va sotto il nome di folklore e che è sempre la rappresentazione dello “stile” del vivere collettivo locale.
Il nostro lavoro e il nostro progetto a tutto questo è finalizzato: ad assumere il cavallo come, giustappunto, “cavallo di Troia” attraverso il quale contaminare l’anonimato del quotidiano con la coscienza che un altro modo di stare al mondo è possibile.
Mario Lupi
Consigliere Regione Toscana e coordinatore del progetto di rivalutazione della via Francigena
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