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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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I quattro moschettieri: un film un po troppo ironico!

Più di venti avventure cinematografiche, fin dai tempi del cinema muto. E poi fumetti, serie televisive, persino un film intitolato "Barbie e le tre moschettiere": i quattro formidabili personaggi  creati da Dumas, ovvero Athos, Portos, Aramis e il guascone D'Artagnan hanno una tale vitalità che a  quasi duecento anni dalla loro nascita (il  libro è ambientato nella Francia del '600, ma è uscito nel 1844 come  romanzo d'appendice sul giornale Le Siécle") ancora oggi dicono la loro. E dunque eccoci a parlare del film uscito appena dopo Natale e intitolato "I quattro moschettieri: la penultima missione" di Giovanni Veronesi.
Se Dumas aveva già immaginato un sequel con il suo "Vent'anni dopo", qui gli anni trascorsi sono diventati quasi trenta. E i nostri eroi sono ormai anchilosati, scricchiolanti, talvolta perduti nell'abbraccio del laudano, come accade al più problematico dei personaggi: Athos, conte de la Fére. Gli indimenticabili  caratteri  scolpiti da Dumas vengono ripresi da Veronesi e dai quattro interpreti con qualche momento di riuscita vitalità: Favino (un D'Artagnan che parla con uno strano grammelot davvero divertente), Valerio Mastrandea  (Portos),  Sergio Rubini (Aramis) e Rocco Papaleo (Athos)  si rimpallano le situazioni con l'abilità di vecchi commedianti. Ma il cinema di cappa e spada,  con le  molte avventure al galoppo di cui dovrebbe essere disseminata la trama, è tutta un'altra faccenda: e invece qui il racconto è sbilenco, parecchio abborracciato,  formalmente carente. 
I quattro moschettieri percorrono  a spron battuto parte della Francia inquadrati da lontano, perché si vedano le cavalcature, gli sventolanti mantelli e i piumati cappelli delle loro controfigure. Da vicino, a parte Favino che  si regge in sella, gli altri sono degli improbabili  fagotti,   assai meno  fascinosi dei quattro bei morelli loro assegnati da un addetto della regina ( interpretata da Margherita Buy) con lo stesso spirito con cui il capo dell'approvvigionamento di 007 forniva all'agente segreto la corazzatissima Aston Martin. I cavalli si chiamano Uno, Due, Tre, Quattro ( ma possono scambiarsi identità se la fila viene letta da destra o da sinistra).   In Dumas ( parliamo del romanzo) i cavalli sono la chiave di volta della missione in Inghilterra, intrapresa per recuperare i puntali di diamante: vengono cambiati ad ogni stazione di posta e l'autore descrive con puntiglio il loro avvicendamento. Ma nel film di Veronesi  la nuova  missione voluta dalla Regina si ripiega su se stessa nonostante il  lodevole risvolto umanitario, e i comprimari entrano ed escono con molta casualità  dalla trama senza lasciar traccia dei loro caratteri, a parte un Alessandro Haber che è un efficente e sulfureo  cardinal Mazarino.
Aleggia  sul film l'ombra ingombrante dell'"Armata Brancaleone". Torna in mente l'indimenticabile e straniato capolavoro di Monicelli per l'uso disinvolto dei dialetti, per l'aria atempolare che vi si respira (i moschettieri  si presentano alla regina accompagnati da una celebre canzone di Celentano. E la scena funziona). Però  occorre citare anche "Space Cowboys" di Clint Eastwood, in cui si racconta di un gruppo di anziani astronauti che la Nasa è costretta (molto malvolentieri) a richiamare in servizio perché solo loro conoscono  la tecnologia di un vecchio  dispositivo orbitale che rischia di schiantarsi sulla terra. E dunque i quattro attempati  aviatori devono misurarsi con i guai  fisici dell'età: dalle giunture arrugginite alla vista ormai debole. Ma lì la storia corre via come un razzo, mentre  nel film di Veronesi tutto poggia  soltanto sulla simpatia degli attori. E non su altro: se si pensa che il cavallo montato da D'Artagnan ritrova il  suo cavaliere dopo che gli viene fatto annusare un pezzo del suo abito (neanche fosse un cane molecolare), ci si rende conto di come vanno le cose.  Il cinema italiano  non produce da decenni  film costume per via dei costi troppo esosi. Ne consegue  che l'improvvisazione, la carenza di spazi e di ambienti, alla lunga si vedono tutte quante. Per non dire dell'uso di  alcune asinelle di eccessiva magrezza. Chi noleggia animali in quelle condizioni?
Quasi che Veronesi si fosse pentito di aver immaginato un (ironico) film di cappa e spada, sul finale c'è una coda  ambientata nell'oggi,  che finisce per  nuocere ulteriormente. Insomma, Dumas  meritava di meglio. Per chi volesse "riassaggiare" il buon sapore delle sue avventure non c'è che una strada: tornare a vedere l'insuperato film del 1948 firmato da George Sidney, con Gene Kelly nel ruolo di D'Artagnan: 126 minuti ( a colori)  di instancabili colpi di scena, fughe, tradimenti, seduzioni,  intrighi. Che rispettanto i desideri di ogni spettatore senza tradire lo spirito  disincantato, per nulla patetico e assolutamente mirabile del grande Dumas.