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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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I cavalli volanti e le lacrime di Tokyo

Uno dei cavalli volanti di Signorini
Uno dei cavalli volanti di Signorini

Se un incontro avesse un odore quello con Antonio Signorini profumerebbe di petricore, il profumo della terra bagnata di un Giugno rovente. 

Il temporale ci costringe a fermare le nostre auto sulle strade di una Toscana indolente e parlare di arte e cavalli. 

Ho conosciuto i suoi “Flying Horses” in occasione del concorso morfologico di cavalli arabi tenuto alla Versiliana e da allora l’interesse per le sue opere, misteriose e scure, non ha fatto che alimentare la mia curiosità  per l’arte preistorica e la rappresentazione parietale di questi animali.

I suoi “cavalli volanti” infatti sono ispirati a un’arte primitiva, la necessità dell’uomo di rappresentare la natura indomita che lo circondava. Le sculture di Signorini mantengono il grafismo istintivo ma si staccano dalle pareti, acquistano tridimensionalità grazie alla speciale lega di bronzo e a dispetto della materia, rimangono leggere, dinamiche. Toccano terra senza gravità. 

Dopo la nostra chiacchierata, mi sono spesso domandata quanto sia attuale ancora ispirarsi ad un’arte preistorica, dove sia il legame tra quel segno quasi primordiale e la nostra realtà. La risposta l’ho trovata nelle lacrime della amazzone tedesca Annika Schleu alle Olimpiadi di Tokyo. 

Saint Boy, il Cavallo toccatole a sorteggio per la gara di Pentathlon, si impunta alla partenza e davanti a un paio di ostacoli, l’atleta continua la gara in un pianto disperato e l’allenatrice prende a pugni l’animale incitandola a fare altrettanto, a “colpire forte”. Ultimi posti in classifica per una ed espulsione dai giochi Olimpici per l’altra ma quello che le telecamere ci restituiscono e rimane anche a chi non si intende di equitazione, al di là delle regole di questa disciplina e della squalifica, è l’immagine in cui il rapporto tra uomo e cavallo è spezzato. 

“Da Altamira in poi tutto è decadenza”, disse Picasso riferendosi all’arte ma queste parole possono essere estese anche alla visione che l’uomo ha del cavallo. Nelle incisioni rupestri trasmettono forza, energia, vitalità seppur non domati, solo nell’età del Ferro infatti l’iconografia  rappresenterà un cavallo cavalcato ma per un lungo tempo l’uomo disegna questo animale con numerose valenze simboliche ma non legato alla caccia o al cibo, libero e non domo, quasi idolatrandolo. 

Oggi che il cavallo ha per lo più perso la medesima funzione utilitaristica ed è tornato ad far parte delle nostre vite come una passione, l’immagine che colpisce i più, che diventa virale, è quella di un rapporto di stima interrotto: la bocca deformata dal morso tirato del cavallo e le lacrime dell’atleta. Il pugno della allenatrice.

Ho  inseguito i cavalli volanti di Signorini dopo il nostro incontro e li ho ritrovati esposti su una spiaggia di Forte dei Marmi, scelta forse della galleria d’arte per ricordare la sabbia del deserto degli Emirati Arabi, luogo in cui vive l’artista è dalla cui cultura è palesemente ispirato. 

Anche se non più in una caverna ma tra la gente, i suoi cavalli galoppavano come idee in un piccolo branco, selvaggi e indomiti pizzicando il terreno. 

Forse per certi atleti e addetti ai lavori è tempo di scendere dalla sella, riconsiderare il rapporto che hanno con questo animale, rivedere regole nelle discipline sportive, che la federazione riconosca la vittoria come frutto di un binomio tra cavallo e cavaliere e non di una casualità e ripensare a quell’uomo che ad Altamira incideva sulle pareti l’idea di un cavallo.